La fine della mediazione politica

di Marco Revelli e Pierluigi Sullo

Caro Marco,

ti propongo questa forma di comunicazione, una lettera, con la speranza che così si possano sciogliere le parole che adoperiamo. Siamo inadeguati. Non abbiamo le parole per dire quanto traumatico è il mutamento che avviene sotto i nostri occhi. Eppure, avevamo visto per tempo che la politica, ossia la fisiologia del conflitto sociale, con il suo corredo di rappresentanze, istituzioni e linguaggi, si trovava nella situazione del lupo mannaro americano a Londra, quando le ossa si distorcono e il viso si allunga, e l'uomo si fa lupo. Il tuo libro, "Oltre il Novecento", è stato ripudiato dall'intellettualità di sinistra al gran completo per il suo radicale ripensamento sul secolo; i miei compagni e io abbiamo scommesso tutto su un'impresa come Carta, avventurosamente proiettata sui nuovi movimenti e sul nuovo mondo; altri hanno fatto e stanno facendo scelte simili, il cui senso si può riassumere così: fare un passo fuori della "narrazione novecentesca".

Eppure siamo inadeguati. Noi abbiamo scritto e detto che la "dittatura dei mercati" avrebbe demolito la mediazione politica, perché, lo ha scritto a suo tempo Marcos [in "La quarta guerra mondiale è cominciata"], privato della funzione e dei poteri di mediatore del conflitto sociale, lo stato-nazione sarebbe stato ridotto, in quanto detentore del monopolio della forza, via via alla funzione di guardiano del libero fluire dei capitali.

Ma ti assicuro che, quando mi sono trovato nelle strade di Genova, tra i fumi dei lacrimogeni, le scorrerie di bande ignote e ambigue, e, soprattutto, l'arbitrio nell'esercizio di quella forza da parte degli uomini in divisa, in quel momento ho capito quanto differente, pericolosa, in certo modo incomprensibile fosse la situazione in cui noi, i trecentomila che eravamo lì, eravamo piombati. E non solo perché non era mai accaduto, tranne forse negli anni di Tambroni, che in Italia fosse attaccata [e in quel modo sleale, poi], una manifestazione di massa, e anzi i grandi cortei di popolo suggerivano rispetto; ma soprattutto per la cinica pianificazione del terrore che quel genere di attacco, con l'uso [implicito o esplicito, non importa] dei gruppi di "blacks", implicava.

In poche parole: si è deciso, a quale livello e in quale consesso non sapremo mai, di spezzare un movimento sociale che era riuscito nella straordinaria impresa di saldare il passato con il futuro, la "pancia" della sinistra, del movimento operaio e del solidarismo cattolico del nostro paese, con le associazioni, le cooperative sociali, i centri sociali, insomma la fiumana fatta soprattutto di giovani e giovanissimi. Un miracolo, dalle proporzioni ben superiori a quelle di Seattle, che è fin qui riuscito solo, e provvisoriamente, all'Esercito zapatista di liberazione nazionale, con la sua marcia verso Città del Messico, quando i poveri di tutto il paese uscirono dalle case e dai villaggi per materializzarsi nelle piazze e sul ciglio delle strade ad accogliere, sorridendo, gli uomini mascherati.

Ora, il punto è che il movimento [di cui peraltro non possiamo mai dimenticare, altro problema analitico, l'orizzonte internazionale: sabato 21, un manifestante su dieci non era italiano], nel momento in cui riesce a frantumare la legittimità del potere, non avendo per obiettivo il potere [perché nessuno, mai, tra di noi si è posto il problema del governo o simili, ma solo di "un altro possibile mondo"], in quel momento viene colpito come un nemico. Con le armi della guerra: che sono ormai, nel mondo globalizzato di ora, armi totali, come l'embargo all'Iraq o i bombardamenti su Belgrado ci hanno mostrato.

Ma il movimento non sa e non vuole fare la guerra. Anzi, la sua incredibile capacità di allargarsi a settori sociali i più diversi sta proprio nel non fare la guerra, come hai scritto nel tuo libro, nemmeno nel senso metaforico dell'organizzarsi in partito, con gruppi dirigenti e quadri intermedi, disciplina, e insomma tutto l'armamentario che il movimento comunista del secolo scorso ricavò dall'esperienza della prima guerra mondiale e delle guerre civili successive. Il movimento è, letteralmente, inerme. Indifeso.

