Se la povertà
fa scandalo

Alla vigilia del G8 la povertà
è tornata a fare scandalo

di ADRIANO SOFRI

Fonte: Repubblica 17 luglio 2001


LO SVOLGIMENTO effettivo dei giorni genovesi avrà naturalmente una forte influenza: in particolare, il modo in cui vi si misurerà la questione della violenza e della polizia.
Ma il fervore senza precedenti che ha animato la vigilia del G8 ha già suscitato una serie ingente di conseguenze. Provo a stilarne un indice.

1. PER equivoco o generico che sia il binomio globalizzazione-antiglobalizzazione, è un fatto che per la prima volta dopo molto tempo il tentativo di una descrizione del mondo contemporaneo ha interessato una vasta opinione. La meritata diffidenza per le ideologie aveva trascinato con sé la rinuncia alle spiegazioni del mondo. La scoperta della complessità si era per lo più tradotta in un'adesione al dettaglio e un disinteresse agli orizzonti lontani. Che ora si è rovesciato in una rinnovata attenzione, curiosità e sensibilità. Rotolano in quest'ondata vecchie ideologie e scolastiche semplificazioni: ma non sono importanti. E' vero che la globalizzazione può fare le veci dell'imperialismo, l'attenzione alla povertà può fare le veci del terzomondismo, e così via. Ma sono travestimenti superficiali. 2. L'imminenza del G8 ha portato alla luce, piuttosto che quell'accezione spettacolare del "popolo di Seattle", la vasta e fattiva costellazione di attività e associazioni impegnate sulle grandi e piccole questioni del pianeta. Per converso, ha fatto risaltare la distanza e l'ignoranza di tanta parte della politica professionale nei confronti dei problemi del mondo. La politica professata si è precipitata a un corso di recupero. Buona lezione, da usare nella discussione sulla sua crisi. 3. C'è un rinnovato conflitto di generazioni. Esso è appena offuscato da una presenza larga, nel "movimento", di adulti e anziani, più appariscente fra maestri di pensiero, leader, cantanti e portavoce. In realtà, il connotato generazionale è il più profondo e promettente. E questa volta ci sono almeno due grandi novità. La prima, che fra adulti e giovani c'è una rottura tecnologica, cioè linguistica, cioè culturale, incomparabile con quella stessa del '68. La seconda differenza è nella mutata relazione demografica fra le classi di età. Il mondo di oggi è ancora sommariamente descrivibile secondo una divisione Nord-Sud, nella quale determinanti sono le opposizioni fra ricchezza e povertà, e fra longevità e giovinezza. I giovani dei paesi ricchi - di una parte di loro, naturalmente - sono stati finalmente raggiunti dalla notizia della fame, dell'ingiustizia e dell'assurdità del mondo. Gli adulti lo sapevano già, e dunque l'avevano dimenticato. Quando i ragazzi ricevono quest'ultima notizia, ne provano scandalo. Scandalo è una parola che hanno in comune con le Chiese: i ragazzi in modo fresco e sconvolgente, le Chiese per una consolidata competenza. Bisogna che gli scandali avvengano. 4. La posizione della Chiesa cattolica ha ora un rilievo diverso e inaspettato. L'appello alle ragioni dei poveri contro i ricchi e i potenti, ai diritti delle persone contro gli interessi del profitto, è da tempo esplicito negli interventi del Papa. Ma il coinvolgimento ampio delle gerarchie, a cominciare dal più vistoso, del cardinale Tettamanzi (il cui libro documenta peraltro un interesse non estemporaneo), segna un intervento della Chiesa assai più compromettente, e sembra impegnare il suo futuro post-wojtylano. E' significativo che una parte del mondo cattolico si sia aspramente risentita per questa compromissione istituzionale, cui ha rinfacciato una sudditanza alla sinistra politica. Errore, direi, di forte miopia e frettolosità, perché è almeno altrettanto plausibile che l'anticapitalismo, per così chiamarlo, della Chiesa, sia fatto per destituire ulteriormente l'identità tradizionale della sinistra politica. 5. Ne è un indizio, pur nella improvvisazione, la duttilità tentata dal governo, certo per merito di un navigatissimo Ruggiero, nei confronti del "movimento" e delle sue parole d'ordine -e di disordine. La contestazione della globalizzazione economica, una volta svincolata dall'ideologismo, è l'occasione per un rompete le righe tra destra e sinistra. In apparenza, è il contrario: e la sinistra più conservatrice può compiacersi di trovarvi un cambio d'abito, in extremis. Ma le schermaglie più immediate non contano molto. La destra non ammette la Tobin Tax, la sinistra ne fa la propria bandiera. Del resto, non è facile immaginare come il governo di centrosinistra, se fosse durato, avrebbe affrontato la gestione del G8: meno o più dialogo, meno o più polizia? La destra politica non è meno prigioniera della sinistra, oltre che di interessi materiali costituiti, di pregiudizi ideologici e riflessi condizionati. Il "trasversalismo" che l'annuncio ecologista si era ripromesso, e non ha saputo mantenere, è oggi alla portata di una politica fattiva, tanto più quanto meno in soggezione a pensieri e abitudini ereditate. 