Le Principali sfide economiche della mondializzazione attuale

Riccardo Petrella

Consigliere alla Commissione europea, Professore all'Università Cattolica di Lovanio

Fonte: www.attac.org

 

Comincerò descrivendo quel che è, a mio avviso, la mondializzazione attuale (sezione1).

Analizzerò le sei principali sfide economiche che pone la mondializzazione attuale (sezione 2).

Terminerò esaminando le possibilità concrete di azione per sormontare le sfide e promuovere una mondializzazione diversa dall'attuale (sezione 3).

Come avrete notato, ho insistito particolarmente sull'aggettivo attuale perché vorrei prima di tutto sbarazzarci di una mistificazione maggiore intrattenuta dai gruppi dominanti, e cioè che non si può essere contro la mondializzazione poiché essa esiste e costituirebbe un fenomeno inevitabile.

La mondializzazione, ha affermato Henry Kissinger, è come la pioggia: "è possibile evitare la pioggia?" ha esclamato!

Orbene, questa tesi è doppiamente mistificatrice : da un lato, essa vuol far credere che la mondializzazione attuale sarebbe un fenomeno "naturale", iscritto nel senso "naturale" della storia. Non si potrebbe quindi andare contro natura; dall'altro essa stabilisce una relazione falsa facendo credere che "essere contro la mondializzazione attuale significa essere contro la mondializzazione".

In realtà, la mondializzazione attuale non è e non sarà la sola forma possibile di mondializzazione. L'opposizione alla mondializzazione attuale concerne i principi fondatori, le finalità e le modalità dei procedimenti attuali della mondializzazione. Ciascuno di noi può concepire diversamente la mondializzazione. Personalmente, sono favorevole ad una mondializzazione del tutto diversa che cercherò di esplicitare, con precisione, nella terza sezione.

 

LA DEFINIZIONE DELLA MONDIALIZZAZIONE ATTUALE

Prima definizione

Come prima approssimazione, fondata su una "fotografia" che sia la più fedele possibile (secondo i miei "punti di vista") dei fatti osservabili, si può dire che la mondializzazione attuale è l'insieme dei procedimenti che permettono di

 

Seconda definizione

Con un approccio che vada al di là dell'osservazione "fotografica" si può arricchire - rendendola un po' più "vera" e vicina alla realtà dinamica - la descrizione di quel che è la mondializzazione attuale, dicendo che essa è un insieme di principi ideologici, di concezioni teoriche e d'istituzioni e meccanismi (tali quali l'Organizzazione Mondiale del Commercio, il Fondo Monetario internazionale, la Banca mondiale, …) fondato sul primato di tre poteri:

Questi tre poteri trovano la loro LEGITTIMITA' unicamente nel fatto che la loro funzione è di essere al servizio della massimizzazione dell'utilità individuale degli agenti "economici" (il produttore, il consumatore, l'azionista), e nella giustificazione che danno alla lotta per la sopravvivenza tra interessi individuali conflittuali (da cui il principio di COMPETITIVITA' grazie all'uso della SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA in una logica di sostituzione dei procedimenti, dei prodotti e dei servizi esistenti).

 

 

Terza definizione

I principi ideologici, le concezioni teoriche e le istituzioni ed i meccanismi messi in opera, che abbiamo rapidamente menzionati e di cui si tratterà nella sezione 2, mostrano che, in ultima analisi, la mondializzazione attuale può essere considerata soprattutto come la narrazione del mondo e della società oggi dominante, sviluppata e diffusa da una nuova classe tecnico-scientifico-capitalista mondiale che si è imposta a partire dagli anni '70 come la classe "proprietaria" dei sapere e dei mezzi di potere finanziario, grazie al congiungimento, tra gli altri, di quattro fenomeni maggiori, e cioè:

 

In effetti, questa nuova classe mondiale ha trovato nella potenza stato-militare nazionale degli Stati Uniti, e delle loro reti, il sostegno politico-istituzionale del suo dominio. Non è puro caso se questo dominio si esprime, tra l'altro, da quindici anni a questa parte, via l'emergere ed il consolidarsi del fatto imperiale americano.

Questa mondializzazione ha sollevato e solleva per ogni paese, città, regione e per ogni gruppo sociale organizzato, sei principali sfide economiche che, per loro natura, sono profondamente "politiche".

 

 

LE SEI SFIDE ECONOMICHE

La scelta delle sei sfide (tabella 1) è, beninteso, soggettiva senza esser pertanto arbitraria. E' determinata in funzione di una visione della società e del mondo che non è praticamente espressa né nei principi ispiratori né nel funzionamento concreto della mondializzazione attuale. Certo, altre sfide esistono. Inoltre, altre analisi potrebbero definire altrimenti queste stesse sfide. Mi sembra pertanto che le sfide elencate qui di seguito siano le più significative rispetto all'obbiettivo della promozione di un'altra mondializzazione.

 

 

Tabella 1 : Le sei principali sfide economiche della mondializzazione attuale

 La vittoria di una nuova "narrazione dell'economia" e, su tale base, della società e del mondo (Nuove tecnologie +mondializzazione = nuova economia)

 L'asservimento della tecnologia agli interessi del capitale (Paradigma dell'offerta competitiva e logica di sostituzione)

 Il primato del capitale in quanto parametro di definizione del valore. La regolazione via il capitale. (Affermazione del principio che la proprietà dei guadagni di produzione appartiene al capitale)

 La riduzione della persona a "risorsa umana" (Il post-fordismo neo-taylorista)

 La mercantizzazione di ogni espressione ed esperienza umana (I mercanti "everywhere, anytime")

 Il discredito della "res publica" ed il rigetto dei beni comuni. (L'economia dell'individualismo conquistatore ed escludente. "Etica "della sopravvivenza").