E dunque la questione [l'angoscia] è: come evitare che il film che abbiamo già visto, noi più anziani, ormai trent'anni fa, quando il '68 fu costretto, e indusse se stesso, a compartimentarsi, autodifendersi, organizzarsi in pattuglie, elaborare tattiche; come evitare che questo film senza "happy end" si ripeta più o meno alla stessa maniera?

Caro Gigi,

sono del tutto d'accordo con te. La tentazione di trovare, per quanto è accaduto a Genova, riferimenti e analogie con la nostra memoria storica novecentesca, di fare di quelle strade invase dal fumo dei lacrimogeni e degli incendi, una sorta di repertorio di immagini del secolo che abbiamo alle spalle, rappresentate ora in un unico luogo e in un unico tempo, è forte. Belfast con i suoi blindati nelle strade e il fuoco degli incendi tra le case, Praga invasa e orgogliosa, la striscia di Gaza, Santiago del Cile… Soprattutto Santiago.

Ho ancora negli occhi l'immagine di Corso Italia visto dall'alto, a metà del pomeriggio di sabato, dopo le prime cariche violente contro i duecentomila: gruppi di donne, di anziani, di uomini pacifici che camminano lentamente, le mani alzate sopra la testa in mezzo alla carreggiata, sgomenti, feriti, impauriti, mentre agli angoli delle strade i grupponi di poliziotti armati chiudono loro la via di fuga, minacciosi, cupi nelle loro tenute da lanzichenecchi; o le file di prigionieri allineati lungo i muri, pesti, sanguinanti, minacciati e derisi. Non era una scena "europea". Era America latina anni settanta, Cile, Argentina. O l'Indonesia di "Un anno vissuto pericolosamente". O Filippine. Non Europa, non XXI secolo. Così come è forte la tentazione di rifugiarsi, per ragionare, nei nostri riferimenti storici consolidati: le SA naziste per i Blacks, Tambroni per il governo, il Sessantotto per i giovani del corteo, e via rivisitando.

Ma sarebbe, me ne rendo conto, un errore di prospettiva ottica. Una sorta di trompe l'oeil, perché in realtà quello che è accaduto a Genova appartiene ormai interamente alla ipermodernità che ha rotto con tutte le tradizioni novecentesche. Forse di più: con le dimensioni fondamentali dell'essere sociale e del "politico".

Intanto lo spazio. Lo spazio in cui ci siamo mossi a Genova - lo spazio del G8 - era uno spazio simbolico densissimo, prodotto con l'impiego di una potenza altissima [la potenza, appunto, concentrata dei massimi poteri globali] in cui si condensavano e si rappresentavano, in un'unità di spazio e di tempo del tutto artificiale, su un unico palcoscenico mediatico, tutti gli aspetti, le contraddizioni, i soggetti, i vizi e le virtù della globalizzazione [del pianeta unificato in un unico spazio globale]. Era uno spazio insieme falso [o meglio virtuale, costruito con le tecnologie del potere, in qualche misura astratto] e verissimo perché metteva in scena tutti gli aspetti, nessuno escluso, del mondo così come si è costruito nell'ultimo ventennio: l'ansia estrema dei residui di sovranità nazionale [qui raccolti tutti insieme nel loro miserabile consesso], di controllare i flussi, di rimanere nonostante tutto i "guardiani dei cancelli", ben espressa dai sigilli alla zona rossa, dalla delimitazione di uno spazio sacro in cui rappresentare il proprio delirio di onnipotenza ormai fuori luogo; la sofferenza dei territori, la decomposizione della vita civile condensatasi nel rancore estremo, nella rottura di ogni ordine del discorso e nel suo rifluire nella istantaneità del gesto distruttivo, materializzatasi nell'oscura, inquietante, indecifrabile presenza del "blocco nero", incombente come un miasmo scaturito da non si sa quale palude; e poi quell'incredibile, straordinaria presenza multicolore di quello che solo per povertà lessicale continuiamo a chiamare movimento: il caleidoscopio delle mille identità, transnazionali, multilinguistiche, multiattive, che esprimono il versante virtuoso della globalizzazione, il principio rigenerativo che opera al suo interno.

