"DIAMO SCUOLE A QUEI MILIONI DI BIMBI POVERI"

di BILL CLINTON*

 

Questo nuovo secolo si pone un grande interrogativo: se per il genere umano l’età dell’interdipendenza sia un bene o un male. La risposta dipende da più fattori: dal fatto che noi delle nazioni ricche diffondiamo i vantaggi e riduciamo le tribolazioni del mondo d’oggi; dal fatto che le nazioni povere mettano in atto i cambiamenti necessari a rendere possibile il progresso; dal fatto che noi tutti si sappia sviluppare un livello di coscienza abbastanza elevato da comprendere quali siano i nostri obblighi e le nostre responsabilità reciproche. Non possiamo farcela se i poveri del mondo saranno guidati da personaggi come Osama Bin Laden, che crede di poter trovare la sua redenzione nella nostra distruzione. E non possiamo farcela se i ricchi saranno guidati da chi alimenta un miope egoismo e prospetta l’illusione che si possa sempre rivendicare per noi stessi ciò che agli altri si nega. Tutti noi dovremo cambiare.

Filosofi e teologi parlano da tempo di interdipendenza del genere umano. I politici ne parlano - abbastanza seriamente, almeno - dalla fine della Seconda guerra mondiale, da quando sono state fondate le Nazioni Unite. Ma la gente comune oggi la considera cosa assodata, perché l’interdipendenza pervade ogni aspetto della nostra vita. Viviamo in un mondo dove abbiamo abbattuto i muri, abolito le distanze, diffuso l’informazione.

Gli attacchi terroristici dell’11 settembre sono stati una manifestazione di globalizzazione e di interdipendenza tanto quanto l’esplosione della crescita economica. Non possiamo pretendere di avere tutti i vantaggi senza fronteggiare anche il rovescio della medaglia.

E’ molto importante quindi che l’attuale lotta contro il terrorismo sia considerata nel più ampio contesto della questione di come gestire la nostra mondiale interdipendenza.

*Ex presidente Usa

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BILANCIO DELL’INTERDIPENDENZA - Se il 10 settembre ci si fosse chiesti quali forze avrebbero più probabilmente dato forma all’inizio del XXI secolo, le risposte sarebbero state differenti, a seconda del luogo dove si vive.

Chi vive in un Paese ricco, ed è ottimista, avrebbe potuto rispondere: l’economia globale. Ha reso più ricchi i Paesi ricchi, e negli ultimi trent’anni ha sollevato dalla povertà più persone che in qualsiasi altro periodo della storia. I Paesi poveri che hanno optato per uno sviluppo aperto sono cresciuti due volte più velocemente dei Paesi poveri che hanno tenuto chiusi i loro mercati.

In seconda battuta si sarebbe potuto rispondere: l’esplosione dell’ information technology , perché aumenta la produttività che spinge la crescita. Per quanto oggi sia difficile crederlo, nel gennaio 1993, quando sono diventato presidente, nel World Wide Web c’erano soltanto cinquanta siti. Al momento in cui, otto anni dopo, ho lasciato l’incarico, ce n’erano trecentocinquanta milioni.

Una terza risposta avrebbe potuto essere: la rivoluzione in atto nel mondo scientifico, in particolare nelle scienze biologiche, che compete con le scoperte di Newton e di Einstein. La sequenzializzazione del genoma umano significa che nei Paesi con sistemi sanitari ben sviluppati le mamme si porteranno presto a casa dalla clinica neonati con un’aspettativa di vita di novant’anni.

Quarto, da un punto di vista politico, si sarebbe potuto dire che il fattore dominante del XXI secolo sarà l’esplosione della democrazia e della diversità. Per la prima volta nella storia dell’uomo più della metà della popolazione mondiale vive sotto governi che si è liberamente scelta, e nei Paesi con sistemi di immigrazione aperti e con economie di successo c’è stato un aumento mozzafiato nella diversità etnica, razziale e religiosa, a dimostrare che popoli di estrazione diversa con sistemi di convinzioni diversi possono vivere e lavorare insieme.

