LA LUCE BASSA DEL MATTINO
"Conosci te stesso" (Socrate)
Giorgio Trevi ai sogni ci credeva davvero. Sosteneva fermamente che l'attività onirica non fosse solo il semplice frutto dell'inconscio, non la proiezione delle nostre paure ancestrali, dei nostri desideri più nascosti, del lato oscuro della nostra personalità... No, egli era convinto che fossero presagi veri e propri, forse non proprio la manifestazione di un destino già scritto, perché a quello non credeva, ma che in qualche modo fossero come ammonimenti, segni che un'entità soprannaturale mandava a tutti gli uomini abbastanza avveduti da coglierne il messaggio.
A ben vedere, i sogni e quello che ci stava dietro erano l'unica punta di irrazionalità nella sua vita. E di certo irrazionale era stato anche quello che gli era capitato quarant'anni prima, irrazionale eppure tanto sconvolgente. Anche se di certo non poteva essere stato un sogno. Ne era sicuro; quel profumo, quel sorriso, benchè avessero assunto con il passare degli anni quei contorni sfumati e rarefatti dei sogni, erano ancora sufficientemente vividi nella sua mente da non fargli dubitare circa la loro realtà.
Chiuse gli occhi, seduto su quella panchina da cui, quaranta anni prima, occhi a lui sconosciuti avevano forse assistito all'arrivo di quel treno che veniva dall'est, quel treno dal quale un giovane, di ritorno a casa dalla caserma in cui prestava servizio militare, era sceso accanto ad una ragazza che nemmeno sospettava un giorno avrebbe avuto la fortuna di incontrare. Con in spalla un borsone enorme, appariva un po' impacciato nello schivare la folla che si accalcava pressante sui marciapiedi da cui partivano gli ultimi treni prima dell'arrivo del Natale.
Aprì gli occhi, e non poté fare a meno di constatare, come puntualmente avveniva tutti gli anni, che il tempo non aveva mutato per niente l'aspetto di quell'angolo di stazione, di quel binario 7 a cui ogni 24 dicembre alle 18.00, più o meno puntuale, arrivava sempre il solito treno dall'est. Guardò l'orologio, e si apprestò come sempre ad osservare la gente che di lì a poco avrebbe affollato quel marciapiede all'arrivo del treno, nasi all'insù, occhi curiosi e ansiosi, sorrisi smaglianti, espressioni di gioia, abbracci un po' troppo calorosi, baci appassionati... sempre la solita scena... Magari quaranta anni prima c'era stato qualcosa di diverso. O forse no. Forse a lui solo era sembrato diverso, perché allora lo stava vivendo in prima persona.
Che poi a ben vedere, con gli anni, si era fatto una ragione di tutto. O meglio così pensava sempre tra sé e sé. Ma mentiva. In realtà ancora non sapeva spiegarsi come era potuto accadere. Non riusciva a spiegarsi come era potuta sfuggirgli di sotto gli occhi quella ragazza di cui non conosceva nemmeno il nome, e con la quale aveva avuto quella conversazione così fitta e intensa per due ore di viaggio. Tutto quello che ricordava, era un urto, la sua borsa che si apriva lì nel bel mezzo del marciapiede, mille scuse che venivano dalla voce imbarazzata di chissà chi, e una mano tesa qualche metro più avanti, tra la folla, che lanciava un vigoroso gesto di saluto al suo indirizzo. Aveva pensato lì per lì ad un arrivederci. Ma non lo fu.
"No, mi fermo qui, non preoccuparti, non ho intenzione di preseguire. Stai pure comodo". Quante volte aveva rivissuto mentalmente quella scena, quante volte aveva rivisto con lo stesso stupore quegli occhi... E la luce, la luce del tramonto invernale, calda, intensa, penetrante e un po' impertinente di tra le pieghe delle tendine del finestrino del treno, la luce amichevole che pareva salutare quell'incontro, la luce amichevole che faceva luccicare gli occhi, rendeva smaglianti i sorrisi e infondeva sicurezza e benessere a piene mani, come le mani di una mamma, come il sorriso di una nonna, come un angelo custode. E il tempo non aveva cancellato i frammenti di quella conversazione, il tempo non aveva potuto nulla contro quello che sarebbe stata il primo alito di vita di un essere umano.
