IRAQ

All' Occidente piaceva. Saddam Hussein

Guerre del Golfo


La prima scoppio' nel 1980, un anno dopo la rivoluzione degli Ayatollah in Iran. A Bagdad l'uomo forte, da un anno, era Saddam Hussein. Nel 1957 si era scritto al partito Bath (una sorta di nazionalsocialismo arabo). Nel 1968 un colpo di Stato lo aveva insediato alla vicepresidenza del Consiglio della Rivoluzione. E nel 1979, infine, mentre l'Iran diventava una repubblica teocratica, era salito al vertice dello Stao. All'Occidente piaceva. Era laico, modernizzatore e, nel campo arabo, internazionalmente moderato. Piacque ancora di piu' quando decise di approfittare del marasma di Teheran per affermare la piena sovranita' irachena su un approdo strategico del Golfo (Shatt-al-Arab) che era stato sino allora parzialmente iraniano. La guerra duro' otto anni e fu spietata. 

Mentre gli iraniani mandarono all'assalto un esercito di adolescenti a cui spettava il compito di "bonificare" con il proprio corpo i campi minati dal nemico, gli iracheni usavano i gas tossici, si coprirono le spalle schiacciando una rivolta curda e bombardarono Teheran. Ma gli americani, gli europei e i sovietici chiusero un occhio e si rallegrarono soprattutto del fatto che qualcuno rendesse la vita difficile al regime fondamentalista iraniano. Formalmente, infatti, eravamo tutti neutrali. Ma quando la flotta iraniana cerco' di bloccare le esportazioni di petrolio iracheno, navi da guerra americane e inglesi organizzarono convogli di petroliere e ne assicurarono la protezione.
Fu cosi', grazie alla benevolenza dell'Occidente, che l'Iraq pote' continuare a finanziare, con i proventi delle sue esportazioni, la guerra contro l'Iran. Altri finanziamenti, diretti alla sua agricoltura, provenivano nel frattempo da una agenzia finanziaria americana passando attraverso la filiale della Banca Nazionale del Lavoro ad Atlanta, in Georgia.
Quando il conflitto termino' nel 1988 Saddam conservo' un piccolo pezzo di territorio iraniano e pote' cantare vittoria. Ma era una vittoria di Pirro. Il mondo, nel frattempo, stava cambiando. Tra la fine del 1989 e gli inizi del 1990 il blocco sovietico si disintegro' e George Bush sr., eletto dalla presidenza degli Stati Uniti nel novembre del 1988, pote' annunciare la nascita di un "nuovo ordine mondiale". Per Saddam il "nuovo ordine" era quello in cui lui avrebbe potuto soddisfare finalmente una vecchia ambizione nazionale irachena: l'annessione del Kuwait. Visto da Bagdad l'emirato era soltanto un vecchio feudo, governato da un Signore del petrolio e privo di una qualsiasi identita' nazionale. Perche' l'Occidente avrebbe dovuto proibirgli cio' che aveva permesso all'India nel caso di Goa e all'Indonesia in quello di Timor est? Qualche giorno prima dell'inizio delle operazioni, dopo aver lanciato un bellicoso segnale al Kuwait, Saddam ebbe una conversazione con l'ambasciatore degli Stati Uniti. Sedette di fronte a lui una piccola signora, seria e diligente, a cui il Dipartimento di Stato aveva dato istruzione di dichiarare che le questioni di frontiera non avevano, per Washington, grande importanza. Saddam capi' che poteva prendersi il Kuwait e passo' all'azione.


Non aveva, pero', fatto i conti con Margaret Thatcher. In quei giorni dell'agosto del 1990 la Lady di ferro era nel Colorado insieme a Bush per un convegno dell'Aspen Institute. Mentre il presidente degli Stati Uniti esitava, il primo ministro britannico sostenne che una grande potenza non poteva, dopo la fine della guerra fredda, assistere passivamente a una cosi' brutale violazione del diritto internazionale. Bush si lascio' convincere e impiego' i sei mesi successivi a costruire una grande coalizione. Fu anche necessario convincere l'America. Saddam venne descritto come la reincarnazione di Hitler. Fu spiegato al mondo che il dittatore iracheno si era impegnato da tempo nella costruzione di armi nucleari, batteriologiche e chimiche. Furono ricordati gli episodi piu' cruenti del suo regime, dalla repressione dei curdi alla brutale eliminazione degli avversari politici. Era tutto vero. Ma erano fatti noti che non avevano suscitato a Washington, negli anni precedenti, particolare indignazione.
Scaltro, ma arrogante e troppo sicuro di se', Saddam spero' sino all'ultimo che l'Unione Sovietica, il Papa e qualche Paese europeo avrebbe dissuaso il presidente americano dal realizzare le sue minacce. La guerra scoppio' nella notte fra il 16 e il 17 gennaio. Gli Stati Uniti misero in campo 500mila uomini e gli iracheni, prima di abbandonare il Kuwait, incendiarono i pozzi di petrolio. Ma dopo un mese di bombardamenti aerei e due settimane di operazione sul terreno, Saddam dovette chiedere una tregua. Gli americani avevano di fronte a se', in quel momento, due opzioni. Potevano rifiutare la tregua, continuare le operazioni fino alla conquista di Bagdad, defenestrare Saddam e restare nella regione per tutto il tempo necessario alla organizzazione di un nuovo regime politico. 

O potevano permettere che Saddam, dopo la punizione subita, diventasse nuovamente un accettabile interlocutore politico. Nel corso di una viaggio a Milano, qualche mese fa, il vecchio mese Bush spiego' che la guerra a oltranza non era desiderata dagli alleati dell'America e che egli dovette di conseguenza scartare la prima opzione. E' vero. Ma e' altrettanto probabile che il presidente non volesse avere truppe americane fuori casa nel corso della campagna per le elezioni presidenziali, un anno dopo.
Restava la seconda ipotesi: togliere a Saddam il Kuwait e ricominciare a trattare con lui. Quando Washington gli permise di reprimere una rivolta sciita, parve che l'America avesse adottato questa soluzione. Ma nei mesi seguenti prevalse la convinzione che Saddam fosse un nemico e che occorresse trattarlo come tale. In altre parole le due opzioni ragionevoli furono scartate a favore di una terza che si rivelo' col passare del tempo terribilmente irragionevole.
Comincia cosi' la tragicommedia delle sanzioni, degli ispettori, dei voli di interdizione, dei bombardamenti punitivi e degli interminabili dibattiti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono passati undici anni durante i quali l'America ha cambiato tre presidenti. Ma Saddam e' sempre li'. Nell'ultima frase della sua presidenza Clinton aveva tollerato il ritiro degli ispettori e cercato di dimenticare il problema. Ma ora George W. Bush sembra mosso da due desideri. Vuole chiudere un conto familiare e vuole, dopo l'11 settembre, punire i "cattivi", ovunque siano. Saddam dal canto suo recita perfettamente la parte e sembra deciso a sfidare fino in fondo la politica americana. Se nessuno a Washington, nei prossimi mesi, prestera' attenzione alle domande di Powell, non sra' facile interrompere il conto alla rovescia.

31 luglio 2002, Corriere della sera, Sergio Romano

Le frasi:
16/1/1991: "E' iniziata la madre di tutte le battaglie tra le forze della verita' e le forze del male guidate dal Satana Bush".
15/9/2001: "L'America deve ora dimostrare buonsenso, usare la saggezza, non la forza come ha fatto in passato".
17/7/2002: "Malvagi tiranni e oppressori del mondo: non mi sconfiggerete mai! Verrete spazzati via come il vento".

grazie a shapelessrok