Ho maledetto anch'io il momento in cui avevo deciso di venire a Genova, in quel pomeriggio da cani in cui sembrava che tutta la vita civile venisse giù e si sospendesse ogni diritto e ogni ragione; ho pensato anch'io che un bel servizio d'ordine, di quelli massicci e muscolosi degli anni settanta ci avrebbe almeno salvati dalle incursioni dei "black" e soprattutto dalle immediatamente successive cariche della polizia; ho invocato anch'io, santo dio, un po' di organizzazione che ci salvasse dallo stato di natura in cui ci avevano precipitati, che ci levasse dalla condizione di agnelli sacrificali nell'osceno gioco della contesa per il monopolio della forza che si giocava sulle nostre teste.

Ma poi, a freddo, passata la rabbia e la paura, mi sono convinto che è stato giusto così. Tremendamente, ferocemente, dolorosamente giusto. Che in fondo c'era un'irremissibile verità in quella massa multicolore esposta, pateticamente indifesa, nuda nel senso biopolitico del termine, ferma sotto il sole feroce sul grande corso che fiancheggia il mare, aggredita dalla violenza che viene dall'alto [dallo stato, dagli elicotteri che sparano lacrimogeni a raffica] e dal basso [dal "blocco nero", dai grumi di rancore metropolitano condensatisi agli angoli delle vie, negli anfratti della città, e appiccicati come escrescenze scure al corpo colorato del corteo]. C'era una verità perché quella è la condizione di chiunque oggi, nel mondo, lavora nei territori per ricomporre ciò che le potenze distruttive ormai appunto "globalizzate" degli stati e dei mercati continuamente rompono, lacerano, frantumano. È la condizione quotidiana di chi in Kosovo o in Bosnia costruisce agenzie di pace, o in Cecenia monitorizza la devastazione dei diritti civili, o nelle bidonville di San Paolo o di Dakar lotta contro i vigilantes e la criminalità organizzata per strappare qualche bambino alla morte e alla droga, o in Afghanistan ricostruisce poveri arti mozzati dalle mine anti uomo. Ovunque i pacifici ricostruttori sono ostaggio dei poteri e della dimensione muscolare della lotta per l'egemonia nello spazio "imperiale". Ed è una condizione in cui ci troveremo a lungo. E in cui dovremo imparare ad abitare.

Marco,

tu conosci l'obiezione che viene mossa, a questo punto, dai severi giudici che adoperano i codici della politica novecentesca come codici penali: sì, aiutare e condividere si deve, ma dov'è il progetto? Dov'è la politica?

Io credo che il bersaglio del potere fosse la straordinaria "comunione" [scusa, non mi viene un'altra parola, se non una che abbia la radice "com", come com/unità e anche com/unicazione] tra i ragazzi e i meno giovani delle associazioni e dei centri sociali, delle cooperative e delle ong, da una parte, e quell'umore diffuso, così a lungo umiliato, che fa ancora da spina dorsale a quel che si chiamava "popolo di sinistra", i comunisti di Rifondazione, la gente perbene dei Ds, le molte organizzazioni del sindacato, che, tutti insieme e quasi senza stimoli "dall'alto" [non dai Ds e non dalla Cgil, di sicuro], hanno deciso di venire a Genova quasi d'istinto. E nel corteo, per quel che vale l'osservare e il conversare, si trovavano poi perfettamente a loro agio, tra loro.

È qui il punto: il "nuovo movimento" ha la sua virtù nell'essere nato, anche non volendolo, fuori della politica e fuori dalla laboriosa crisi di quel che fu la grande sinistra italiana; la quale, al contrario, può pensare di "prendersi una rivincita", tutta politica, per così dire, contro il nemico Berlusconi, vincitore delle elezioni. Ma, più in profondo, se i movimenti dopo Seattle devono la loro fortuna [e io sono convinto che sia così] proprio all'essere completamente diversi dal passato, nel non porre la questione del potere, ad esempio, né nei confronti dell'"avversario" [quello vero, quello "pesante", di cui Berlusconi è solo un "maggiordomo", come ha scritto Le Monde], né nelle relazioni tra i diversi che si sono messi in moto, allora come ricucire, come rimettere insieme questa cultura acerba e vitale con i riflessi condizionati che hanno, ad esempio, provocato un dibattito infinito sull'efficienza del servizio d'ordine, come se il problema fosse appunto l'accumulazione di forza da contrapporre a polizia e "blacks"?