D’altra parte, chi viene da un Paese povero, o semplicemente è pessimista, avrebbe potuto rispondere che l’economia globale è il problema, non la soluzione. Metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno. Un miliardo di persone vive con meno di un dollaro al giorno. Un miliardo di persone tutte le sere va a dormire affamato. Un quarto della popolazione mondiale non beve mai un bicchiere di acqua pulita. Ogni minuto una donna muore di parto. La popolazione mondiale secondo le stime aumenterà del cinquanta per cento nei prossimi cinquant’anni, e quasi del cento per cento nei Paesi più poveri e meno capaci di gestire la crescita.

Ancora, si sarebbe potuto dire che nonostante la crescita economica e forse proprio a causa di essa, siamo destinati a essere distrutti da una crisi ambientale. Gli oceani, che ci forniscono la maggior parte dell’ossigeno, si stanno rapidamente deteriorando. C’è già una drastica carenza d’acqua. E l’effetto serra completerà la devastazione.

In testa all’elenco si sarebbe potuto mettere la crisi sanitaria a livello globale. Ogni anno una persona su quattro muore di Aids, di malaria, di tubercolosi e di infezioni legate alla diarrea, e quasi tutti sono bambini che non bevono mai un bicchiere di acqua pulita.

Solo di Aids sono morti ventidue milioni di persone e trentasei milioni hanno contratto il virus. Nei prossimi cinque anni, in mancanza di misure preventive, si prevedono altri cento milioni di casi.

Anche il 10 settembre, si sarebbe potuto ragionevolmente sostenere che il XXI secolo sarà definito dal connubio fra armi moderne e un terrorismo radicato in antichi odii di razza, di religione, di tribù, di etnia.

 

CHE FARE? - In primo luogo si deve vincere la battaglia contro il terrorismo.

Non ci sono scusanti al deliberato massacro di civili innocenti per motivazioni politiche, religiose o economiche. Il terrore circola da lungo tempo. L’Occidente non sempre è stato irreprensibile. Durante la prima Crociata, quando i soldati cristiani presero Gerusalemme, prima bruciarono una sinagoga con trecento ebrei e poi massacrarono tutte le donne e tutti i bambini musulmani sul Monte del Tempio. Oggi il mio Paese è la più antica democrazia del mondo senza soluzione di continuità. Eppure nacque con la schiavitù legalizzata, e da allora molti schiavi neri e nativi americani sono stati vittime del terrore e massacrati.

Non tutti coloro che sono in collera vogliono distruggere il mondo civile. Un sacco di gente è in collera perché vuole far parte del domani ma non riesce a trovare una porta aperta.

Mi sembra quindi fondamentale che non si possa avere un sistema di commercio globale senza una politica economica globale, senza una politica sanitaria globale, senza una politica educativa globale, senza una politica ambientale globale e senza una politica di sicurezza globale.

In realtà dobbiamo creare maggiori opportunità per chi è stato lasciato indietro dal progresso, riducendo il bacino dei potenziali terroristi attraverso un incremento dei potenziali partner. Per conquistare nuovi partner il mondo ricco deve accettare il proprio obbligo di promuovere maggiori opportunità economiche e contribuire a ridurre la povertà.

Per cominciare, dovrà esserci un’altra tornata di riduzione del debito globale. L’anno scorso gli Stati Uniti, l’Unione Europea e altre nazioni hanno concesso la riduzione del debito a ventiquattro Paesi fra i più poveri del mondo a condizione, e soltanto a condizione, che destinassero tutto il denaro all’educazione, all’assistenza sanitaria e allo sviluppo.

Come ha dimostrato l’economista peruviano Hernando de Soto, è possibile fare esplodere la crescita economica se le proprietà dei poveri vengono portate dentro il sistema legale, consentendo per esempio di acquisire titoli di proprietà sulle case, il che a sua volta permetterebbe di garantire il credito.

Un anno di scuola rappresenta fra il dieci e il venti per cento in più del reddito di una persona in un Paese povero. Ci sono cento milioni di bambini che non vanno mai a scuola, la metà nell’Africa sub-sahariana. In Pakistan il motivo principale per cui tutte quelle madrasse non insegnavano matematica ma promuovevano idee ridicole come quella che "l’America e Israele hanno riportato i dinosauri sulla terra per uccidere i musulmani" è che i pakistani negli anni ’80 hanno finito i soldi per le loro scuole.

Rispetto a quanto costerebbe combattere una nuova generazione di terroristi, mandare a scuola cento milioni di ragazzini nel mondo è una proposta economica. E lo si può fare. In Brasile, per esempio, il novantasette per cento dei bambini va a scuola perché il governo ogni mese dà dei soldi alle madri delle famiglie più povere purché mandino a scuola i loro figli.

