AFGHANISTAN

la storia

usacrimes `Grande satana'. Osama bin Laden, la cui immagine orna la copertina del libro di Cooley, è diventato lo spauracchio dei funzionari statunitensi e delle fantasie popolari americane - dopo aver cominciato la propria carriera come grande impresario edile legato alla Cia. Quando i generali pakistani intercessero presso la dinastia saudita affinché questa mandasse un pupillo della famiglia reale a combattere la guerra santa, venne infatti deciso di mandare Osama, intimo frequentatore del palazzo. Facendo assai meglio di quanto tutti si aspettavano, Osama susciterà la sorpresa tanto dei suoi patroni di Riyadh che del Dipartimento di Stato americano. Cooley conclude lanciando il seguente avvertimento al governo americano: «Quando decidete di fare la guerra al vostro peggiore nemico, cercate prima di analizzare attentamente chi scegliete come amici, alleati o mercenari. Cercate di capire se questi alleati hanno già sguainato i coltelli e stanno puntandoveli alla schiena». Il suo appello non avrà probabilmente alcun effetto su Zbigniew Brzezinski, che non ha alcun rammarico: «Cosa era più importante rispetto alla storia mondiale? - chiede ora con una malcelata punta di irritazione - i taliban o la caduta dell'impero sovietico? Un manipolo di musulmani esagitati o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?». Il disprezzo per i diritti e la vita delle persone ordinarie che vivono in altre zone del mondo - un elemento strutturale della visione di Washington prima, durante e dopo la guerra fredda - non potrebbe essere espresso in maniera più efficace.Il libro di Ahmed Rashid2 è il primo valido resoconto dell'ascesa al potere dei taliban. 

L'autore è un impavido giornalista pakistano, che lavora in Afghanistan dal 1978 e si è sempre rifiutato di piegarsi alle intimidazioni o alle istigazioni dei vari poteri che si sono succeduti. Dopo il ritiro sovietico nel 1989, l'alleanza ufficiosa di Stati che aveva appoggiato i mujaheddin non tardò a sfaldarsi. Islamabad non voleva assolutamente un ampio governo di unità nazionale per la ricostruzione, preferendo invece imporre al paese - con l'appoggio statunitense e saudita - il suo pupillo Gulbuddin Hekmatyar. Ne conseguì un circolo vizioso di guerre civili, punteggiate da instabili tregue e dalla resistenza degli hazara (appoggiati dall'Iran), di Ahmed Shah Massud (appoggiato dalla Francia), e del generale uzbeko Dostum (appoggiato dalla Russia). Quando divenne ovvio che le forze di Hekmatyar non erano in grado di sconfiggere questi avversari, l'esercito pakistano cominciò ad appoggiare quegli studenti che andava addestrando nelle scuole religiose della Frontiera del Nord-Ovest fin dal 1980, il cui alfabeto era limitato alle lettere jeem per jihad, kaaf per kalashnikov, e tay per tope (cannone). 