Non solo: mi pare che la questione abbia, per così dire, una terza dimensione. Il Genoa social forum è stata effettivamente una esperienza inedita di relazione alla pari tra gruppi e persone molti differenti. Come proseguirla, rigettando la tentazione [inconscia, per lo più] di costituirsi, con le più oneste intenzioni del mondo, in "rappresentanza politica" del movimento? E d'altra parte, io credo a questo punto che questa cosa, che appunto chiamiamo movimento e si dovrebbe chiamare semplicemente "società" [attiva o organizzata], abbia bisogno di un progetto. O meglio, che lo stia effettivamente elaborando alla maniera con cui in tutto il mondo si lavora a Linux, l'alternativa a Windows: un sistema aperto, nel quale ciascuno aggiunge un pezzetto d'invenzione, una migliorìa, perché quel che già funziona bene funzioni ancora meglio, e facendo ciò si crea una architettura complessa.

Il fatto è che noi ci aspettiamo [io compreso] "atti politici", "eventi", "deliberazioni", nonché manifestazioni e dibattiti televisivi, quando un movimento per la democrazia sostanziale, ai tempi della globalizzazione, sta principalmente in "luoghi" che per definizione non si vedono, perché il dominio liberista [l'Impero, dice Toni Negri] non li prevede: uno "spazio pubblico" transnazionale e uno "spazio pubblico" municipale [locale, comunitario…]. Spazi in cui il movimento agisce secondo ritmi, quelli dell'inclusione e della elaborazione alla Linux, completamente fuori fase rispetto ai tempi istantanei della comunicazione liberista. Dunque, per essere brevi: potremmo dire, semplicemente, che quelli che noi chiamammo "cantieri sociali", che ora nascono come funghi in ogni città del paese con il nome di "forum sociali" [dopo l'esperienza del Gsf], un progetto ce l'hanno, che è quello di organizzare una nuova democrazia. Ma sento che è insufficiente, questo, che siamo solo al primo mezzo passo.

…Già, siamo solo al primo passo,

dentro un territorio in buona misura inesplorato, anche per quanto riguarda la politica, quella che nelle giornate di Genova più di ogni altra cosa sembrava essere ritornata indietro, per riproporci una lunga sequela di repliche novecentesche. Anche qui, come tu stesso sottolineavi nella prima parte di questo nostro dialogo, solo apparentemente ci siamo trovati immersi in un dèja vu, perché Alvaro non è il Quartiere Latino, e piazzale Kennedy non è Piazza delle Tre Culture. C'è stata, in quella decisione inaspettata e apparentemente incomprensibile di attaccare un corteo di due-trecentomila persone, e prima ancora, nella gestione topografica della piazza, nella divisione della città in due territori non solo fisicamente separati ma "concettualmente" diversi, l'irrompere di una dimensione inedita della politica. Come dire? Uno "scarto" qualitativo, un passaggio di stato rispetto alla logica cui il Novecento ci aveva abituato [la logica del buon, vecchio "stato nazione", della proclamata sovranità popolare, del rapporto tra governanti e governati, della dialettica tra rappresentanza e mediazione politica].

Non intendo qui tanto [o comunque non solo] parlare dei diritti, dello Stato di diritto, del principio di legalità come condizione della legittimazione [il Novecento ci ha offerto infiniti esempi di liquidazione di tutto ciò nel cuore stesso della modernità compiuta]. Intendo una cosa più intrinseca allo statuto stesso del "politico" nella modernità: intendo il nesso che lega [che ha legato fino a ieri] territorio, decisione politica, responsabilità. Bene o male, a prescindere dalla forma dello Stato [democratica, autoritaria o totalitaria], fino a ieri esisteva un preciso rapporto di "responsabilità" tra governo e popolo: il governo si assumeva, in qualche misura, una responsabilità per il proprio popolo [dichiarava di avere un proprio "popolo", di essere un "governo del popolo" o "per il popolo"] sull'intero territorio. Doveva, in qualche misura, incorporare nel cerchio della propria sovranità la popolazione, tutta la popolazione, attraverso un complesso processo, di repressione, spesso, ma anche di mediazione. La separazione della città in due zone, sottoposte a poteri e a statuti comportamentali diversi, non era concepibile in quel contesto. O meglio, vi figurava come un'eccezione assoluta [pensiamo a Berlino], giustificata solo da quel particolare "stato di eccezione" che segue una guerra calda, o accompagna una guerra fredda, e in cui rimane incerto "chi sia il sovrano".

