IRAQ

La CIA ammette:  false le prove sull'Iraq!

WASHINGTON - Un documento (falso) arrivato all'intelligence statunitense tramite le "barbe finte" italiane e britanniche rischia di diventare il watergate del presidente americano George W. Bush e della sua Amministrazione. Per uscire dall'angolo, Bush e Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale, puntano il dito sulla Cia e, soprattutto, sul suo direttore, George Tenet, uno dei pochissimi sopravvissuti dell'Amministrazione Clinton. E Tenet, con una dichiarazione, ammette che fu un errore lasciare che la vicenda del presunto traffico di uranio tra Niger e Iraq finisse nel discorso sullo Stato dell'Unione di Bush e se ne assume la responsabilità.

Così, Tenet, che non fa riferimento a dimissioni, potrebbe riuscire a salvare il posto: in due pagine di spiegazioni, afferma che "quelle 16 parole non avrebbero dovuto essere inserite nel testo per il presidente", che ha il diritto "di ritenere che quanto gli viene proposto sia solido". Il documento che faceva riferimento allo scambio di lettere tra Iraq e Niger per l'acquisto di uranio a fine militari, servì da fonte a Bush per un passaggio del discorso solenne del 28 gennaio.

Bush disse che l'Iraq stava comprando uranio in Africa: non era vero, o almeno non ce n'erano allora, come non ce ne sono adesso, le prove. Secondo un giornale di New York, il News Day, all'origine del falso ci sarebbero i servizi segreti italiani e britannici che ricevute delle lettere, false, che parlavano di un traffico di uranio tra il Niger e l'Iraq, le girarono alla Cia. Ma il presidente e la Rice affermano: la Cia approvò il testo del discorso, sapeva che quell'affermazione era falsa, ma tacque. E' una vicenda intricata, difficile, che, nei chiacchiericci dei siti, alimenta ipotesi di congiure e trappole. La geografia delle agenzie d'intelligence americana complica le ipotesi.

C'è chi, come il Washington Post, crede che la Cia provò, fin dal 2002, a convincere l'intelligence britannica a non inserire quel documento nel suo dossier sull'Iraq. C'è Joseph Wilson, un ex diplomatico che indagò sulla vicenda e che sostiene che l'inattendibilità del rapporto britannico era stata accertata prima che il discorso di Bush fosse pronunciato. E c'è chi, come il segretario di Stato americano Colin Powell, difende l'operato e la buona fede della Casa Bianca, anche se il suo Dipartimento prese sempre le distanze dalla pista dell'uranio africano.

Varie fonti americane citate anonime dalla stampa indicano concordi che i dubbi dell'intelligence statunitense vennero espressi a esponenti britannici e circolarono fra le agenzie d'informazione staunitense prima che Bush pronunciasse il suo discorso. Nonostante questo quelle accuse finirono nel discorso di Bush. Adesso il presidente e la sua consigliera sulla sicurezza sotto gli attacchi dei democratici si difendono: "Il discorso alla nazione era stato approvato dai servizi d'intelligence". La Rice sostiene, letteralmente: "La Cia ratificò il discorso nella sua integralità. Se la Cia o il direttore della Cia avesse detto 'togliete questo', sarebbe stato fatto". In questo modo Bush e la Rice provano ad allontanare dall'Amministrazione il sospetto di avere scientemente utilizzato, nel discorso solenne sullo Stato dell'Unione, affermazioni che già si sapevano false per accrescere la sensazione di minaccia dei programmi di armi di distruzione di massa dell'Iraq.

Ed ora il capo della Cia Tenet toglie le castagne dal fuoco alla Casa Bianca con l'ammissione dell'errore: abbiamo sbagliato noi a non avvertire il presidente.

(12 luglio 2003)

http://www.repubblica.it/online/esteri/iraqattacotrentacinque/uranio/uranio.html