 

  1. La nuova narrazione
  2. La prima sfida è rappresentata dalla necessità e l'urgenza di liberarsi dal dominio della nuova grande narrazione che pretende aver portato sul fonte battesimale la nascita di una nuova economia (e, quindi, si afferma, di una nuova società) in concomitanza con l'inizio del XXI° secolo che sarebbe già nato alla fine degli anni '80 - inizio degli anni '90.

    La nuova economia sarebbe la figlia nata dal matrimonio tra la rivoluzione scientifica e tecnologica, esplosa particolarmente a partire dagli anni '70 grazie alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (da cui le tesi ripetute da tutti i nostri dirigenti sulla "e-economia", l'"e-commercio", l'"e-impresa", la "e-formazione", la "e-musica", …) e della mondializzazione (liberalismo, sregolamentazione, privatizzazione, competitività).

    La nuova economia (nuova società) si considera nuova perché si proclama "l'economia dell'informazione" (società dell'informazione) e/o "l'economia della conoscenza" (società della conoscenza) per dire che la principale fonte della creazione e della produzione della ricchezza sarebbe oggi l'informazione e/o la conoscenza.

    Nessuno potrebbe negare il fatto che, nella maggior parte dei prodotti e dei servizi prodotti dalle, e per essere consumati dalle, popolazioni più ricche del mondo (che costituiscono una piccola frazione della popolazione mondiale +/- 12% nel 1997), la parte del costo dipendente dai fattori detti immateriali è considerabilmente e rapidamente aumentata nel corso degli ultimi 25 anni, mentre quella legata ai fattori detti materiali è massicciamente diminuita.

    In cosa, tuttavia, l'economia attuale è nuova e avrebbe generato una nuova società ? Sul piano tecnologico, è incontestabile. Sul piano dei meccanismi finanziari la cosa è certa. Sul piano dell'organizzazione e della gestione delle imprese, è evidente.

    La situazione diventa sempre più sfumata, complessa e addirittura differente se si considerano altre dimensioni e altre variabili.

    L'economia attuale non è affatto nuova dal punto di vista delle dinamiche di creazione di ineguaglianze e di impoverimento.

    Anzi , è anche in regressione rispetto all'economia degli anni '50 e '60. Ha accentuato negli ultimi anni la riduzione della persona umana a "risorsa umana".

    Lungi dall'aver allargato il campo dell'umano e del sociale essa ha tendenza a "reificare", a ridurre tutto (ivi compresa ogni specie vivente) ad una mercanzia. Anch'essa mercanzia, la conoscenza è divenuta oggetto di appropriazione privata generalizzata. D'allora in poi,, la "nuova" economia non ha fatto che ridare forza e potenza al capitale e ai suoi detentori privati, accentuando l'esproprio della democrazia rappresentativa, diventata sempre di più un simulacro. La "nuova" economia ha gettato alle ortiche i principi della sicurezza sociale collettiva e, in un certo modo, solidale, per sostituirla (pensiamo ai regimi di pensione per capitalizzazione) con dei principi d'individualizzazione atomizzata della sicurezza, dipendente dal valore del capitale posseduto. D'allora in poi, ovunque, il tempo di vivere è tornato a proporzioni incongrue mentre il tempo di lavoro (detto "scelto"), dai mille statuti, non ha fatto che aumentare. Sembrerebbe, secondo i grandi quotidiani americani come il New York Times di settembre 2000, che gli Americani degli Stati Uniti abbiano sempre meno tempo per dormire e per mangiare a mezzogiorno, perché devono lavorare di più. Eccoci in piena regressione storica. Aldilà dell'asservimento della tecnologia agli interessi del capitale

     

  3. La seconda sfida consiste nello sviluppo della scienza e della tecnologia al servizio del benessere sociale collettivo.
  4. Si sa che la scienza e la tecnologia sono regolarmente e sistematicamente asservite principalmente al potere militare ed economico, ma anche politico, religioso, …

    Esistono tuttavia periodi nei quali un tale asservimento avviene nel quadro di scelte di società più generali animate dal primato accordato allo sviluppo del benessere collettivo. Cosi' fu, per esempio, il periodo degli anni '50 e '60 nel corso della seconda metà del XX° secolo. Dagli anni '70 in poi la situazione è cambiata. La scienza e la tecnologia sono (ri)diventate, in modo apertamente dichiarato, strumenti messi al servizio prioritario degli obbiettivi economici degli agenti privati (le imprese). Da una ventina d'anni a questa parte, il ruolo attribuito alle politiche pubbliche di ricerca e sviluppo e di innovazione tecnologica è di contribuire al miglioramento della competitività delle imprese del paese. Questo vale, evidentemente, ancor più per le politiche private di ricerca e sviluppo e di innovazione delle imprese stesse, ed in un senso ancor più preciso, che è quello di contribuire al miglioramento dei tassi di rendimento del capitale finanziario dell'impresa. Aderendo completamente alla sottomissione della scienza e della tecnologia all'imperativo della competitività e del miglioramento del rendimento del capitale finanziario privato, le classi dirigenti politiche attuali di ogni paese sono convinte che il miglioramento della competitività (per il prezzo, la qualità, la varietà, la flessibilità) delle imprese del paese è lo strumento più efficace per elevare il benessere economico (e quindi sociale, dicono) della popolazione di cui sono responsabili sul piano politico. E sono perciò convinte che il continuo aumento del rendimento privato del capitale finanziario è una condizione necessaria per mantenere una capacità "nazionale" collettiva d'innovazione scientifica e tecnologica.