Fu il fischio del treno che stava arrivando a scuoterlo di soprassalto. Chissà cosa cercarono i suoi occhi quando le porte si aprirono e la folla invase il marciapiede e indifferente gli passò accanto. Laura in quaranta anni doveva essere cambiata, e forse non l'avrebbe riconosciuta.
Laura?
Sì, Laura. Ne era convinto. Non poteva che essere questo il suo nome. Eppure fu un sogno a rivelarglielo.
Accadde un anno dopo. Il 23 dicembre. Sognò. O meglio, come sosteneva lui, ebbe un presagio.
Nel sogno, si rivide alla stazione, un anno dopo. Seduto su una panchina, leggeva un giornale, ed era come se non gli giungesse rumore delle persone che gli passavano accanto, come se vivesse in un ambiente ovattato, sott'acqua, e niente potesse scalfire la sua imperturbabilità. Ma di colpo però fece irruzione nel suo mondo silenzioso e protetto tutto il rumore e il vociare della folla che gli passava accanto; si voltò smarrito e si accorse che di fianco a lui si era seduta Laura... Sì, non sapeva come, ma la ragazza conosciuta in treno che ora gli sedeva accanto si chiamava Laura.
Laura gli sorrideva, con quel suo sorriso pieno di affetto, forse di amore, e di gioia, che mai avrebbe più visto in vita sua. Si alzò, gli porse la mano e lo invitò ad alzarsi con lei. Ancora frastornato, accettò l'invito, fece per alzarsi dalla panchina, ma le sue gambe tremavano, faticavano a reggerlo, era come se non avessero forza, quasi fossero le gambe stanche e deboli di un...
Lentamente e faticosamente, riuscì ad alzarsi, mosse i primi passi, Laura gli stava vicino; passando davanti ad una porta a vetri, si specchiò e si vide vecchio... ma la sensazione immediata che n'ebbe fu quasi di sollievo, di liberazione. E fu mentre si specchiava che lo urtò un passante, e lì il sogno finì, e si svegliò di soprassalto.
Da allora, ogni 24 dicembre, poco prima delle 18.00, contravvenendo ad ogni suo principio logico e razionale, si recava in stazione, e aspettava il solito treno dall'est.
Guardò l'orologio. Erano quasi le 18.30, il marciapiede era deserto. Faceva freddo. Si alzò, e si diresse verso l'uscita, a testa bassa come sempre, con dentro quel misto di delusione e rancore che con gli anni si stava trasformando in rassegnazione.
"Signore! Ehi, signore! Ho fame, non avresti qualcosa da darmi?...". Guardò per terra, e vide la mano tesa di una bambina che gli chiedeva l'elemosina. Le sorrise brevemente, e tirò dritto. Non era cattivo, o forse non lo era particolarmente... solo che non amava fare l'elemosina in pubblico, lo imbarazzava il mostrarsi buono. Non fece nemmeno dieci metri, che venne urtato da un passante che per poco non lo buttò a terra. Nell'urto, rivide la bambina, delusa, con gli occhi già bassi. Fu un attimo, trovò il coraggio di tornare indietro, e mosse a grandi passi controcorrente verso la piccola, la quale dal canto suo lo guardava con aria interrogativa.
"Quanti anni hai?", le chiese.
"Dodici", rispose un po' impaurita la bambina.
"Dov'è tua mamma?"
"L'hanno portata via... io sono scappata..."
Fece una pausa di silenzio, poi riprese.
"Hai mai mangiato il panettone, quello buono, che fanno nelle pasticcerie?"
La bambina abbassò lo sguardo.
Le porse allora la sua mano, e le disse: "Vieni, andiamo, dopo ti riporto qui."
La bambina si alzò, sembrava non avesse paura.
"Come ti chiami?"
"Laura", rispose lei.
E sorrise.
Il mattino dopo, si alzò presto. Il sole stava sorgendo, e la luce cominciava a inondare la casa e le strade della città.
Si vestì in fretta, e scese per strada.
Camminò verso il sole. La luce bassa del mattino, invadente e violenta, gli penetrò dal basso nell'anima, come volesse scalfirla, o forse ripulirla. Si parò gli occhi con una mano, e come in controluce intravvide la figura di un neonato, che aveva vissuto solo quaranta giorni in quarant'anni. E capì. E giurò che mai e poi mai avrebbe più ignorato il vagito di quel neonato. Perché non è mai troppo tardi per iniziare a vivere.
Sorrise. Soddisfatto. Felice. Era Natale.
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