Le api nelle Georgiche

 

La città delle api

Un posto particolare, nel significato complessivo del poema georgico, spetta alle api. Esse sono le protagoniste del libro IV, dopo che già l’ecloga I le aveva poste in primo piano, come componente essenziale del locus amoenus di cui godeva Titiro, e prima di essere riprese in situazioni diverse ancora nell’Eneide, ora come esempio di laboriosità (I, 430-436), ora come folla indaffarata (VI, 707-709), ora infine come esercito capace di difendere la propria città (XII, 587-592).

Il mondo classico nutriva una vera predilezione per il microcosmo delle api, di cui parlarono Aristotele, Varrone, Nicandro di Colofone e altri. Presenti nel mito della nascita di Zeus/ Giove, in quanto lo avevano nutrito con il miele sul monte Ditta a Creta, le api erano ammirate perché fornivano una materia prima dolcificante (il miele) a una civiltà che ignorava lo zucchero. Alle api gli antichi guardavano inoltre come modello di società compatta e ordinata. Soprattutto da questa personalità collettiva delle api è attratto Virgilio, che nel libro IV delle Georgiche, oltre alle circostanze di clima, vegetazione, posizione ecc. adatte all’apicoltura, si sofferma a descrivere con minuzia di dettagli la respuhlica delle api.

Già Cicerone aveva notato (De re publica I, 39) che nel mondo delle api la res publica diviene propriamente res populi, cioè una collettività in cui il popolo è tenuto insieme da uno scopo comune; Virgilio riprende questo motivo, disegnando una grandiosa metafora della società umana e confermandoci così che la sua poesia è quella di un intellettuale tutt’altro che perduto dietro allusus ellenistico o insensibile alle problematiche contemporanee.

Il poeta descrive l’organizzazione comunitaria delle api, segnata dalla fedeltà alla casa e alle sue leggi, dalla condivisione delle risorse e dalla spartizione del lavoro, dalla disponibilità al sacrificio in vista del bene comune, dall ‘assoluta devozione al capo. Siamo nel clima del più puro idealismo augusteo. Anche tra le api scoppiano dissidi e contese; e, poiché la natura non consente che il potere resti diviso, le forze si coalizzano attorno ai due re che scendono in campo, seguiti dai battaglioni schierati. La formula ciceroniana dell’imperium nullum nisi unum (l’autorità si dissolve, se si fraziona internamente) bene si adatta alla società delle api e, per via meta fori ca, a quella romana dell’età contemporanea, ormai dominata dalla figura autocratica del princeps.

 

Questo è il testo e la traduzione del brano più significativo relativo alle api:

 

Le api (Georgiche IV, 149 - 227)


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 Nunc age, naturas apibus quas Iuppiter ipse
addidit, expediam, pro qua mercede canoros
Curetum sonitus crepitantiaque aera secutae
Dictaeo caeli regem pavere sub antro.
Solae communes natos, consortia tecta
urbis habent magnisque agitant sub legibus aevum,
et patriam solae et certos novere penates,
venturaeque hiemis memores aestate laborem
experiuntur et in medium quaesita reponunt.
Namque aliae victu invigilant et foedere pacto
exercentur agris; pars intra saepta domorum
Narcissi lacrimam et lentum de cortice gluten
prima favis ponunt fundamina, deinde tenaces
suspendunt ceras: aliae spem gentis adultos
educunt fetus, aliae purissima mella
stipant et liquido distendunt nectare cellas.
Sunt quibus ad portas cecidit custodia sorti,
inque vicem speculantur aquas et nubila caeli
aut onera accipiunt venientum aut agmine facto
ignavum fucos pecus a praesepibus arcent.
Fervet opus, redolentque thymo fragrantia mella.
Ac veluti lentis Cyclopes fulmina massis
cum properant, alii taurinis follibus auras
accipiunt redduntque, alii stridentia tingunt
aera lacu; gemit impositis incudibus Aetna;
illi inter sese magna vi bracchia tollunt
in numerum versantque tenaci forcipe ferrum:
non aliter, si parva licet componere magnis,
Cecropias innatus apes amor urget habendi,
munere quamque suo. Grandaevis oppida curae
et munire favos et daedala fingere tecta.
At fessae multa referunt se nocte minores,
crura thymo plenae; pascuntur et arbuta passim
et glaucas salices casiamque crocumque rubentem
et pinguem tiliam et ferrugineos hyacinthos.
Omnibus una quies operum, labor omnibus unus:
mane ruunt portis; nusquam mora; rursus easdem
vesper ubi e pastu tandem decedere campis
admonuit, tum tecta petunt, tum corpora curant;
fit sonitus, mussantque oras et limina circum.
Post, ubi iam thalamis se composuere, siletur
in noctem fessosque sopor suus occupat artus.

Nec vero a stabulis pluvia impendente recedunt
longius aut credunt caelo adventantibus Euris,
sed circum tutae sub moenibus urbis aquantur,
excursusque breves temptant et saepe lapillos,
ut cumbae instabiles fluctu iactante saburram,
tollunt, his sese per inania nubila librant.
Illum adeo placuisse apibus mirabere morem,
quod neque concubitu indulgent nec corpora segnes
in Venerem solvunt aut fetus nixibus edunt:
verum ipsae e foliis natos, e suavibus herbis
ore legunt, ipsae regem parvosque Quirites
sufficiunt aulasque et cerea regna refigunt.
Saepe etiam duris errando in cotibus alas
attrivere ultroque animam sub fasce dedere:
tantus amor florum et generandi gloria mellis.
Ergo ipsas quamvis angusti terminus aevi
excipiat, neque enim plus septima ducitur aestas,
at genus immortale manet multosque per annos
stat fortuna domus et avi numerantur avorum.
Praeterea regem non sic Aegyptus et ingens
Lydia nec populi Parthorum aut Medus Hydaspes
observant. Rege incolumi mens omnibus una est;
amisso rupere fidem constructaque mella
diripuere ipsae et crates solvere favorum.
Ille operum custos, illum admirantur et omnes
circumstant fremitu denso stipantque frequentes
et saepe attollunt umeris et corpora bello
obiectant pulchramque petunt per vulnera mortem.