    Ciò facendo, le dette classi dirigenti restano iscritte in una visione fondamentalmente produttivista e finanziaria della scienza e della tecnologia. Il chè spiega il primato dato (rispetto alla domanda della società collettiva) all'offerta privata di prodotti e di servizi considerati più competitivi, come anche la cultura guerriera, conquistatrice, delle politiche scientifiche e tecnologiche di oggi (secondo il principio di sostituzione che domina la politica dell'offerta).

    Non c'è praticamente bisogno di dimostrare che la scienza e la tecnologia attuali, per esempio nel campo della salute, non sono sviluppate ed utilizzate per combattere le malattie di coloro che nel mondo ne hanno bisogno, ma principalmente per permettere a tale conglomerato mondiale farmaceutico di produrre un prodotto migliore in termini di prezzo, di qualità e di funzioni che quello esistente (del concorrente) sui mercati solvibili e più redditizi (cioè per la popolazione più ricca del mondo), con lo scopo di sostituirlo e conquistare quindi il mercato. Le malattie che vengono curate sono le malattie delle popolazioni ricche che permettono un maggiore rendimento del capitale. Lo stesso accade nel campo dell'alimentazione, dell'educazione, dell'energia.

    Se la scienza e la tecnologia attuali fossero realmente messe al servizio del benessere della gente, l'industria farmaceutica come l'industria agro-alimentare avrebbero contribuito negli ultimi trent'anni, se non a sradicare la fame e le malattie, almeno a ridurre considerevolmente il numero degli affamati e dei malnutriti strutturali e a vincere le malattie generiche epidemiche come la malaria. Orbene, negli ultimi trent'anni è avvenuto il contrario.

    Beninteso, resta sempre possibile definire una politica della scienza e della tecnologia messe al servizio prioritario del diritto alla vita (accesso all'acqua, alla salute, all'alimentazione, …) degli 8 miliardi di esseri umani che abiteranno il nostro pianeta nel 2020.

  5. Il capitale, parametro di definizione del valore
  6. La terza sfida si pone rispetto alla scelta effettuata dalla fine degli anni '70 dalle classi dirigenti dei paesi "occidentali" e consistente ad attribuire ai detentori del capitale finanziario la proprietà dei guadagni di produttività Un tempo, nel quadro dello Stato del Welfare, i guadagni di produttività erano in un certo senso proprietà "collettiva". Erano "socializzati". Erano oggetto di una politica pubblica di produzione e di governo dei meccanismi della contabilità, della colletta e della ridistribuzione. Questo tramite la politica fiscale nazionale, i regimi pubblici di cassa malattia, pensione, disoccupazione, uguale opportunità.

    A seguito della liberalizzazione dei movimenti dei capitali, dei beni e dei servizi nonché della sregolamentazione delle attività economiche e della privatizzazione di interi settori dell'economia, lo Stato ha elargito al capitale privato la proprietà dei guadagni di produttività ed ha accordato ai mercati finanziari la funzione di decidere in materia di ridistribuzione di tali guadagni. Questo mutamento ha preso una svolta del tutto particolare a seguito dell'estensione ad ogni campo, ivi compreso il vivente, delle regole relative ai Diritti di Proprietà Intellettuale. Ultima decisione in ordine di data quella del governo americano dell'inizio gennaio 2001 che autorizza la brevettabilità dei geni umani a scopi terapeutici.

    In questo contesto, il valore della risorsa, del bene, del servizio, si misura oggi attraverso il suo contributo alla creazione di più valore del capitale, in particolare finanziario, la mercantizzazione si traduce nella trasformazione del capitale in parametro principale di definizione del valore.

    Se queste evoluzioni non vengono modificate, la privatizzazione del politico e la privatizzazione della vita diventeranno le principali caratteristiche delle società dell'inizio del 3° millennio.

     

  7. La trasformazione della persona in "risorsa umana"
  8. La quarta sfida riguarda l'esproprio della persona umana ridotta, fin dagli anni '60, a "risorsa umana". Ciascuno di noi non è più una persona. Siamo tutti diventati "risorse umane" il cui diritto all'esistenza è funzione del grado di utilità (impiegabilità e rendimento) per il capitale. Finché una "risorsa umana" è utile alla produzione di ricchezza, essa avrà diritto ad un introito e ad una rispettabilità sociale. Questi "diritti" le vengono tolti non appena essa diventa meno redditizia (non fosse che rispetto ad un'altra "risorsa umana" di un altro paese).

    La peggiore delle situazioni per una "risorsa umana" è di diventare una "risorsa" le cui competenze sono obsolete e di non essere "riciclabile" al momento giusto, al posto giusto, per il compito giusto (sia perché troppo vecchia, sia perché il suo riciclaggio costa troppo al datore di lavoro, sia per altri motivi,…)

    In tal caso essa viene esclusa dal circuito produttivo redditizio, il che riduce la sua capacità ad essere un consumatore solvibile e a divenire un azionista interessante. Nella società attuale essa non è più niente. In questo contesto, la principale funzione che viene attribuita al sistema di educazione e di formazione, in particolare alla formazione permanente continua, è quella di formare le risorse umane le più qualificate di cui le imprese "del paese" hanno bisogno per assicurare la competitività sui mercati mondiali.

    La soluzione di questa sfida comporta, per via di conseguenza e tra gli altri, una ridefinizione generale delle finalità e dei principi d'organizzazione del sistema di educazione e di formazione. Essa implica una riappropriazione dello statuto di persona, in opposizione alla "reificazione" dell'umano e del sociale operata dalle nostre società "sviluppate" attraverso la tecnologizzazione e la mercantizzazione della condizione umana.

     

  9. La mercantizzazione di tutto
  10. Ed arriviamo alla quinta sfida. Essa si definisce con il fatto che, a seguito della tecnologizzazione della condizione umana, quasi tutte le esperienze umane e sociali (la salute, l'educazione, l'acqua,…) sono state ridotte ad un oggetto di scambio (una cosa) che si può vendere e comprare.

