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Il Santuario
di S. Antonio Abate

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Il pellegrinaggio al Santuario di Sant'Antonio alla tempa.

Racconto di Domenico Bolettieri, tratto da Ritratti di vita paesana, ed BMG, Matera, 1998, pp.15-20.

 

Nel racconto del pellegrinaggio che ha luogo ogni anno al Santuario di  Sant’Antonio Abate, così come si svolgeva nel secolo scorso, riviviamo   la pia devozione del popolo verso il Santo protettore degli animali.

 

Si andava a Sant’Antonio Abate a dorso di mulo e per sentieri scoscesi che si snodavano lungo il colle su cui si erge l’antico santuario. Ci si avviava la mattina presto, quando l’alba cominciava a spuntare e le colline tutt’intorno biancheggiavano alle prime luci del giorno. Si saliva per scorciatoie così strette da consentire appena il passaggio dei muli tra cespugli di rovi e folte macchie di lentisco dai lunghi rami penduli e dai frutti rossastri. Gli animali arrancavano nella ripida salita sbruffando fra la polvere che si sollevava al loro passaggio e, nei tratti più accidentati, zampeggiavano per liberarsi delle pietruzzole finite fra gli zoccoli, facendole ruzzolare per l’altopiano. Lungo quelle biancastre "frattine" screpolate e sterpose, muli e asini, schiacciati dal peso dei sacchettini e delle persone sedute sul basto, sulla groppa e sulle sedioline poste lateralmente, camminavano con il collo basso e a fatica, scorreggiando di tanto in tanto per la strada. Per quel giorno erano stati bardati a festa con coloratissime zagarelle che pendevano dal barbazzale e dal collare e ondeggiavano ai loro movimenti ancheggianti e al minimo soffiar di vento. Si andava, per quelle mulattiere, a cavalcioni e sempre fortemente aggrappati gli uni agli altri, per non scivolare: quella posizione scomoda molte volte diventava insostenibile e la strada sembrava non dovesse mai finire. Non pochi erano coloro che andavano a piedi; talvolta s’incontrava qualche donna che, per adempiere un voto, saliva scalza fin sulla tempa, ferendosi i piedi tra cardi, spine e sassi. Anche se il percorso non era agevole, si partecipava lo stesso a questa festa campestre, provando un immenso piacere; e la gioia la si vedeva dipinta sul volto di tutti: era pur sempre una sagra paesana che offriva l’occasione di riposarsi e divertirsi. Mio padre aveva una grande devozione per il Santo protettore degli animali domestici e, quasi ogni anno, a maggio, il martedì dopo la Pentecoste, ci si recava a questo pellegrinaggio collettivo, anche se poi si riduceva ad una vera e propria scampagnata, con grande abbuffata di cibi prelibati preparati il giorno prima da mia madre.

Nel salire l’altopiano, l’aurora, diffondendo un tenue chiarore, mi permetteva di vedere da lassù, attraverso i tornanti, il brulicare delle persone e le colline punteggiate qua e là da masserie seminascoste dagli alberi. E mentre respiravo quell’aria carica di tutte le fragranze della nuova primavera, mi giungevano da lontano in modo quasi spento, attraverso quelle profonde e sassose vallate, il suono dello zufolo dei pastori, l’abbaiare dei cani e il rumore dei campanacci degli animali che uscivano al pascolo. Nell’ultimo tratto lo scalpiccìo diventava meno intenso, poiché si procedeva piano e in fila indiana per un viottolo assai ripido e angusto. Man mano che si saliva, ci provenivano sempre più nitide le voci delle persone giunte sul pianoro prima di noi e il lento suono della campanella della chiesa, che si stemperava nello spazio sterminato della campagna circostante. E dopo poco, ecco finalmente apparirci i muri grigi, screpolati e semicoperti di muschio della cappella del Santo, tutta appartata là in alto, sulla cima del colle. Sempre a dorso di mulo si attraversava l’ampio spiazzo occupato in parte da innumerevoli bancarelle e, nel massimo silenzio e raccoglimento, si facevano tre giri intorno alla chiesa.

Una cerimonia, questa, che veniva compiuta con scrupolosa meticolosità e con ordine prestabilito di movimenti. Era un modo, secondo la consuetudine, per poter entrare in rapporto con il Santo e tributargli onore e venerazione. Dopo il percorso circolare, rimanendo sempre ritti sulle bestie, ci si fermava davanti alla porta del tempio, ci si segnava la fronte e s’invocava più volte, sommessamente, "Sant’Antuono" affinché proteggesse gli animali. E legati poi i muli a uno degli alberi nella parte digradante del colle, si entrava in chiesa. In quel luogo piuttosto buio saliva subito alle narici un penetrante odore di chiuso e di umidità. Una tenue luminosità veniva diffusa dalle tante fiammelle delle candele. Il loro chiarore si proiettava sulle pareti, che erano tutte tappezzate di ex voto: medaglioni con foto, trecce di capelli, veli di spose e sai di monacelli. Il Santo abate troneggiava sull’altare della chiesa parata a festa.

