Ugo FOSCOLO, I sepolcri

Metro - 295 endecasillabi sciolti

Deorum Manium jura sancta sunto
Duodecim tabulae

      All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto Ŕ forse il sonno
della morte men duro? Ove pi˙ il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
nÚ da te, dolce amico, udr˛ pi˙ il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nÚ pi˙ nel cor mi parlerÓ lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dÝ perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero Ŕ ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblÝo nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.
      Ma perchÚ pria del tempo a sÚ il mortale
invidierÓ l'illus´on che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarÓ muta l'armonia del giorno,
se pu˛ destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste Ŕ questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote Ŕ negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
      Sol chi non lascia ereditÓ d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nÚ donna innamorata preghi,
nÚ passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
     Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote
, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educ˛ un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo Ŕ dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdŘani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perchÚ non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui giÓ di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la cittÓ, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasci˛ sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'˙pupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerŰa campagna
e l'immonda accusar col luttŘoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obbl´ate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.
     Dal dÝ che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscÝan quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
relig´on che con diversi riti
le virt˙ patrie e la pietÓ congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; nÚ agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contamin˛; nÚ le cittÓ fur meste
d'effig´ati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prez´osi
vasi accogliean le lagrime votive.
RapÝan gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchÚ gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e v´ole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentÝa qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
cne tronca fe' la tr´onfata nave
del maggior pino, e si scav˛ la bara.
Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
GiÓ il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
giÓ vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistÓ raccolga
non di tesori ereditÓ, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.
     A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli all˛r ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alz˛ in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
pi˙ mondi, e il Sole irrad´arli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombr˛ primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegr˛ l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'id´oma
dÚsti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma pi˙ beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno Ŕ pi˙ deserto, i campi e il cielo
des´oso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria. Ah sÝ! da quella
relig´osa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacr˛ tombe a' suoi prodi,
la virt˙ greca e l'ira. Il navigante
che veleggi˛ quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscuritÓ scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
     Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizz˛ l'antenna
oltre l'isole egŔe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retŔe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
giusta di glorie dispensiera Ŕ morte;
nÚ senno astuto nÚ favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
chÚ alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei.
     E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le PimplŔe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diŔ DÓrdano figlio,
onde fur Troia e AssÓraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Per˛ che quando Elettra udÝ la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mand˛ il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontÓ de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -
CosÝ orando moriva. E ne gemea
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi pos˛ Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dÝ mortale,
venne; e all'ombre cant˛ carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospirando: - Oh se mai d'Argo,
ove al TidÝde e di Lńerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chÚ de' Numi Ŕ dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrÓ pio dalle devote frondi
men si dorrÓ di consanguinei lutti,
e santamente toccherÓ l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dÝ vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerÓ la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far pi˙ bello l'ultimo trofeo
ai fatati PelÝdi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerÓ per quante
abbraccia terre il gran padre OceÓno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchÚ il Sole
risplenderÓ su le sciagure umane.
 
 
 
 
5
 
 
 
 
10
 
 
 
 
15
 
 
 
 
20
 
 
 
 
25
 
 
 
 
30
 
 
 
 
35
 
 
 
 
40
 
 
 
 
45
 
 
 
 
50
 
 
 
 
55
 
 
 
 
60
 
 
 
 
65
 
 
 
 
70
 
 
 
 
75
 
 
 
 
80
 
 
 
 
85
 
 
 
 
90
 
 
 
 
95
 
 
 
 
100
 
 
 
 
105
 
 
 
 
110
 
 
 
 
115
 
 
 
 
120
 
 
 
 
125
 
 
 
 
130
 
 
 
 
135
 
 
 
 
140
 
 
 
 
145
 
 
 
 
150
 
 
 
 
155
 
 
 
 
160
 
 
 
 
165
 
 
 
 
170
 
 
 
 
175
 
 
 
 
180
 
 
 
 
185
 
 
 
 
190
 
 
 
 
195
 
 
 
 
200
 
 
 
 
205
 
 
 
 
210
 
 
 
 
215
 
 
 
 
220
 
 
 
 
225
 
 
 
 
230
 
 
 
 
235
 
 
 
 
240
 
 
 
 
245
 
 
 
 
250
 
 
 
 
255
 
 
 
 
260
 
 
 
 
265
 
 
 
 
270
 
 
 
 
275
 
 
 
 
280
 
 
 
 
285
 
 
 
 
290
 
 
 
 
295

 


Home del quinto (italiano)

Home