    Non esiste praticamente più nessuna forma di vita umana che sfugga al dominio della logica tecnico-mercantile. E' quel che si può designare come la mercantizzazione dell'umano, del sociale, della vita. La mercantizzazione della cultura ha raggiunto una fase molto avanzata.

    Quella dell'educazione ha compiuto un passo significativo all'occasione del primo "Mercato Mondiale dell'Educazione" che si è tenuto in maggio del 2000 a Vancouver. La mercantizzazione dell'acqua ha avuto, con l'arrivo al potere negli anni '80 di Reagan e di Tatcher, un impulso molto forte che sta trovando in Europa un'accelerazione notevole con la creazione di un unico mercato europeo integrato. La mercantizzazione del vivente (dalla proliferazione degli OGM alla brevettabilità dei geni umani) è da poco iniziata in pompa magna.

    La "società di mercato" (ricordiamoci del "potere del mercato" al quale ci si riferiva nella sezione 1) è la forma caratteristica della società occidentale di oggi. Con la sua pretesa a basarsi sul mercato globale, essa si dice universale e universalizzabile, mentre non è che una società totalitaria che non ammette l'esistenza di altre forme sociali. Queste ultime non sarebbero che "deviazioni" rispetto al modello "naturale" della società di mercato.

    La mercantizzazione significa che ogni espressione umana deve vedersi attribuito un "valore economico", se deve avere un valore. Il valore economico è espresso da un prezzo di mercato. Il prezzo di mercato non può che essere "giusto". Il "giusto" prezzo di mercato non può stabilirsi, dicono, che sulla base del principio del recupero del costo totale da parte del capitale e questo permette di ottenere il plusvalore che esso considera indispensabile.

    Da quando la mercantizzazione delle nostre società si è imposta nel corso degli anni '80 e '90, tutti gli indicatori macro-economici e sociali hanno dimostrato il ritorno all'aumento delle ineguaglianze socio-economiche e del potere di decisione tra i paesi e, tra le regioni e gruppi sociali, in seno ad uno stesso paese.

    I rapporti annuali sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano lo dimostrano con abbondanza di dati. Come pure i rapporti pubblicati dalla Banca Mondiale, la CNUCES, la FAO, l'OMS e l'UNESCO. Non è più necessario dimostrare le devastazioni socio-economiche operate dalla mercantizzazione delle nostre società negli ultimi 25 anni. Quelle operate sul piano ambientale non sono state di minore importanza. Purtroppo la sola risposta che hanno saputo dare i dirigenti della società del mondo, in particolare gli Stati Uniti, a tutti i rapporti scientifici e alle molteplici sirene d'allarme - da almeno la fine degli anni '60 - sul crescente deterioramento dello stato ambientale del nostro pianeta, ivi compresi gli ultimi rapporti sul clima mondiale dell'International Panel on Climate Change presentato al vertice dell'Aia in novembre 2000, è stata una riaffermazione della loro fede e della loro fiducia nei meccanismi di mercato (come il mercato mondiale delle emissioni) per la soluzione della "crisi ambientale mondiale".

    La mercantizzazione significa anche che l'attività di produzione di plusvalore del capitale non potrebbe essere sottoposta - a quel che dicono i nostri dirigenti - a limitazioni reali nello spazio e nel tempo. Il funzionamento del mercato deve essere possibile ovunque (anywhere) e sempre in permanenza (anytime). Non si potrebbe quindi, pretendono, limitare i voli notturni degli aerei da carico di DHL, TNT, con il pretesto che questi voli danneggiano la salute delle persone residenti in prossimità degli aeroporti (rumori, perdita di sonno). La salute di alcune decine di migliaia di persone non può - si afferma - impedire il capitale di produrre "della ricchezza" che va a beneficio - dicono - di centinaia di migliaia e di milioni di persone.

     

  11. Il discredito della cosa pubblica (res publica)

Infine, la sesta sfida proviene dal discredito nel quale i nostri dirigenti sono riusciti a far cadere, nell'opinione pubblica, il politico, la "res publica" ed i beni e servizi pubblici, a beneficio dell'esaltazione dell'individualismo.

Nel corso degli ultimi trent'anni è la classe politica stessa che ha "gettato lo Stato alle ortiche". Essa dà ormai l'impressione (ma è solo un'impressione ?) di considerare

 che quel che è pubblico, lo Stato, la funzione pubblica sono sinonimi di burocratizzazione, di pesantezza e lentezza di decisione, di inefficacia;

 che è urgente abbandonare il concetto di sicurezza sociale collettiva e di "protezione sociale" e che è necessario, al contrario, stimolare l'iniziativa e la responsabilità individuale e che, a tale scopo, lo Stato deve passare dallo "Stato del Welfare" allo "Stato sociale attivo" dove il ruolo dello Stato consisterebbe piuttosto nella creazione di un contesto regolamentare favorevole all'empowerment individuale;

 che il miglior modo di assicurare l'accesso di tutti ai beni vitali considerati in altri tempi come "pubblici", "collettivi", è di lasciar agire i meccanismi di mercato ed abbandonare il principio della proprietà comune, sociale, dei beni e dei servizi "collettivi";

 che "l'era del governo" da parte delle istituzioni politiche è finita e che è necessario passare all'era del governo nella quale, secondo le tesi oggi dominanti, sarebbe l'insieme degli attori della società (gli attori economici, gli attori politici pubblici, gli attori della società civile,…) ad assicurare la gestione "politica" della società nel quadro di reti di informazione, di comunicazione e di decisione spontanee, flessibili, cangianti, autoregolate. In questo quadro lo Stato sarebbe uno degli attori, messo sullo stesso piano che gli altri attori. Alla democrazia rappresentativa si dovrebbe sostituire la democrazia delle reti.

