Domande ai no global

QUELLE RAGIONI CHE NON VANNO A PORTO ALEGRE

di FABRIZIO ONIDA

 

Ai giovani e meno giovani no global che dal 31 gennaio al 5 febbraio si ritroveranno a Porto Alegre, in Brasile, per gridare al mondo i mali della globalizzazione vorremmo sottoporre qualche riflessione suggerita dall’osservazione della storia recente dello sviluppo economico mondiale. 1) Non una, ma mille ragioni hanno coloro (incluse per prime Banca mondiale e varie agenzie delle Nazioni Unite) che denunciano i profondi e crescenti squilibri tra Paesi ricchi e poveri o tra fasce forti e deboli della popolazione. Il fenomeno non è nuovo, ma riscontriamo che negli ultimi 40 anni la distanza tra le 20 economie più ricche e le 20 più povere è aumentata da 18 a 37 volte. E all’interno di molti Paesi, dagli Stati Uniti al Messico alla Cina, sono cresciuti i divari tra cittadini istruiti e benestanti e il sottoproletariato rurale e urbano. Il libero mercato produce opportunità e ricchezza, ma di per sé non genera uguaglianza, né riesce ad estendersi automaticamente (con vere regole di mercato) all’intera popolazione.

2) La povertà mondiale, definita come popolazione che vive (meglio, sopravvive) con meno di un dollaro al giorno, è calata in 20 anni da un quarto a un quinto del totale: oggi stimata in 1,2 miliardi, di cui due terzi nell’Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana. E soprattutto è calata di più nei Paesi come Cina, India, Vietnam i quali hanno visto nell’onda recente di globalizzazione l’opportunità di ri-orientare le proprie politiche verso obiettivi di emersione dall’economia informale, crescita della produttività agricola e industriale, promozione delle esportazioni intensive in manodopera, sviluppo dei servizi essenziali, importazione di capitali produttivi e tecnologie, incentivi all’imprenditorialità.

In altre parole, la lotta alla povertà ha avuto maggiore successo nei Paesi che hanno saputo combinare il mercato (tramite graduale apertura verso l’estero in entrata e in uscita) con politiche di stimolo alla produttività e di investimenti pubblici in educazione, sanità, trasporti, tecnologie dell’informazione e della comunicazione. 3) A conferma di ciò, risulta che 24 Paesi emergenti (in cui abitano 3 miliardi di persone), orientati a cavalcare l’onda della globalizzazione, negli ultimi vent’anni sono riusciti ad accelerare la marcia dello sviluppo, fino a realizzare un tasso di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) per abitante del 5,2% all’anno nell’ultimo decennio, mentre altri 49 Paesi (con un miliardo di abitanti), più resistenti all’apertura del proprio mercato, hanno registrato una netta decelerazione e un aumento della p overtà. 4) Una maggiore crescita economica non comporta un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paese. Semmai, l’osservazione di dati storici su un ampio pool di Paesi suggerisce la relazione inversa: combinata con politiche sociali e infrastrutturali appropriate, una crescita più rapida si accompagna a una tendenziale riduzione delle distanze nel reddito medio per abitante fra la quota dei più poveri e quella dei più ricchi. 5) E, come suggerisce l’accurata analisi del peruviano Hernando de Soto, protagonista del ritorno della democrazia nel Perù del dopo Fujimori e autore del Mistero del capitale , un vero bestseller , l’uscita dall’arretratezza e dalla povertà endemica presuppone la costruzione e l’applicazione concreta delle elementari regole giuridiche sui diritti di proprietà dei beni, necessarie a permettere lo scambio di mercato, la misura e l’accumulazione della ricchezza individuale e collettiva. In innumerevoli situazioni riscontrate dall’autore e dai suoi collaboratori nei Paesi meno sviluppati, burocrazia e giustizia elefantiache e corrotte, favorite da un quadro giuridico fragilissimo, concorrono a mantener e un’economia pre-capitalistica sommersa (e spesso criminale) semplicemente perché il costo privato del passaggio dall’illegalità alla legalità è superiore al costo e al rischio del restare nella illegalità. Si perpetua così il convincimento, da parte della popolazione povera ed emarginata dal circuito dello sviluppo, che il capitalismo sia come un club privato, un sistema discriminatorio del quale beneficiano soltanto l’Occidente, nonché le élite dei ricchi nei Paesi poveri. Di tutto questo si parlerà a P orto Alegre? Fabrizio Onida

Fonte: Corriere della Sera

29/1/2002