Nel 1992, il governatore della Frontiera del Nord-Ovest osservò che non sapeva se quei giovani fanatici delle madrasa potessero `liberare' l'Afghanistan, ma che certamente avrebbero destabilizzato ciò che restava del Pakistan.I taliban erano orfani della guerra contro l'infedele russo. Addestrati e mandati oltre la frontiera dall'Isi, sarebbero stati lanciati a combattere contro altri musulmani che venivano indicati loro come falsi credenti. Rashid descrive la loro visione con grande vividezza: «Questi ragazzi costituivano un mondo a parte rispetto ai mujaheddin che avevo conosciuto negli anni '80 - uomini che potevano elencare con precisione i loro lignaggi clanici e tribali, che ricordavano le loro fattorie abbandonate e le loro valli con nostalgia e narravano leggende e storie tradizionali afghane. Questi ragazzi appartenevano a una generazione che non aveva mai visto la pace regnare sul proprio paese. Non avevano alcuna memoria delle loro tribù, dei loro antenati, dei loro vicini, né di quel complesso groviglio etnico di popoli che era la loro patria. Ammiravano la guerra, perché era la sola occupazione a cui potevano dedicarsi. La loro semplice credenza in un Islam messianico e puritano era l'unica àncora a cui potevano aggrapparsi per dare alla propria vita un minimo di senso». Questo fanatismo senza radici - una specie di tetro universalismo islamico - trasformò i taliban in una forza di combattimento molto più efficace di tutti i loro avversari, ancorati ad una base locale. Pur essendo di origine pashtun, i leader dei taliban potevano essere sicuri che i loro giovani soldati non avrebbero ceduto al richiamo divisorio della fedeltà etnica o tribale, di cui persino la sinistra afghana aveva avuto difficoltà a sbarazzarsi. Quando cominciarono ad attraversare la frontiera, furono accolti come un sollievo da una popolazine esausta dalla guerra: gli abitanti delle maggiori città non avevano più alcuna fiducia nelle forze che, dopo la partenza dei sovietici, non avevano fatto altro che combattersi tra loro a spese dei civili.Se i taliban si fossero limitati a offrire pane e pace, avrebbero potuto ottenere un ampio e durevole consenso popolare. Tuttavia, divenne presto evidente agli occhi di una popolazione sconcertata quale tipo di regime avevano intenzione di imporre.

 

Alle donne fu impedito di lavorare, andare a prendere i figli a scuola e, in alcune città, fare la spesa: furono a tutti gli effetti relegate nelle proprie case. Le scuole femminili furono chiuse. I taliban avevano imparato nelle loro madrasa a evitare le tentazioni femminili - la fratellanza maschile era considerata un elemento di salda disciplina militare. Il puritanesimo venne esteso alla repressione di ogni tipo di espressione sessuale e, sebbene questa fosse una regione in cui le pratiche omosessuali erano diffuse da secoli, i colpevoli di questo `crimine' vennero messi a morte dai comandanti taliban. Al di fuori delle loro fila, ogni tipo di dissenso venne represso brutalmente con l'imposizione di un regime di terrore senza precedenti. Il credo taliban è una variante dell'Islam deobandita professato da una tendenza settaria pakistana - che appare ancora più estrema del wahhabismo, dal momento che neppure i governanti sauditi hanno privato metà della loro popolazione dei diritti civili in nome del Corano. La rigidità dei mullah afghani è stata denunciata dai religiosi sunniti dell'università Al Azhar del Cairo e dai teologi sciiti di Qom come un'offesa al Profeta. Il grande poeta pakistano Faiz, i cui antenati provenivano dall'Afghanistan, potrebbe aver scritto dal carcere queste righe sulla terra dei suoi avi:
«Seppelliscimi sotto le tue strade, o paese mio dove nessuno osa ora camminare a testa alta, dove gli amanti sinceri ti rendono omaggio camminando furtivi e temendo per la propria vita e i propri arti; è in piedi un nuovo tipo di regime le pietre e i mattoni son chiusi a chiave e i cani lasciati sciolti - i villani diventano giudici, come gli usurpatori.
Chi parlerà a nostro nome?
Da chi dobbiamo cercare giustizia?» Certamente non dal comandante in capo della Casa Bianca o dal suo luogotenente di Downing street. Da questi pulpiti, non si sono levate grandi voci in difesa dei diritti umani nel momento in cui le donne afghane venivano assoggettate a una persecuzione vile. Rashid nota amaramente che le poche e lievi critiche pronunciate in questo senso da Hillary Clinton erano più destinate a mettere a tacere le femministe americane durante lo scandalo Lewinsky - un compito non molto arduo - che a cambiare la situazione a Kabul, a Kandahar o a Herat, antiche città in cui le donne mai erano state cacciate in un tale abisso di miseria. Le grandi imprese americane si mostravano meno ipocrite. Il 29 ottobre 1997, Trud, un giornale russo, riportò le parole del vice-direttore di Unocal, Chris Taggart: "se i Talebani stabilizzano la situazione in Afghanistan e ottengono un riconoscimento internazionale, le possibilità di costruire un oleodotto miglioreranno significativamente."

da: http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/23/23A20011204.html