LE MISERIE DI UN MONDO NO GLOBAL

 

di Gianni Riotta

"Siamo venuti per dichiarare che il G8 è illegale e i Paesi ricchi non hanno alcun diritto di decidere per il mondo intero", spiega Stephane Porion, protestando in piazza contro il meeting di Evian. E' la conferma che i contestatori sono gli ultimi, magari romantici, conservatori. Non solo, infatti, quelli che i giornali si ostinano ottimisticamente a definire "I Grandi" non riescono a prendere alcuna decisione, ma dalla loro impasse scaturisce male, non bene, per i poveri. La famigerata globalizzazione, che i cortei insultano lungo i bonari boulevard svizzeri, s'è fermata, e a farne le spese sono proprio i paria del pianeta. Deflazione, guerra in Iraq, gerontoeconomia in Germania e Giappone, Sars e dollaro anemico non diffondono i commerci e gli scambi di quello che Luttwak chiamava il "turbocapitalismo": li frenano. Il dialogo all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il " round Doha", per tagliare le tariffe va in panne e c'è pessimismo per il prossimo incontro a Cancun, in Messico, a settembre.

Gli europei combattono contro i cibi genetici, gli americani per il loro acciaio e tutti gli occidentali in difesa dei sussidi all'agricoltura, muro dorato di 300 miliardi di dollari l’anno che isola i poveri, battuti dalla concorrenza sleale a banane, riso, zucchero.
La globalizzazione diventa un castello di sabbia, da effimera spiaggia economica d’agosto. La Global Insight, compagnia di ricerca americana, calcola che nel 2000 le esportazioni hanno arricchito il portafoglio planetario del 20%, ma nel 2003 lo faranno solo del 18,8%. Circolano meno merci, la globalizzazione è in quarantena, anche se non lo leggerete sui pamphlet di denuncia tanto in voga, dove la verità cede il passo alla propaganda.

Il presidente francese Jacques Chirac ha invitato a Evian anche i leader di undici Paesi in via di sviluppo, inclusi Cina, India e Brasile, adottando l'idea di un "G24" lanciata da Renato Ruggiero, quando era a capo del Wto. Tra loro Luiz Inacio Lula da Silva, carismatico presidente brasiliano, l’ultimo dei ribelli, che sta operando con caparbia e pragmatismo. Non solo Lula è stato ben felice di sedersi al tavolo con i ricchi, ma ha già chiesto al presidente George W. Bush di rinnovare l’esperimento al G8 americano del 2004 (la Casa Bianca "ci penserà"). Lula ha compreso quel che i ragazzi dei cortei farebbero bene a comprendere, a loro volta, in fretta: la fine della globalizzazione non creerà la stagione del latte e del miele, ma nuova miseria. Se il mondo torna a isolarsi, per guerre e crisi economica, non sarà più giusto ed equo, ma più tetro e affamato. Lo sa il presidente messicano Vicente Fox che chiede "un’alleanza per la prosperità", lo sa il segretario dell’Onu Kofi Annan che invoca "maggiore accesso dei Paesi arretrati ai mercati globali". Il leader cinese Hu Jintao, "neogrande", lo sa e auspica "un ordine economico globale equilibrato e razionale".

Lo studioso Jean Pierre Lehmann calcola che, entro il 2010, settecento milioni di giovani del Terzo mondo entreranno nel mercato in cerca di un lavoro: più cervelli e braccia di quanti oggi siano all’opera in tutti i Paesi industriali del G8. In soli sette anni dobbiamo raddoppiare l’officina della Terra. Chiudendo le economie, come sognano, magari con cuore generoso, i cortei, non ce la faremo. E infatti Lula, ex descamisado in giacca e cravatta, rivendica la fine "dei sussidi dei Paesi ricchi, protezionismo nascosto che ci deruba del frutto del nostro lavoro". "Le superpotenze saranno credibili con i poveri solo quando apriranno i propri mercati" riconosce il quotidiano francese Le Monde .

La decisione del presidente Bush di concedere finalmente 15 miliardi di dollari per la lotta all’Aids e l’annunciata intenzione europea di fare altrettanto sono buoni segnali, sia pur tardivi. Da Evian esce l’immagine di un pianeta frenato e spaventato, dove i rischi non vengono più dal "turbocapitalismo" ma dal "nanocapitalismo", i leader, paralizzati dalle difficoltà, si chiudono in se stessi, gli scambi scemano, la cooperazione langue, 700 milioni di giovani dovranno scegliere tra salario e rivolta. E guerra e terrorismo minacciano di rivelarsi l'unico dialogo globale.

Fonte: Corriere della Sera 3/6/2003