6. Restando sempre ai sinonimi da salvataggio di una sinistra conservatrice e trasformista, la "globalizzazione dei diritti" può sembrare un aggiornamento dell'internazionalismo. L'internazionalismo era un bel vangelo: peccato che venisse minato alle radici prima dalla complicità colonialista, poi dalla ricaduta nazionalista. Nella sua versione più dispotica e burocratica, quella del comunismo sovietico, servì a opprimere brutalmente le culture e gli spiriti nazionali, e in cambio esaltò lo statalismo. Rianimata nel caso drammatico dell'"ingerenza umanitaria", la devozione statalista alla sovranità nazionale cerca spazio in un modo di intendere la lotta alla globalizzazione selvaggia e multinazionale: la sede della legalità, cioè di una politica controllabile democraticamente attraverso parlamenti eletti, è lo Stato nazionale, mentre la strapotenza delle multinazionali e delle loro istituzioni autonominate (FMI, Bm, Wto, e a maggior ragione G7, G8 ecc.) abbatte le frontiere degli Stati e con esse la legalità e la democrazia. Il fatto che nel "movimento" siano fortemente presenti componenti a vario titolo "pacifiste" per ideologia, religiose o laiche, e perciò contrarie in principio a ogni impiego di una forza internazionale, complica ulteriormente questo strano attaccamento senile alle sovranità statali. 7. La questione dei confini è il cuore del problema. Ci sono guerre perenni condotte per fissare dei confini. E l'Europa di Schengen ha fatto cadere i propri confini, e ne ha drizzati di più rigidi verso gli stranieri poveri, chiamati perciò extracomunitari. All'opposto, merci e denaro (e le comunicazioni destinate al loro scambio) si muovono con indifferenza e insofferenza per ogni frontiera, mettendo a repentaglio economie, modi di vita e culture locali: ciò che induce a rivendicare la difesa dei luoghi delle tradizioni e delle culture. Ma il "movimento", erede prima di tutto della rivelazione ecologista degli anni '70, non dovrebbe dimenticare il modo peculiare in cui si manifestò al suo nuovo punto di vista la questione dei confini. Scoprì le piogge acide, e scoprì che le nuvole non rispettavano i confini. Non bastava ridurre il proprio inquinamento per proteggere le proprie foreste. La nuvola di Chernobyl non si fermò alle frontiere. Dunque il punto di vista ecologista - della salvezza della terra, cioè - metteva ragionevolmente in mora i confini. Solo che la storia doveva cedere un po' il passo alla geografia: al destino della terra. Il "movimento" che allora si rigenerava, o nasceva, e aveva nel suo cuore profondo l'aspirazione al cambiamento di vita, si misurava all'esterno con la necessità di sconfinare. Globale, si può dire che fosse la sua scoperta. E difficile: perché da allora in poi, per chi l'aveva scoperta, bisognava giocare su due tavoli, quello vecchio e quello nuovo. Quello vecchio era dei confini, dei partiti, delle parti - le classi, le nazioni, i sessi, le scuole filosofiche - quello nuovo era del pianeta -del genere umano e degli altri animali (così Leopardi, e prima di lui Denis Diderot), specialmente delle donne. Le concezioni universaliste immaginano una ventura umanità affratellata, ma sanno che strada facendo bisogna farsi diffidenti e cattivi. Il sogno dell'umanità affratellata solleva le canzoni dei ribelli, ma la prosa politica bada a smascherare l'inganno dell'umanità comune: di là i padroni, i potenti e i ricchi, di qua gli sfruttati, gli oppressi e i poveri. Bisogna darle sode, prima di poter saltar fuori dalle trincee e abbracciarsi in pace. La questione della violenza rinasce ogni volta da qui, nelle ideologie più machiavelliche e perfino nelle religioni più miti. L'ecologismo, e certe sue versioni che passano per catastrofiste sembrarono mutare i termini del sogno di un'umanità riconciliata e solidale. Non si trattava più di obbedire a una ardua legge divina dell'amore (mirabile, ma ritenuta poi inadatta a questo mondo) né di condurre alle ultime conseguenze una lotta di classe che, abolendo lo sfruttamento, liberasse con gli sfruttati l'umanità intera: programma ambizioso, che pretendeva di far leva sull'egoismo e sulla sua oggettiva trasformazione in altruismo. L'ecologismo era a metà fra sentimento religioso e ideologia politica: un forte senso del sacro, dunque di ciò che vale per sé, e non per me o per noi, e un lucido appello agli effetti di un modo di produrre, di consumare, di vivere in società. Scopriva la contraddizione di un modo di svolgimento della storia umana -il progresso, così si chiamava fino a un giorno fa - che la stringeva verso un vicolo cieco, scopriva la responsabilità dei potenti e dei superbi del privilegio, ma anche una corresponsabilità solida dell'intera specie umana - e insieme il suo destino comune. Noi abbiamo visto il triste trionfo del genere umano spinto fino alla capacità di distruzione della terra, il compimento alla rovescia della favola bella della creazione. Della distruzione attraverso lo scatenamento di una immane potenza militare, con l'atomica; e poi attraverso la semplice pacifica consumazione della vita quotidiana di una popolazione di miliardi. Abbiamo distrutto più foreste negli ultimi cinquant'anni che nei cinquantamila precedenti. Il primato della tutela della natura è un primato accordato alla fragilità contro la forza, alla diseconomicità contro il profitto oltranzista, al risultato differito contro il risultato immediato: è, in una parola, un lusso -ma un lusso necessario. Paradosso senza precedenti, che ciò che si può permettersi grazie al privilegio sia anche ciò che bisogna imporsi pena la rovina. La vecchia storia, la vecchia politica, meritano l'onore delle armi: ebbero la loro magnanimità. Quello che ne resta è polvere. Battersi, stare dalla parte giusta, vergognarsi della povertà altrui, sorridere dell'altrui potenza: doveri irrinunciabili. Ma vedere che un destino comune ci afferra, che siamo noi gli autori della nostra paura e della fine di tutto, fare come se fosse possibile confederarsi in un patto di mutuo soccorso, se non di amicizia per la vita e per la terra, non è materia per nuove canzoni. E' un'ispirazione preziosa per l'impegno civile, anche a proposito dei raduni del G8.