La guerra in Afghanistan costa all’America circa un miliardo di dollari al mese. Con dodici miliardi di dollari all’anno l’America potrebbe pagare ben più della propria quota in ciascun programma fra quelli che ho ricordato.

 

OBBLIGHI DEI PAESI POVERI - Anche i Paesi poveri hanno un obbligo: fare avanzare la democrazia, i diritti umani e il buon governo. Le democrazie non sponsorizzano il terrorismo organizzato, ed è più probabile che rispettino i diritti umani.

A questo scopo, dobbiamo incoraggiare il dibattito in corso nel mondo musulmano, che da 1300 anni registra alti e bassi, sulla natura della verità, la natura della differenza, il ruolo della ragione e la possibilità di un cambiamento positivo non violento.

Colui che meglio e in modo più moderno ha saputo riconciliare fede e imperativi della vita moderna, re Hussein di Giordania, è scomparso purtroppo non molto tempo fa. Nel 1991 Hussein galvanizzò tutti gli elementi della società giordana offrendo un vero Parlamento, con elezioni eque, alle quali tutti, compresi i fondamentalisti, potessero partecipare purché d’accordo a non limitare i diritti altrui.

Non è un caso che la Giordania, un Paese povero, un Paese giovane, un Paese a maggioranza palestinese, un Paese piccolo in una posizione geografica delicata, sia tuttavia il Paese più politicamente stabile dell’odierno Medio Oriente. Chi di noi vuole avere un buon rapporto con il mondo islamico deve appoggiare questo tipo di moderazione e di orientamento verso la democrazia.

 

L’ISLAM NON E’ IL NEMICO - Il presidente George Bush ha messo in chiaro che l’America e l’Occidente non sono i nemici dell’Islam. Dobbiamo ricordare ai musulmani nel mondo che l’ultima volta che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno usato la loro potenza militare è stato per proteggere le vite dei poveri musulmani della Bosnia e del Kosovo; che diciotto americani hanno perso la vita in Somalia per cercare di arrestare Mohammed Farah Aidid che aveva assassinato ventidue pakistani della forza di pace delle Nazioni Unite.

Dobbiamo dire ai musulmani in collera una cosa che sembrano non sapere: nel dicembre 2000 gli Stati Uniti avevano proposto un accordo che, nei termini più completi, prevedeva uno Stato palestinese nella Cisgiordania e a Gaza nonché la tutela degli interessi palestinesi e musulmani a Gerusalemme e sul Monte del Tempio. Israele aveva accettato il piano, l’Olp ha detto di no.

Per dimostrare che l’Islam non è il nostro nemico, l’Unione Europea e gli Stati Uniti devono rimettersi a lavorare per costruire una pace giusta e duratura in Medio Oriente.

 

UNA STRADA DIFFICILE - Se l’interdipendenza dovrà diventare un bene anziché un male per il XXI secolo, è necessario riconoscere che la nostra comunanza di esseri umani è molto più importante delle nostre differenze. E’ questa la lotta per l’anima del XXI secolo. La storia però ha dimostrato quanto questa idea sia difficile da realizzare.

Durante la mia vita, Gandhi è stato ucciso non da un musulmano in collera ma da un indù, in collera perché Gandhi voleva un’India per i musulmani, per i giainisti, per i sikh e per gli indù. Anwar Sadat fu ucciso vent’anni fa non da un commando israeliano ma da un egiziano in collera, che non considerava Sadat un buon musulmano perché voleva secolarizzare l’Egitto e fare la pace con Israele. E il mio amico Yitzhak Rabin, uno dei più grandi uomini che abbia mai conosciuto, è stato ucciso non da un terrorista palestinese ma da un israeliano in collera, che non considerava Rabin un buon ebreo o un israeliano fedele perché voleva rinunciare a una vita di uccisioni in cambio di una pace sicura che desse ai palestinesi una patria e riconoscesse i loro interessi a Gerusalemme.

Chi di noi è stato più avvantaggiato, dev’essere in prima linea nel fare di questo mondo senza muri una casa per tutti noi.

2002 Global Viewpoint

Distribuito dal Los Angeles Times Syndicate

International (Traduzione di Monica Levy)

Fonte: Corriere della Sera 9 gennaio 2002