La globalizzazione porta in primo piano

la valenza economica di scelte altruistiche

ETICA E IMPRESA, MATRIMONIO D’INTERESSE

di Angelo Benessia

La disuguaglianza fra i paesi ricchi e quelli poveri è al centro di un ampio dibattito. Vi è generale consenso intorno alle potenzialità di progresso insite nella globalizzazione, ma le opinioni divergono quando si tratta di indicare la strategia per arginare il sottosviluppo.

Nella sua conferenza dello scorso 21 gennaio per le "Lezioni della sala Zuccari" a Palazzo Giustiniani (Tra secondo e terzo millennio. Gli scenari della globalizzazione) Giovanni Agnelli ha osservato che buona parte dei ragazzi che oggi hanno tra i 14 e i 26 anni (un miliardo e mezzo) vive nel Terzo o Quarto Mondo, col rischio che le relative potenzialità vadano sprecate.

E questo, come si legge nel capitolo conclusivo denso di ragionate speranze, mentre la compagine mondiale "ha fatto sua la convinzione che esiste un destino comune nel conquistare insieme l'affrancamento da ogni genere di povertà e privazione materiale e immateriale".

Il presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn aveva del resto dichiarato, qualche tempo addietro, che "La guerra non sarà vinta fino a quando a quando non affronteremo il problema della povertà". E Pasquale Pistorio ha ricordato ai lettori di questo giornale il peso immane del cosiddetto Digital Divide, ossia del divario che separa chi possiede gli strumenti digitali di accesso alla rete da chi (gran parte dell'umanità, secondo Rifkin) neppure sa che cosa sia Internet.

Dal canto suo, in occasione della lezione inaugurale tenuta il 25 ottobre 2001 al Collège de France, Claudio Magris ha osservato che il modello di sviluppo della civiltà occidentale fa dire, con Svevo, che "la vita è oscurata dall'ansia del vivere".

Paul Farmer, medico e antropologo fra i fondatori dell'organizzazione internazionale Partners in Health e direttore dell'ospedale Bon Sauveur di Haiti, ha ricordato (Le Monde, 11 Novembre 2001) che malattie come la tubercolosi e l'Aids sono affrontate dal mondo occidentale in un'ottica orientata a gestire, più che a combattere alla radice, la povertà e le disuguaglianze sociali. E' in questo clima culturale che la discussione ha investito i fini stessi dell'impresa.

La teoria della "creazione di valore" non sembra esaustiva. Molti, con Amartya Sen, ritengono che il successo globale di un'impresa sia in larga misura un bene pubblico, da cui scaturiscono benefici collettivi. E questa consapevolezza porta con sé evidenti riflessi di natura etica, con lo spostamento dalla "virtù" aristotelica, intesa come capacità dell'uomo di essere migliore, all'etica weberiana della responsabilità.

L'affermazione, nell'impresa, di valori condivisi dal management come dai dipendenti non è di oggi. Essa, infatti, è alla base dei primi "codici di condotta" adottati da grandi gruppi multinazionali, come Johnson & Johnson, il cui famoso Credo risale al 1943, Hewlett-Packard, Merck, General Electric e molti altri.

Accanto a questi codici, spesso nati per reagire a scandali finanziari, vi è una seconda e più recente matrice che trae fondamento non tanto dalla pura e semplice ricerca dell'integrità quale valore-guida, ma piuttosto dalla crescente sensibilità ai profili di responsabilità sociale dell'impresa.

Nel giugno 2001 Air France ha adottato una Charte sociale et ethique allo scopo di affermare l'adesione a valori e diritti fondamentali in tema di salute, sicurezza, dignità del lavoro. La Charte di Air France ha anticipato di poco la pubblicazione, avvenuta a Bruxelles nel luglio 2001, del Libro Verde della Commissione CE sulla responsabilità sociale delle imprese.