Come si vede, le sfide che pone la mondializzazione attuale sono molto importanti e comportano considerevoli derive, in particolare sul piano politico, sociale, economico ed etico.

 

 

PER UNA "MONDIALIZZAZIONE DIVERSA"

Una narrazione alternativa. Una vita sicura per tutti: la vera ricchezza del mondo.

I dominanti credono nell'inevitabilità dell'incertezza (specialmente dei diritti), in quanto caratteristica generale e universale della società, e in quella della transizione dal sistema dei diritti-doveri a quello dell’incentivazione/disincentivazione dell'interesse individuale. Invece, i contadini del Brasile, riuniti nel Movimento dei Senza Terra, i contadini dell'India, che hanno lottato, con successo, contro l'arroganza della Monsanto, che, con i suoi brevetti, si era impadronita delle sementi locali e aveva preteso di venderle alla gente del posto, sterilizzandole con il cosiddetto metodo "Terminator", gli operai della Corea del Sud, le popolazioni dell'Indonesia, le associazioni delle madri cilene dei desaparecidos sotto Pinochet, le associazioni che, in Québec, lottano contro i progetti di privatizzazione dell'acqua potabile e quelle che sono riuscite a bloccare la privatizzazione dell'acqua nei Paesi Bassi, le migliaia di cittadini membri della nuova associazione francese ATTAC, mostrano - se ancora ve ne fosse bisogno - che quello che interessa in primo luogo i cittadini dei diversi paesi non è né la competitività delle imprese, né la redditività del capitale, ma una vita sicura per tutti. Una sicurezza di vita che presume il diritto di accedere ai mezzi che permettono di soddisfare i bisogni elementari comuni a tutti.

La sicurezza da tutti i punti di vista: sicurezza fisica individuale (accesso all'acqua, diritto alla casa, protezione contro i rischi di infortuni naturali e contro le aggressioni degli altri esseri umani), sicurezza di gruppo, militare e ambientale (difesa contro le eventuali aggressioni di altri popoli e protezione/copertura contro le catastrofi "naturali", create e/o agevolate sempre di più dall'operato dell'uomo), sicurezza alimentare (non dipendere strutturalmente dal commercio per provvedere all'alimentazione vitale di base della popolazione di un paese; possibilità di proteggersi contro le manipolazioni alimentari), sicurezza culturale (libertà di sviluppare la propria identità culturale e rispetto di quella degli altri, dialogo e cooperazione tra culture), sicurezza economica (nessun potere finanziario o economico ha il diritto, con i propri atti, volti a massimizzare i propri interessi, di destabilizzare o di mettere in crisi l'economia di una popolazione), sicurezza delle libertà (contro gli abusi e le violazioni derivanti dalle tecnologie genetiche e dalle tecnologie dell'informazione).

Ora, tra meno di 25 anni (verso il 2020-2025), la popolazione mondiale sarà pari a 8 miliardi di persone (se, nel frattempo, epidemie, carestie e guerre non avranno modificato questi dati). Il vero problema per la società mondiale e per l'economia mondiale odierna non è quello di assicurare l'integrazione/adattamento competitivi delle economie locali efficienti nel mercato mondiale, ma quello di sapere con quali altri principi, quali altre regole e quali altre istituzioni, diversi da quelli dell'economia di mercato capitalista, gli 8 miliardi di persone potranno essere protagonisti, cittadini degni di chiamarsi esseri umani, perché saranno in grado di darsi (e non di ricevere) i mezzi per soddisfare i loro bisogni elementari per una vita sicura ?

In altre parole, il problema è di sapere su quali basi e con quali strumenti si possa costruire il vivere insieme di 8 miliardi di individui e, quindi, la ricchezza mondiale comune.

Un'utopia possibile: il contratto sociale mondiale. Fondarsi su altre priorità. L'acqua, ad esempio, il disarmo finanziario, il GATCH (General Agreement on Technological Change - Accordo generale sul mutamento tecnologico).

Per questo, occorre innanzitutto rifiutare la retorica dominante, le sue parole chiave, i suoi simboli, tra cui, in primo luogo, la competitività.

Dato che l'economia di mercato mondiale non è in grado di creare la ricchezza comune mondiale, perché l’obiettivo che persegue è l'espansione continua della ricchezza privata (il plusvalore del capitale privato), è legittimo e giusto che i cittadini le rifiutino il potere di governare l'economia mondiale. È una mistificazione credere che la competitività possa essere compatibile con la coesione sociale e con la solidarietà. La competitività porta con sé una logica di guerra per la sopravvivenza. È fondata sull'esclusione dei meno competitivi.

La ricchezza mondiale comune non può svilupparsi attraverso guerre tecnologiche, commerciali, finanziarie, economiche. Al contrario, il suo sviluppo richiede che si (ri)inventino nuove forme di economia mutualistica, cooperativa, solidale, nel quadro di un "contratto sociale mondiale" e di un nuovo assetto politico mondiale strutturato attorno ad un sistema cooperativo di governo decentrato e diversificato.

Contratto sociale mondiale significa definire e attuare quattro contratti principali:

 il contratto dell'avere

 il contratto culturale

 il contratto democratico

 il contratto della Terra.