E la gente lì convenuta dai paesi vicini a quel comune raduno, puntuale come ogni anno, vestita ammodo ora vi affluiva numerosa tra il rumore pesante dei passi e il vocio incontrollato. C’erano contadini azzimati con l’abito di fustagno, uomini tarchiati con lunghi mustacchi, qualche vecchio un po curvo appoggiato a un lungo bastone nodoso, pastori, bovari, baldanzosi giovanotti e bambini di ogni età. Non mancavano impettite signore rese ancor più seducenti dal costume popolare dell’epoca con gonne plissettate e camicette bianche ricamate. I colori e i merletti dei tessuti dei loro vestiti si mescolavano con quelli indossati dalle fanciulle, che portavano vistosi fazzoletti annodati al collo. Quelle persone, pur così diverse tra loro per aspetto, ceto, età, foggia e provenienza, compivano gesti comuni ed avevano lo stesso atteggiamento devoto davanti al Santo. Le une accanto alle altre si fondevano armonicamente e contribuivano, pur nella molteplicità dei loro usi e costumi, a ricomporre, come i pezzi di un mosaico, tutta l’anima popolare. E dall’espressione dei loro volti traspariva una certa disposizione d’animo, che è data proprio dalla festa, cioè la propensione ad avvicinare gli altri per conoscersi, divertirsi insieme e stringere amicizia. Anche chi, correndo dietro a vecchie rivalità campanilistiche che sfociavano in vere e proprie liti, non si lasciava coinvolgere da quell’atmosfera festosa, dopo essersi sfogato, come se nulla fosse stato, riusciva ad unirsi agli altri, dimenticandò i vecchi rancori. Ricordo che un anno, al termine della funzione religiosa, un devoto si era da poco avvicinato alla statua per portarla a spalla in processione, quando un omone con la faccia paonazza gli si avvicinò e minacciosamente lo allontanò con forza. Guizzi d’odio, dettati dalla rivalità, balenarono dai loro sguardi e ne seguirono grida e scambi di pugni. Ne nacque una zuffa. La confusione aumentò sempre più e coinvolse altri uomini. Alcuni davano spintoni e si dimenavano, facendo sollevare un gran polverone, altri, invece, sghignazzavano e fomentavano la rissa alimentando la baraonda. Donne e bambini, in preda allo spavento, con gesti disperati e urla si ritrassero verso la chiesa.

Dei grossi rami furono staccati dagli alberi e, usandoli come mazze, si iniziò a tirar colpi all’impazzata sulla fazione avversa. Volarono per aria cappelli, candele, clarinetti e trombe dei bandisti. Né fu risparmiato lo stendardo del Santo, che finì per terra. Nel trambusto anche il prete si buscò un colpo sulla schiena e si vide cadere dalle mani l’incensiere.
Il poverino, vistosi impotente, si rifugiò in chiesa, si attaccò alle funi e si mise a suonare le campane. E suonò a lungo finché la rissa non fu sedata dall’intervento dei carabinieri. I più riottosi provenivano da un piccolo paese del circondano posto sulla collina di fronte. Si contendevano il possesso di "Sant’Antuono" per una convinzione radicata nel tempo dovuta al fatto che il santuario si trovava nell’agro del loro Comune.
I loro campi, i pascoli, i boschi, la terra che essi calpestavano e lavoravano erano compresi tutti in quell’area. Vivevano ogni giorno con il Santo e ne rivendicavano l’appartenenza, difendendola da eventuali intrusioni. E a chi, se non a loro, dicevano, toccava portare a spalla l’Abate?

La calma, per forza di cose, ritornò quando si accettò il tradizionale turno dei comuni vicini. E fu solo allora, a mezzogiorno, con il sole che dardeggiava da un cielo senza nubi, che la processione iniziò il suo percorso. Al ritorno della statua in chiesa, la gente si sparpagliò per la campagna, alla ricerca di angoli più ombreggiati per stendervi tovaglie e poggiarvi le cibarie. Fra tanta animazione, si trasportavano le sporte e si accendevano focherelli con sterpi e frasche. In poco tempo nell’aria si diffuse il profumo dell’arrosto sulla brace e si videro visi allegri tracannare a garganella il vino dai fiaschi. Si chiacchierava e si brindava tra scherzi e facezie grossolane, mentre noi ragazzi accennavamo un motivetto con l’ocarina. Più tardi si sentirono delle voci intonare una canzone popolare che esprimeva in modo schietto e immediato il desiderio di ballare. Mi ritornano ancora in mente le parole che, tradotte dal dialetto, dicevano più o meno così:

"Balla, ragazza, la tarantella assieme a me
e accosta il tuo seno al mio petto.
Tenendoci stretti stretti l’uno all'altra, ci divertiremo tanto a saltare...".

E, mescolando il sacro con il profano, al suono dell’organetto, si danzò piacevolmente, schioccando le dita e urtandosi sul terreno erboso con schiamazzi e risate. Giovani e meno giovani, signorotti e braccianti, fanciulle e signore di tutti i paesi, dopo i primi timidi passi, accompagnati dal ritmo della tradizionale tarantella prima e della polca poi, si misero a ballare su quella pista improvvisata. Chi non ballava, si divertiva a guardare stando sdraiato sull’erba con le mani intrecciate dietro la nuca.

All’atmosfera allegra di quella festa paesana, che aveva accomunato quel giorno tanta gente diversa, sembrò fondersi armonicamente tutta la bellezza della natura primaverile con i suoi verdi seminati, il canto degli uccelli e il profumo dei fiori selvatici. Si fece baldoria fino a quando il sole, con i suoi ultimi bagliori, non scomparve dietro i monti e le prime ombre della sera non calarono sull’altopiano del santuario.

 

Per approfondire consigliamo di leggere:

Il culto popolare di S. Antonio Abate in Occidente
Brano tratto dalla Biblioteca Sanctorum

 

 

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