His quidam signis atque haec exempla secuti
esse apibus partem divinae mentis et haustus
aetherios dixere; deum namque ire per omnes
terrasque tractusque maris caelumque profundum.
Hinc pecudes, armenta, viros, genus omne ferarum,
quemque sibi tenues nascentem arcessere vitas;
scilicet huc reddi deinde ac resoluta referri
omnia nec morti esse locum, sed viva volare
sideris in numerum atque alto succedere caelo.

Allora, qui descriverò le doti che Giove stesso attribuì alle api in premio per aver nutrito in una grotta del Ditte, attratte dai canti selvaggi e dallo strepito di bronzo dei Cureti, il re dei cielo. Solo loro hanno in comune i figli, un'unica casa per tutte, e vivono seguendo leggi rigorose, solo loro riconoscono sempre la patria, il focolare, e sapendo che tornerà l'inverno in estate si sottopongono a fatica per riporre in comune ciò che si procurano.

Così alcune provvedono al cibo e secondo un accordo stabilito si affannano nei campi; una parte, nel chiuso delle case, pone come base dei favi lacrime di narciso e glutine vischioso di corteccia, poi vi stende sopra cera tenace; altre accompagnano fuori i figli svezzati, speranza dello sciame; altre accumulano miele purissimo e colmano le celle di limpido nettare. Ad alcune è toccata in sorte la guardia delle porte e a turno osservano se in cielo le nubi minacciano pioggia, raccolgono il carico delle compagne in arrivo e, schierate a battaglia, cacciano dall'alveare il branco ozioso dei fuchi: ferve il lavoro e il miele fragrante odora di timo.
Come fra i Ciclopi, quando con il metallo incandescente forgiano febbrilmente i fulmini, alcuni aspirano e soffiano l'aria con mantici di cuoio, altri fra stridori immergono nell'acqua la lega; sotto il peso delle incudini geme l'Etna; e quelli alternando lo sforzo sollevano a ritmo le braccia, voltano e rivoltano il ferro stretto fra le tenaglie; così, se è giusto confrontare il piccolo col grande, un'avidità istintiva di possedere spinge le api di Cècrope ognuna al suo compito. Alle anziane sono affidati gli alveari, l'ossatura dei favi, la costruzione dell'arnia a regola d'arte; le più giovani invece tornano sfiancate a notte fonda con le zampe cariche di timo; prendono il cibo in ogni luogo, sui corbezzoli e i salici grigi, la cassia, il croco rossastro, il tiglio unto e i giacinti scuri. Per tutte uguale il turno di riposo, per tutte il turno di lavoro: la mattina sfrecciano fuori, e non c'è sosta; poi, quando la sera le induce a lasciare campi e pasture, solo allora tornano a casa e pensano a se stesse; in un brusio crescente ronzano intorno all'arnia davanti alle entrate. Quando infine dentro le celle vanno a riposare, cala il silenzio della notte e un giusto sonno pervade le membra stanche.

Se però incombe la pioggia, evitano di allontanarsi troppo dalle case, non si fidano del cielo se irrompe il vento, ma vanno per acqua vicino alla città protette dalle mura, tentano brevi sortite e a volte, come si zavorrano le barche in preda ai flutti, portano con sé granelli di sabbia per reggersi in volo tra le nubi leggere. Un comportamento delle api ti stupirà: non si accoppiano fra loro, snervando nel piacere fino all'esaurimento il proprio corpo e non partoriscono i figli con dolore, ma dalle foglie, dalle erbe profumate raccolgono i piccoli con la bocca: sostituiscono così il re e la comunità dell'alveare, ricreando la corte e il reame di cera. Spesso nel loro continuo vagare si spezzano le ali contro lamine di roccia e così per lo zelo tendono l'anima sotto il fardello, tanto è l'amore che portano ai fiori e il vanto di produrre miele.
Ma per quanto sia breve il limite che a loro destina la vita (non supera di norma i sette anni), la razza rimane immortale e a lungo negli anni si regge la fortuna di una famiglia: si può risalire agli avi degli avi. Ancora, nemmeno in Egitto, in Lidia, fra i Parti o sulle rive dell'Idaspe in Media è tanto venerato il re. Finché vive, una volontà concorde le accomuna, morto, rompono il patto di obbedienza e loro stesse saccheggiano il miele accumulato, sfasciano il graticcio dei favi. Lui regola il lavoro e le api, attorniandolo in ranghi serrati, con un ronzio incessante gli rendono onore, lo sollevano sulle spalle, gli fanno scudo del corpo in battaglia e cercano combattendo morte gloriosa.


In base a questi segni, a queste prove, qualcuno ritiene che nelle api vi sia parte della mente divina, un soffio d'infinito, perché la divinità penetra dovunque, nelle terre, negli spazi di mare, nelle profondità del cielo; da lei chiunque nasca, greggi, armenti, uomini, ogni specie di fiere, attinge la sua effimera vita; poi, dissolto, ogni essere ritorna e si rimette a lei: non esiste la morte, vivo vola nel novero degli astri assurgendo all'immensità del cielo.


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