L'esempio dell'acqua è emblematico. L'acqua potabile sana è attualmente un bene vitale che manca a 2 miliardi di persone. Ora, i dirigenti del mondo sviluppato tendono ad imporre la privatizzazione dei servizi idrici come soluzione alla penuria crescente di acqua, la cui rarità è dovuta soprattutto ai fenomeni di inquinamento e di consumo delle risorse disponibili, provocati dall'agricoltura - specialmente dall'irrigazione - (il 70% dei prelievi totali mondiali di acqua dolce) e dalle attività industriali (il 20% dei prelievi mondiali); entrambe sono sottoposte completamente alla logica del capitale privato. Non è trasformando l'acqua in bene economico commerciale, sottoposto al "giusto" prezzo di mercato, che sarà garantito l'accesso all'acqua per oltre 3,5 miliardi di persone verso il 2020-2025. L'acqua deve diventare ciò che non è mai stata: un bene comune vitale patrimonio dell'umanità L'accesso alle risorse idriche deve essere considerato un diritto vitale fondamentale individuale e collettivo inalienabile.

L'acqua è più di una risorsa naturale, è un diritto umano e sociale. La sua gestione esula ampiamente dalla sfera della gestione delle risorse naturali e della politica ambientale. La sua gestione fa parte della sfera dei diritti umani, della democrazia e della cittadinanza. L'acqua deve e può diventare il primo esempio del come la società mondiale può essere in grado di organizzare il "vivere insieme", attraverso la gestione solidale ed efficace di un bene comune.

Quanto precede ha scarse probabilità di successo se, contemporaneamente, non si intraprende il disarmo della potenza finanziaria.

A tal fine, si devono prendere prioritariamente le misure seguenti:

 prelevare una tassa dello 0,5% sulle transazioni finanziarie. Questa misura era stata proposta già nel 1983 dal Premio Nobel di economia, James Tobin. Una tassa di questo tipo permetterebbe di costituire per alcuni anni un Fondo Mondiale della Cittadinanza, dotato di varie decine di miliardi di dollari, per finanziare gli interventi intesi a garantire a tutti la sicurezza vitale di base. La riscossione di questa tassa è fattibile dal punto di vista tecnico. La decisione al riguardo deve essere presa a livello del G7, per superare così l'alibi adottato da ogni paese preso singolarmente, che consiste nel dire che esso non può prendere l'iniziativa di applicare una tassa di questo tipo senza rischiare di assistere ad un esodo massiccio dei capitali del paese verso altri lidi.

 eliminare i paradisi fiscali. Ci sono 37 paradisi fiscali nel mondo. La loro esistenza costituisce una forma legalizzata di incursione sempre maggiore della criminalità nell'economia (evasione fiscale, speculazione, traffico di droga, commercio illegale di armi). Grazie ai paradisi fiscali, il mondo finanziario è sempre più permeabile ai predatori, di cui sono a loro volta vittime le imprese industriali che creano vera ricchezza. I veri industriali non hanno alcun interesse a vedere mantenersi e svilupparsi il sistema finanziario attuale. Ora, cosa fanno i governi dei paesi più sviluppati ? Invece di eliminare i paradisi fiscali, contribuiscono a moltiplicarli, sotto forma di centri di coordinamento finanziario internazionale, dove le holding finanziarie multinazionali possono insediare le loro sedi, senza essere tassate sugli utili. Si assiste ad una concorrenza spietata specialmente tra i paesi europei - in materia di agevolazioni e di detrazioni fiscali. Occorre, al contrario, lottare contro la concorrenza sempre più accesa tra i sistemi fiscali nazionali. L'integrazione europea socialmente valida e politicamente democratica richiede una politica fiscale comune e ridistributiva e non una concorrenza più accesa nel mercato unico tra sistemi fiscali nazionali avendo come obiettivo principale quello di "piacere al capitale";

 abolire il segreto bancario. Il rispetto del principio della libera proprietà e del diritto alla riservatezza può essere garantito, senza per questo mantenere il segreto bancario. Inoltre, un'autentica politica fiscale progressista, fondata sulla giustizia sociale e la solidarietà tra individui, generazioni e popolazioni di paesi sempre più interdipendenti e integrati sul piano economico richiede l'abolizione del segreto bancario;

 rendere pubblica e trasparente la valutazione dei mercati finanziari. Oggi, ci sono tre grandi società private di esperti finanziari che stabiliscono la classifica (il rating) dei diversi paesi del mondo, in funzione di quella che gli esperti considerano sia la "salute finanziaria" del paese. Lo fanno al riparo nei loro uffici, senza dover riferire ad alcuna autorità politica e monetaria.

L'insieme di queste misure dovrebbe essere disciplinato con la creazione, a livello mondiale, di un Consiglio Mondiale per la Sicurezza Economica e Finanziaria, che avrebbe il compito di assicurare che la finanza sia messa al servizio della promozione del Welfare sociale mondiale.

Un ruolo fondamentale incombe anche ad una politica diversa dell'innovazione tecnologica, messa al servizio del Welfare sociale mondiale, tra l'altro, attraverso la riappropriazione collettiva del tempo e dello spazio.

Come si è visto, il modo in cui la tecnologia viene impiegata attualmente pone un problema strutturale fondamentale riguardo all'occupazione e al tempo. È la tecnologia che determina il volume della domanda di lavoro umano necessario per produrre i beni e i servizi di cui ci serviamo.

Il volume totale del tempo di lavoro umano è diventato il risultato "residuo" della tecnologia. Nel 1971, occorrevano 110 ore di lavoro umano per produrre un'auto. Oggi, ne occorrono solo 14. Tra dieci anni, forse, 8 o 9 ore. Fino a che punto le nostre società potranno lasciare il volume totale di tempo di lavoro umano essere una variabile dipendente dalla tecnologia e continuare a considerare che il lavoro retribuito rimane e rimarrà, per ogni individuo, il principale biglietto di ingresso nella società (accesso al reddito, posizione sociale, utilità sociale, autorealizzazione, accesso ai beni sociali) ?

