ANCORA SU STATO E MERCATO

di Giorgio Giacometti

 

 

Caro Stefano,

dopo aver letto con cura e orrore il tuo pezzo sul monopolio, una invisible hand mi costringe a una pronta replica ad hominem.

La teoria economica classica ammette certamente che un monopolio "sostanziale" possa formarsi in regime di libera concorrenza. Il problema è che quella qualità o maggiore appetibilità del prodotto venduto (in termini di qualità/prezzo unitario) che ha reso possibile a una x azienda di guadagnarsi la posizione di monopolio (per es. la qualità della pizza, nel tuo esempio), una volta acquisita questa posizione, esattamente come nel caso di un monopolio la cui origine fosse l'alienazione di beni della mano pubblica, ebbene proprio quella qualità può venire meno (entro precisi limiti) senza che venga meno il monopolio: e, con essa, il pregio stesso che aveva fatto "preferire" il sistema di mercato ad altri.

Un banale calcolo di ragioneria economica, infatti, può mostrare che, per via del fenomeno delle economie di scala, senza immaginare pressioni particolari da parte del monopolista privato dirette a impedire l'affacciarsi sul mercato di altri soggetti, chiunque osi tentare l'ìmpresa di concorrere con il monopolista, per quanto faccia, deve affrontare inizialmente costi tali da rendere assolutamente non competitivi i suoi prodotti. L'unica soluzione che si può battere, in queste condizioni, e che viene effettivamente battuta, è quella di uscire dal gioco, proponendo un prodotto sufficientemente differenziato, tale da intercettare le famose "nicchie" di mercato. Ma così, di fatto, il monopolio viene solo eluso, non superato. Infatti ciò che viene meno è solo il presupposto: ossia appunto che si tratti dello stesso prodotto.

Il che suggerisce una vecchia cara idea: l'economia di mercato non ha memoria. Quale che sia l'origine del capitale, per es. criminale (cfr. la questione del commercio dei diamanti), esso sempre di nuovo si affaccia immacolato sulla scena economica. Figuriamoci se possono essere istituite differenze tra un monopolio derivato da privatizzazioni pubbliche o "per meriti" privati!

Ho scritto sopra non a caso: "preferire" il sistema di mercato. Qui rilevo un altro evidente limite del discorso liberale. Tu ricordi il caso della common law e lo interpreti come il caso della formazione "spontanea" di una norma che verrebbe seguita per l'interesse che si avrebbe a seguirla, piuttosto che perché costretti sul piano gius-politico. Tuttavia a me pare che si tratti piuttosto di un caso in cui sfera pubblica e sfera privata non sono ancora del tutto distinte. Tu stesso, del resto, evochi l'ostracismo (per chi non rispettasse le sentenze che "fanno" giurisprudenza). Ebbene, come è noto, si tratta di un atto fondamentalmente politico, in quanto comunitario, originariamente "democratico" nella sua essenza. Chi ostracizza lo fa non perché egli sia direttamente danneggiato nei suoi interessi privati dal soggetto che intende ostracizzare, ma perché questi viola quelle che sono percepite come regole non scritte di una comunità, di una "polis". La dimensione politica, anche se in forma implicita, è immanente qui alla sfera del puro gioco degli interessi privati (che di per sé non possono prevedere forme di ostracismo, bensì solo la rinuncia a un affare o, da un altro punto di vista, furti, omicidi, violazioni di contratti a gogò se solo queste cose si rivelano "utili").

D'altra parte nel contesto di uno Stato di tipo francese lo stesso interesse a non violare determinate norme codificate è in ultima analisi un interesse privato: quello di non finire in galera.

In generale la funzione esplicita (nel caso di una codificazione giuridica) o implicita (nel caso della common law) dello Stato (o di ciò che assolve la sua funzione di fatto, sia il senso comune o la tradizione...) è proprio quella di rendere possibile qualcosa come un mercato fissandone i limiti, le regole, canalizzando gli interessi privati.

Senza regole niente mercato, ma senza Stato (o come si voglia chiamare quanto trascende il puro mercato) niente regole. Dunque il mercato non è qualcosa di originario. Le sue regole sono qualcosa che viene scelto, "preferito", con un preciso atto politico, per es. una rivoluzione liberale. E' qualcosa che può sempre essere revocato, sempre per un preciso atto politico, per es. in caso di guerra.