A Genova invece quell'eccezione è diventata regola. La "zona rossa" era un brandello di territorio scorporato da quello nazionale, e immesso un altro circuito, in un diverso ambito di decisione e di ordinamento [in cui rimane tuttora incerto chi assumesse le decisioni e desse gli ordini]. Per certi versi era l'unica sezione di territorio di cui il governo nazionale si assumeva la "responsabilità" [di fronte a un'autorità diversa dal proprio "popolo"], di cui esso cioè rispondeva. La difesa di quel frammento è diventata, in quelle settimane, la questione prioritaria, per certi versi esclusiva. Nella difesa di quel frammento di territorio è stata concentrata tutta la questione dell'ordine pubblico a Genova, il posizionamento e la strategia dell'apparato di polizia, e poi le tecniche di comportamento nei giorni caldi. Tutto ciò che stava all'esterno di quel cerchio magico - gli abitanti di Genova, il resto della città, appunto, con le sue attività e la sua quotidianità, i manifestanti pacifici, la gente comune che non aveva accesso a quella parte di territorio scorporata e trasferita in un altro spazio e in un'altra sfera di responsabilità -, è "caduto fuori" dal raggio di responsabilità pubblica. È stato declassato a "problema", come per un imprenditore è un problema [e non una responsabilità] ciò che si colloca al di fuori delle mura della propria fabbrica, l'ambiente, la popolazione, il territorio come finora l'abbiamo conosciuto, su cui scaricare i costi e i residui del proprio processo produttivo.

Lì, come ha detto acutamente Massimo Cacciari, su quel grande set multimediale ricavato con i materiali di scena della topografia urbana, nell'area riservata agli "addetti ai lavori", doveva esser messa in scena ad ogni costo, senza intralci né turbamenti, la periodica puntata di una Beautiful globale: tutto il resto - come l'intendenza napoleonica - doveva seguire, essere plasmato in funzione di quella rappresentazione a colpi di maglio o di manganello.

Forse, come scrivi tu, è questa appunto la "dittatura dei mercati": questo trasferire il principio di responsabilità politica dal dentro al fuori, questo non avere più i governi una propria popolazione di riferimento a cui rispondere [un proprio "popolo", appunto] ma utilizzare il proprio monopolio della forza al servizio di impegni, interessi, "domande" globali [provenienti cioè da un esterno astratto], rimovendo in ogni modo qualunque ostacolo rischi di frapporsi. Concentrando di volta in volta tutte le proprie energie nella soluzione dei problemi che l'ambiente globale pone loro, senza troppi complimenti nei confronti del proprio territorio di riferimento, come se anche in questo caso la logica di flusso che presiede alle grandi dinamiche globali [e che regola l'agenda politica degli pseudo-sovrani del mondo che del G8 sono appunto gli unici abitanti] dovesse prevalere quasi senza residui sulla logica di luogo nella quale si era incardinato il vecchio principio della legittimazione e dell'obbligazione politica. E nel quale manteneva un ruolo centrale, senza dubbio, la mediazione.

Certo è che, alla luce di queste considerazioni, anche l'apparentemente inspiegabile decisione di caricare i duecentomila, assumerebbe un suo sia pur perverso senso. Perché è vero, come scrivi, che nessun governo del passato, nemmeno un classico "governo di destra", nemmeno Tambroni probabilmente, avrebbe "osato" attaccare un corteo di quelle dimensioni [Chirac l'ha detto esplicitamente], non per sensibilità democratica, o per "rispetto" delle opposizioni, ma perché nessuno, in un quadro di democrazia anche solo formale, sa di poter aprire un confronto frontale, un vero e proprio scontro, con una parte significativa della propria popolazione. Perché appunto, in un contesto come quello, l'esigenza di una qualche mediazione politica avrebbe imposto il "rispetto". Ma lì noi non eravamo più "popolazione". Non eravamo un pezzo di una comunità nazionale con cui convivere. Eravamo un problema. Berlusconi direbbe un "inconveniente", da rimuovere con i mezzi che l'impresa ha a propria disposizione. Materiale da evacuare. Residui solidi. Cose. Su Corso Italia non si giocava un conflitto politico tradizionale, operava logica di impresa nel tentativo di rimuovere nel modo più rapido un ostacolo alla produzione cinematografica che sul set di palazzo ducale svolgeva il proprio lavoro. In questo senso non eravamo caduti nella replica coatta di un passato periferico, cileno o indonesiano, non vivevamo i colpi di coda della peggiore modernità novecentesca, ma abitavamo già, in modo inconsapevole e stupito, un'ipermodernità esplosa.