Inoltre, come continuare a sostenere il ruolo centrale di un lavoro retribuito, se si lascia alla tecnologia il ruolo di aumentare l'incertezza sul mercato del lavoro, se la si lascia ridurre la durata di vita delle competenze, accentuare la flessibilità dei modi di produzione, vuotare di contenuto il nesso tra produzione, occupazione e territorio, riservando solo ad un numero sempre più esiguo di persone l'accesso ad un lavoro relativamente stabile, ben retribuito e "produttivo"?

Siamo sicuri che la riduzione del tempo di lavoro, senza una riappropriazione del controllo dell'innovazione tecnologica in funzione del posto occupato dal lavoro nella società, sia la direzione giusta da seguire ? Non occorrerebbe piuttosto pensare a ripensare il ruolo e l'uso che attribuiamo alla tecnologia e a ridefinire i fini della ridistribuzione degli aumenti di produttività ?

Invece di utilizzare la tecnologia per guadagnare quote di mercato nei mercati solvibili e peraltro già saturi dei paesi sviluppati, occorre elaborare una politica di innovazione tecnologica mirante a soddisfare, prima localmente, i bisogni non o mal soddisfatti di tutte le popolazioni. Rinvigorire l'economia locale (ad esempio, con un'agricoltura messa al servizio della produzione locale, mirante a soddisfare innanzitutto i bisogni alimentari delle popolazioni locali) costituisce una necessità sempre più evidente e una sfida per le politiche tecnologiche attuali.

Invece di negoziare la riduzione degli ostacoli e delle tariffe doganali, i dirigenti del mondo dovrebbero intraprendere un negoziato mondiale sul cambiamento tecnologico a vantaggio del Welfare; infatti, dal momento che e fino a quando il lavoro retribuito rimane e rimarrà per diverse generazioni il mezzo principale per accedere al reddito, le nostre società hanno e avranno l'obbligo di garantire a tutti la piena occupazione a livello mondiale. Questo è il senso profondo della posta in gioco della produttività per questo inizio di secolo.

Verso la "prima planetaria"

Chi renderà possibile l'utopia del contratto sociale mondiale di questa "mondializzazione diversa" ? Dove sono i protagonisti che lotteranno per far riconoscere l'acqua come bene comune patrimonio dell'Umanità e realizzare l'obiettivo dell'acqua per tutti ? Chi disarmerà il potere attuale del mondo finanziario ? Quali protagonisti prenderanno l'iniziativa di un negoziato mondiale sul cambiamento tecnologico in favore della piena occupazione ?

La domanda è fondamentale. Rispondervi non è facile, perché, se nel mondo attuale prevalgono di nuovo le ineguaglianze nell'ambito dell'economia capitalista di mercato mondiale trionfante, è perché coloro che hanno avuto il potere di influenzare l'evoluzione delle nostre società nei trent'anni scorsi hanno ragionato e agito in favore di questo trionfo.

Mi sembra che nuclei importanti di protagonisti si stiano organizzando ai diversi livelli (locale, nazionale, internazionale...) attorno a quattro gruppi: i resistenti, gli innovatori/sperimentatori, gli conoscitori, i militanti.

I resistenti si riscontrano soprattutto tra le vittime; non solo tra i contadini e gli operai africani, latino-americani, asiatici, ma anche tra i contadini e gli operai dei paesi sviluppati.

Li troviamo tra le popolazioni indigene e locali del Nord e del Sud America, come tra gli immigrati in Europa occidentale. Li troviamo tra le donne: la loro "marcia mondiale" del 2000 è stata un'affermazione riuscita del carattere mondiale della condizione femminile e della volontà delle donne di rovesciare le realtà attuali per costruire una mondializzazione "diversa". Li troviamo tra i disoccupati dei paesi ricchi, come tra i "senza lavoro" permanenti delle grandi megalopoli dei paesi del "Sud", tra i senzatetto del "Nord" e i "senza documenti" del "Sud", venuti a cercare lavoro e benessere nel "Nord".

I focolai di resistenza sono molti. Alcuni sono solidi e durevoli. Spesso la resistenza è da ricostruire continuamente. In questi anni scorsi, i focolai di resistenza si sono moltiplicati, sono diventati più consistenti, maggiormente collegati tra loro al di là delle frontiere.

Un buon segno è il fatto che, in parecchi casi, i focolai di resistenza sono diventati centri di sperimentazione di soluzioni alternative e nuove. I resistenti hanno voluto abbandonare la fase della protesta e della denuncia per costruire un altro divenire. Questa è la categoria degli sperimentatori/innovatori.

Nei paesi del "Nord", questi sono ad esempio i promotori dei SSL (Sistemi di Scambio Locale), delle monete locali, delle reti di sapere, delle nuove forme di istruzione popolare, dei gruppi artistici e teatrali.

Nei paesi del "Sud", gli innovatori/sperimentatori sono ancora più numerosi, in Messico come in Perù, in Corea del Sud come in Senegal, nel Bangladesh come in India. I mass media del "Nord" non ne parlano. Le loro sperimentazioni e le loro innovazioni non fanno parte delle "success stories" di cui al contrario si avvalgono i giovani imprenditori di 28 anni, usciti dalle "fabbriche di cervelli" della Silicon Valley e che sono diventati, in qualche anno, "piccoli miliardari", perché si sono saputi affermare nel mondo dei "networks" dell'audiovisivo, della comunicazione o della finanza.

Gli innovatori/sperimentatori stanno costruendo nuovi spazi per il "vivere insieme", nuovi modi di fare agricoltura, di costruire quartieri urbani, di costituire mutue, di fondare scuole e una pedagogia, di valorizzare Internet... Anche loro iniziano a tessere legami tra loro, benché le loro esperienze rimangano ancora troppo locali, proprie al loro contesto.