Si tratta di un testo voluto per aprire una discussione (le osservazioni dovevano pervenire entro la fine del 2001) sul possibile contributo delle imprese a migliorare la società e l'ambiente, nell'interesse stesso degli operatori economici: si ipotizza, ad es., che applicare regole avanzate nel settore della formazione, delle condizioni di lavoro e dei rapporti tra la direzione e il personale possa migliorare la produttività.

La virtù, ha scritto Gustavo Zagrebelsky (Come si può essere repubblicani, in Lezioni per la Repubblica - La festa è tornata in città, a cura di Maurizio Viroli), è "una nozione che il repubblicanesimo giacobino ha reso sospetta, per il carattere intollerante che le ha conferito, e che quindi dobbiamo utilizzare con cautela". L'ammonimento è quanto mai appropriato.

Basta pensare ai recenti eccessi e alle violenze commessi nel segno della rivendicazione di una maggior giustizia distributiva, per avvertire come siano da evitare toni messianici; e però nel contempo come sia importante riaffermare l'importanza anche politica dell'atteggiamento altruistico, inteso come (ancora Zagrebelsky) "disponibilità a mettere in comune qualcosa di noi stessi, capacità, tempo, risorse materiali, per il bene di tutti: e in primo luogo per il bene di coloro che più hanno bisogno".

Affiora qui l'insegnamento di Guido Calogero sull'eticità come superamento del solipsismo, non a caso ricordato con vivido tratto da Carlo Azeglio Ciampi nelle pagine introduttive delle Lezioni, ove si sottolinea che "altrettanto importante del principio di libertà è il principio di giustizia, di giustizia sociale".

A più di duecento anni dall'aforisma di Adam Smith sul birraio che non per benevolenza vende la sua birra, ha un senso chiederci se altruismo e impresa siano termini incompatibili? In realtà proprio la globalizzazione dimostra che le imprese sono attori formidabili di un processo che potrebbe, pur sempre nella logica del mercato, rivelare la valenza economica espansiva dei comportamenti non egoistici.

È questo il terreno sul quale si misurano le opposte vedute di chi vorrebbe le imprese impegnate anche nella ricerca di una funzione etica; e di chi, al contrario (ad es. D. Anderson, Misguised Virtue: False Notions of Corporate Social Responsibility, Institute of Economic Affairs, London 2001), vorrebbe lasciare allle regole di mercato la funzione riequilibratrice delle disparità nei livelli di sviluppo.

È vero che, insegnava Einaudi, il mercato soddisfa domande, non bisogni. Ma qui non si tratta di ammiccare ai preconcetti ancor oggi alla base di un certo tipo di rifiuto intellettuale delle regole di mercato.

La questione è, semmai, non cadere nell'eccesso opposto, al punto da ignorare che il mercato da solo non è in grado di supplire, per dirla ancora con Amartya Sen, alla necessità vitale di "beni pubblici", come lo sono l'ambiente, la salute, l'integrità personale.

D'altra parte sarebbe opportuno ricordare, ogni volta che discutendo di Business Ethics si evoca il mercato, citando immancabilmente Smith e Pareto, che proprio il mercato, come la democrazia, è un sistema in continua evoluzione. Così che, in luogo di cercare ancoraggio in modelli classici e astratti, meglio varrebbe sforzarci di contribuire alla positiva trasformazione del modello che si evolve sotto i nostri occhi.

Nessuno pensa di confondere i ruoli e di attribuire alle imprese, con il pretesto dell'etica, un'indebita supplenza in compiti e funzioni che loro non appartengono. Ma è pur vero che quanto più le imprese avvertiranno l'importanza della responsabilità sociale, tanto più gli Stati e le Organizzazioni internazionali saranno efficaci attori primari nella lotta contro la povertà, la fame, le malattie.

E quanto più queste piaghe saranno efficacemente combattute, tanto più difficile sarà, per i profeti dell'odio, trovare adepti pronti a seminare terrore.

Avvocato in Torino

Fonte: La Stampa 29/1/2002