Tutto questo per dire che la radicale novità del contesto politico in cui ci siamo trovati - la politica post-novecentesca, chiamiamola così - non comporta affatto un di meno di "pericolosità", di virulenza dei comportamenti del potere, né tantomeno un superamento o una dissoluzione del conflitto, come da più parti si è suggerito. La "politica che viene" [non so usare altro termine] non è irenica o pacificata, non è naturalmente armonica per il solo fatto che la sovranità è più tenue. Come abbiamo visto è persino più ferocemente tagliente. Ma per affermare, piuttosto, che il modo con cui noi possiamo starci dentro deve fare un salto di qualità, prendere atto delle discontinuità, non leggere con gli occhi del Novecento quello che novecentesco non è più. Non chiuderci, soprattutto, nella gabbia simbolica del potere, non ripercorrerne le orme, ricalcandone ogni passo. Non sbattere il naso contro il muro che il suo trompe l'oeil nasconde.

La rinuncia da parte dello stato al proprio ruolo di rappresentanza, comporta da parte di esso un di più di rappresentazione: la costruzione di una realtà virtuale in cui simulare le mosse di una politica che non è. Non cadiamo in questa trappola. Non immaginiamo che si debbano e si possano ripercorrere i passi che dagli anni sessanta, lungo gli anni settanta, hanno portato a perderci; che, essendo stati massacrati in quanto "senza potere", occorra accumulare d'ora in poi, e rapidamente, più potere con i soliti attrezzi, stringendo le file, centralizzando, costruendo strutture sempre più rigide e solide, ripristinando linee gerarchiche, linguaggi omogenei, centri di decisione, o, appunto, formulando un progetto, facendo precipitare la poliarchia feconda della galassia anti-G8 in un programma condiviso, in qualche punto sotto cui raccogliere tutti.

Sarebbe un errore mortale. Intanto perché anche questo movimento, come la cittadinanza nell'epoca globale, non è rappresentabile nella sua identità proteiforme ed eterogenea. Non può essere sottoposto al trattamento formalizzato della "rappresentanza" che, se forzato, si risolverebbe inevitabilmente in rappresentazione, costruzione di icone, dimensione simbolica, assorbendo tutti i veleni del simbolismo di potere, tutte le aberrazioni di quello spazio simbolico in cui per una settimana gli Otto hanno avvolto Genova, e tutti noi con essa. Credo che sia urgente uscire il più rapidamente possibile da quello spazio simbolico della rappresentazione costruito dagli altri, per ritrovare noi stessi, lo spessore del nostro operare, la concretezza del nostro essere sociale, la forza delle nostre diversità e delle nostre debolezze. E lo potremo fare se respingeremo la tentazione di formalizzare organismi e se invece, come mi pare lucidamente tu proponi, sapremo aprire spazi, inaugurare luoghi nel territorio, in ogni territorio in cui si svolge la nostra quotidianità, in cui i molteplici possano ritrovarsi, fare racconto della propria esperienza, contaminarsi reciprocamente senza omologarsi o rinunciare ognuno a una parte di sé, senza accelerazioni, scorciatoie, sottraendoci all'incalzare dell'emergenza. Che c'è, sia ben chiaro, che ha il volto della repressione, delle minacce, degli abusi, a cui occorre rispondere immediatamente. Ma che, appunto, non deve sfregiarci un'altra volta, dettarci le nuove identità, ricucirci sulla pelle le vecchie. Lavoriamo perché il Genoa social forum esploda in tutte le direzioni, si dissemini nei territori, permetta uno sguardo inedito su una realtà che ci va sopravanzando.

Fonte: Carta (almanacco)