Gli innovatori/sperimentatori che riescono a "farsi conoscere" e a "farsi ricordare", anche verso altri protagonisti in altri paesi, sono spesso quelle e quelli che hanno trovato un'eco favorevole e un sostegno, anche indiretto, tra membri e gruppi della società dei dominanti che si potrebbero definire conoscitori, ossia quelle persone che, pur essendo in una posizione privilegiata, si rendono conto dei difetti e dei limiti strutturali del sistema di cui fanno parte ed hanno deciso di agire per correggerlo o, persino, modificarlo.

Troviamo questi "conoscitori" anche tra gli imprenditori. Questi imprenditori "conoscitori" sono, naturalmente, un'esigua minoranza, ma esistono, più spesso tra i dirigenti di piccole e medie imprese che tra quelli delle grandi aziende. Tra gli imprenditori delle grandi imprese multinazionali, ogni visione contraria alla politica di conquista competitiva e di massima redditività del capitale viene presto scartata, penalizzata.

Buona parte di questi conoscitori si riscontra anche tra i "burocrati", specialmente internazionali e mondiali (si ha l'impressione che, in questi anni scorsi, il numero di questi "conoscitori" all'interno delle istituzioni dell'Unione europea sia diminuito). La maggior parte è presente nelle professioni del settore sociale, tra gli insegnanti, i professori universitari, gli intellettuali. La situazione è piuttosto ambigua nel mondo dei mass media: vi si incontrano molte persone aperte a logiche diverse da quella dominante, il che fa sì che i resistenti e gli innovatori/sperimentatori possono, in parte, contare sul sostegno di alcuni mezzi di informazione, ma l'influenza e il controllo sull'opinione pubblica esercitato dai mass media del sistema dominante è tale che ci si deve porre domande sul ruolo effettivo svolto dagli "conoscitori" di questo ambiente.

In alcuni paesi, si osserva che gli conoscitori provenienti dal mondo ecclesiastico, dalle comunità religiose (non parlo delle sette), hanno un ruolo sempre più innovativo e stimolante. Indubbiamente, il ritorno dello spirituale va a vantaggio di coloro che, nelle grandi religioni mondiali, sono portatori di valori civici più forti dell'insieme delle loro chiese. È perché si comportano come testimoni militanti. E adesso parlo del gruppo dei militanti.

In questi ultimi anni, il loro numero è cresciuto, man mano che i partiti politici e i sindacati perdevano forza di mobilitazione, credibilità e capacità di azione innovativa. Più propensi a difendere le posizioni e i diritti acquisiti, i partiti politici e i sindacati hanno lasciato un vuoto notevole a livello dell’impegno civico e delle lotte rivendicative. Questo spazio - crescente, a causa del ritorno delle disparità - viene occupato sempre di più dai militanti della società civile. Due esempi concreti illustrano chiaramente questa affermazione. L'opposizione al progetto AMI (Accordo multilaterale sugli investimenti) non è venuta dai partiti politici progressisti e di sinistra, né dai sindacati dei lavoratori. La battaglia è stata elaborata e portata avanti con successo da organizzazioni di militanza civica, con la partecipazione attiva dei resistenti, degli innovatori/sperimentatori e degli "conoscitori". La stessa cosa è avvenuta per la mobilitazione attuata con successo da oltre 1.200 organizzazioni della società civile contro le politiche promosse dall'OMC (Organizzazione mondiale del commercio) e contro l'organizzazione della riunione ministeriale di negoziati all'OMC, il "ciclo del Millennio", alla fine del novembre 1999, a Seattle.

A Seattle - sotto la pressione peraltro dei movimenti della società civile - anche i sindacati si sono mobilitati, il che ha contribuito ampiamente a quella che, da allora è stata chiamata "la disfatta di Seattle".

I due esempi menzionati qui sopra - e i dibattiti in atto tra le cosiddette associazioni di azione umanitaria riguardo al loro impegno rispetto alle cause che creano situazioni che richiedono il loro intervento - mettono in evidenza un fatto nuovo particolarmente incoraggiante per il futuro: una mobilitazione sempre maggiore di cittadini a livello internazionale, grazie, tra l'altro, ai mezzi attuali d'informazione, di comunicazione e di trasporto. L'esistenza del fax, della posta elettronica e di Internet ha contribuito molto al successo delle lotte contro la mondializzazione attuale.

A mio parere, si assiste alla nascita di quella che, meno di due anni fa, durante i lavori preliminari dell'Altro Davos, nel febbraio 1999, avevo definito (e proposto di promuovere) la "prima planetaria". Il grande Forum Sociale Mondiale, che si terrà a Porto Alegre dal 25 al 30 gennaio 2001, su invito di oltre 400 ONG "opposte alla mondializzazione attuale" e che si terrà ogni anno, costituisce sicuramente il grande momento comunitario del lavoro di questa "prima planetaria".

La prima planetaria significa il processo attraverso il quale le centinaia e centinaia di organizzazioni che lottano nel mondo per un'"altra mondializzazione pluralistica" si incontrano ed agiscono in modo sempre più coordinato e regolare e, in questo modo, costruiscono una capacità comune di mobilitazione politica dei cittadini (mobilitazione sociale, economica, culturale, ambientale) a livello mondiale.

Questa mobilitazione mondializzata sta nascendo. Adesso è presente, attiva. Fa parte dei dibattiti, dei progetti, dell'ordine del giorno di un numero sempre maggiore di organizzazioni "civiche" e di sindacati. La prima planetaria si sta definendo e costituendo nella coscienza e nell'azione quotidiana dei resistenti, degli conoscitori, degli innovatori e dei militanti.