Lo Stato deve rendere appetibile per il singolo ciò che sia appetibile per la comunità almeno indirettamente. Ecco perché, per esempio, vieta stupri, furti, omicidi che potrebbero essere assai appetibili per chi li compie ma, al di là del danno che subiscono le loro vittime, finirebbero col distruggere, con la comunità civile, anche il relativo mercato. Può viceversa indulgere su certi "privati vizi" (alcohol, prostituzione) che indirettamente configurano "pubblici benefizi" o, almeno, statisticamente una certa ottimizzazione, in senso utilitaristico, del benessere, nonostante alcuni spiacevoli effetti collaterali.

Lo Stato è sulla via del tramonto? Quello che conoscevamo, lo stato nazionale, certo. Non l'Impero. Se non ci fosse oscuramente qualcosa come un Impero, in primo luogo l'impero del Super-Io, la tirannide della coscienza morale, sottile interiorizzazione - nei secoli dei secoli - del comando esteriore, della minaccia (paterna) di morte (o castrazione), perché non potremmo vivere in un bellum omnium contra omnes, minaccia peraltro ricorrente (dalle vicende jugoslave a quelle del tribalismo somalo e afghano)? Ma noi non viviamo in questa guerra totale, in anarchia. E non perché ci sia un mercato in cui ciascuno possa conseguire del godimento, liberamente. Al contrario: perché c'è una Legge che, sottilmente, ci comanda come e dove dobbiamo godere.

La stessa distinzione, che in un passo tu istituisci, tra monopolio della cultura (e della telecomunicazione!) e monopolio della forza (Weber) può essere revocata in dubbio, se è vero che la forza politica è oggi quasi solo più forza dell'immaginario e, viceversa, non c'è cultura che non sia forma del riconoscimento reciproco di una comunità, per quanto "bassa" sia la lega di questo riconoscimento ("Sanremo è Sanremo", tautologia che per non voler dire nulla consente il puro riconoscimento di coloro che parlano).

Che cosa intendo dire?

Che il soggetto libero dei liberali non esiste, meglio: è un fantasma (di sé, dell'Io) che assolve una funzione precisa nell'economia del soggetto reale. La scelta razionale che si presuppone che compia è appunto solo presupposta.

Denunciare questo è invocare un'élite politica o culturale che liberi questo soggetto? Ma sarebbe veramente cavarsela "a buon mercato", è il caso di dirlo: anche l'utopia della liberazione (con le relative teologie) presuppone che qualcosa come la libertà liberale sia, se non reale, almeno possibile.

No. La liberazione non è un atto, la rivoluzione non è politica. La rivoluzione può essere solo il rigirarsi del soggetto su se stesso. Se atto deve essere, è atto di conoscenza, di trasparenza. Conoscere che cosa?

A mio parere, per quanto si riferisce alle questioni che agiti:

a) che non c'è mercato senza "polis";

b) che questa opera necessariamente anche se in modo inevidente, mascherato, oggi attraverso gli stessi veicoli del mercato (leggi: comunicazione);

c) che la stessa libertà del singolo presuppone la trascendenza della Legge, rispetto alla quale tale libertà si istituisce come su un margine: essa si istuisce non abolendo la Legge, ma piuttosto riconoscendola e, con ciò stesso, de-nunciandola (che non significa revocarla);

d) che la prospettiva neo-liberale è funzionale al misconoscimento dell'illibertà non del mercato in quanto tale, ma di un mercato che - da gran tempo - non è più solo tale;

e) che questo pseudo-mercato è in effetti governato dal monopolio di un "pensiero unico" che veicola anche regole comuni di condotta senza avvedersi del "conflitto di interessi" (o meglio: confusione di sfere) che questo importa;

f) che, infine, questo sistema apparentemente libero di scambi consente il godimento sì, ma non quello dei consumatori, bensì del Grande Fratello che li soggioga, che li assoggetta -Fratellone immaginario, per carità, ma pur sempre dispotico.

L'origine di questo larvato dispotismo sotteso all'apparentemente libero mercato, alla forma occidentale e moderna della democrazia? Sempre e comunque il modello americano. La testimonianza archeologica di questa tesi storico-politica? Ancora sempre Democratie en Amerique, di Tocqueville.

 

Marzo 2002

Per "Spazio Globale"