I numeri danno ragione alla globalizzazione

SOLO LO SVILUPPO DEI MERCATI CONSENTE IL PROGRESSO SOCIALE. MA LA POLITICA DEVE VIGILARE

di

GIAMPIERO CANTONI

Ci vorrebbe un filosofo. O magari uno psicologo. Il primo quesito da sottoporre loro sarebbe questo: perché nessuno crede più ai numeri? Perché, dopo che le ideologie nel 1989 sono state dichiarate morte e seppellite, c'è questo pregiudizio formidabile contro l'aritmetica? Parlo non di teoremi arzigogolati, ma del semplice conteggio delle cose. Sto affrontando il tema (l'avrete capito, non si discute d'altro in questo inizio di millennio) della globalizzazione. Comunque io ai numeri credo. Essi dicono: ci vuole più globalizzazione, più commercio, meno protezionismo. E qui subentra la necessità che la politica decida.

Si sono fronteggiate nei giorni scorsi due entità geografiche, che sono luoghi simbolici di idee opposte: Porto Alegre e New York. Nella prima città, come è stato raccontato in tutte le salse, c'erano gli uomini pensosi del destino del Terzo mondo. Insomma, la sinistra (a parte quella locale, la delegazione più nutrita in tutti i sensi era quella italiana). Titolo: World social forum. Sull'Hudson invece c'erano quelli che prima si davano abitualmente convegno a Davos, in Svizzera. Dunque a New York c'era il "cattivissimo" World economic forum. La mia tesi è questa: bisogna buttare giù i confini residui, se vogliamo salvare il mondo e noi stessi. E governare tutto questo con la politica.

Gli economisti, anche quelli che passano per vicini ai no global, come Dani Rodrik di Harvard, ammettono che "non esiste alcun paese che si sia sviluppato con successo girando le spalle al commercio internazionale". Si appoggiano a dati inoppugnabili.

Li ha sfornati di recente la Banca mondiale. Gli analisti hanno trascritto su una colonna i risultati conseguiti contro la povertà da 24 paesi detti "globalizzatori", vale a dire "aperti", non autarchici. Ci sono Cina, Messico, Ungheria. Raccolgono circa 3 miliardi di persone. Questi paesi che si sono esposti al vento della competizione mondiale sono cresciuti nell'ultimo decennio a una media annua del 5 per cento. Altri 60 paesi, con una popolazione di 2 miliardi, sono quelli in via di sviluppo e non globalizzatori (Africa, Medio Oriente): si sono fermati all'1 per cento di crescita.

Ma non è solo questione di ricchezza. Infatti, dove si è accettata la logica della globalizzazione, non sono aumentati solamente i livelli di reddito, ma sono cresciute anche l'aspettativa di vita e l'istruzione, obiettivi sociali insomma. Tutto il contrario di quanto è accaduto in Egitto, per esempio.

Conclusione? Bisognerebbe mettersi d'accordo: social and economic progrediscono insieme. Di certo se non si lascia il fiato all'economia, così da favorire il commercio nel mondo, gli obiettivi sociali vengono traditi.

La grande questione è un'altra, la globalizzazione a senso unico. I paesi del Terzo mondo sono soffocati nella crescita perché i paesi occidentali vogliono la globalizzazione degli altri. E sono protezionistici nel recepire merci che non siano materie prime.

Pensiamo alla contraddizione europea. A Porto Alegre ci sono gli agricoltori francesi che vogliono difendere con il localismo i loro formaggi e le loro carni. In tal modo condannano alla povertà proprio i popoli che potrebbero trovare in Francia e in Europa un mercato che li salverebbe.

Ecco perché occorre la scelta politica: più globalizzazione e meno egoismo nazionalistico. Per questo l'idea berlusconiana di nuovi piani Marshall in aree non globalizzate come il Medio Oriente può dare risultati economici, e alla fine, come dimostra la storia, sociali.

Nota a margine. Che tristezza vedere entrambi questi forum nelle Americhe. L'11 settembre ha finito per marginalizzare ancor più l'Europa. Europa che va globalizzata, resa meno isolazionista di quanto voglia l'asse franco-tedesco.

 

© Arnoldo Mondadori Editore-1999

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Fonte: Panorama 8/2/2002