CRITICA LETTERARIA: IL CINQUECENTO

 

Luigi De Bellis

 
 
 

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L'atmosfera poetica del "Furioso"
di A. MOMIGLIANO



Affermata la sostanziale serietà morale dell'Orlando furioso, in quanto in esso vivono i grandi sentimenti e ideali dell'uomo, il Momigliano accoglie ed espone in queste pagine le impressioni di un sensibile e accorto lettore. Ne nasce l'elogio di una poesia misuratissima e consapevole, che si distingue da ogni altra per il suo «tono medio», per la sua rinuncia volontaria a ogni espressione troppo violenta, per il suo senso della continuità, che spiega anche quel tarato di monotonia e quell'assenza di conflitti drammatici, che al critico, nutrito di spunti romantici, pare un limite della poesia ariostesca.

La materia dominante del Furioso è d'una grande serietà morale: amore della bellezza, della bontà, del coraggio, amore dell'inaspettato della vita, della novità e del pericolo. Ma tutto questo non è veramente una realtà: è un nobile sognare. La serietà di questo poema non è esplicita e tagliente come quella della Divina Commedia: l'immaginazione insinua magicamente, fra l'inquietudine e la tragedia, la serenità e il riposo della sua sfera lontana. E perciò i personaggi finiscono per parere più motivo di sogno che di meditazione, e tutti insieme sono più l'espressione dei toni fondamentali della poesia del Furioso che folle di personalità non confondibili. Non c'è bisogno di dire che questo non è un difetto, ma un carattere del poema ariostesco: occorre soggiungere che la varietà degli eventi e dei luoghi e l'abile intreccio dei fatti dànno a queste espressioni dei sentimenti del poeta un aspetto più multiforme e più affascinante.
Nel Furioso la realtà c'è, ma per lo più è veduta da una certa distanza: sicché i contorni. si fanno più tenui, le somiglianze più evidenti, i colori un po' più morbidi e belli. È difficile dare un'idea del modo come avvenga quest'attenuazione della realtà a chi non abbia presenti pagine e pagine del poema; dire come avvenga che il rumore delle azioni sia avvolto nel silenzio della fantasia contemplante, perché la bella ottava sonora dell'Ariosto sembri fluire da una cosí profonda pace interiore. Non è possibile disciogliere in sogno un mondo di donne e cavalieri che lottano per il loro re e per la loro passione, e parlano un linguaggio senza evanescenze: ma non è nemmeno possibile scambiarlo con quel mondo di difficoltà logiche e di contrasti ferrei che si vede riflesso nelle opere d'arte ispirate dallo studio e dall'interpretazione assidua della realtà. Con questo non voglio nemmeno avvicinare il Furioso a poemi come l'Orlando innamorato, dove queste difficoltà e questi contrasti mancano, ma senza che la semplificazione della verità umana sia cosí potentemente giustificata dal tono della poesia. All'impressione fondamentale del Furioso contribuisce più il timbro della voce dell'Ariosto che la dimenticanza di certi particolari quotidiani: la sua voce diffonde intorno a sé lo stupore e la meraviglia, vi invita - senza parere ad un'intenta contemplazione, trasfonde in voi quell'attenzione trasognata in cui sembra ferma la fantasia del poeta. L'ottava ariostesca, che non è né corpulenta né gracile, né tagliente né morbida, nasce da quest'atteggiamento dell'immaginazione, equidistante dalla realtà e dal sogno. E perciò la semplicità del Furioso non è imitabile: quelli che l'hanno voluta imitare, sono caduti nella prosa; e il Tassoni, che sembra avere un po' imparato dall'Ariosto la fluidità del ritmo, ne ha però fatto. un mezzo per ottenere effetti di caricatura, non l'espressione di una poesia seria.
L'esame di qualche strofe staccata non giova molto: più gioverebbe il confronto fra l'Ariosto da una parte, il Tassoni e il Tasso dall'altra; fra la semplicità cosí compiuta, cosí gentile, cosí signorile del Furioso, e la semplicità dozzinale e canzonatoria della Secchia rapita e il lusso della Liberata.
Tuttavia si possono osservare alcune ottave caratteristiche: per esempio, quelle di Orlando intorno al palazzo d'Atlante.

 

Mentre circonda la casa silvestra, 
tenendo pur a terra il viso chino, 
per veder s'orina appare, o da man destra 
o da sinistra, di nuovo camino; 
si sente richiamar da una finestra: 
e leva gli occhi; e quel parlar divino 
gli pare udire, e par che miri il viso, 
che l'ha da quel che fu, tanto diviso.

Pargli Angelica udir, che supplicando 
e piangendo gli dica: - Aita, aita! 
la mia virginità ti raccomando 
più che l'anima mia, più che la vita.
..................
Queste parole una et un'altra volta 
fanno Orlando tornar per ogni stanza, 
con passione e con fatica molta, 
ma temperata pur d'alta speranza. 
Talor si ferma, et una voce ascolta, 
che di quella d'Angelica ha sembianza 
(e s'egli è da una parte, suona altronde), 
che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.


Qui l'illusione sembra realtà, ma più lieve: una lontananza d'incanto divide Orlando dal volto e dalle parole di Angelica. Lo stile comune dell'Ariosto è proprio questo: un fraseggiare in cui le cose non si vedono senza l'atmosfera che le unisce e le sfuma; un verso, non aereo, ma fatto di nulla: tanto che non si può citare isolato, perché da solo non ha né consistenza né forma. Provate ad estrarre ad uno ad uno gli endecasíllabi dalle ottave che avete davanti; provate a cercarvi una parola significativa, un aggettivo pittoresco o suggestivo o tagliente, come trovate in Dante, Leopardi, Parini. Sottoposte ad un'analisi di questo genere, anche le pagine del castello d'Atlante sembrano semplice prosa o cattiva poesia («Più che l'anima mia, più che la vita»). Rileggete tutt'insieme, e un colore magico ravviva quei poveri grigi frammenti. L'Ariosto ha un modo di comporre largo, arioso: le sue ottave vanno vedute di lontano, come vedete di lontano le fantasie della vostra mente.
Tutto questo spiega come nel Furioso ci siano cosí pochi caratteri, così pochi ritratti, cosí poche caricature, nessun bel verso isolato, finito in se stesso: cose che richiedono una precisione ricca o incisiva, aliena dal temperamento poetico dell'Ariosto. Le ottave del Furioso, che sembrano cosí compiute, dove non desiderate né più luce né più colore, tuttavia sono quasi sempre un po' sfuggenti. E le pagine scherzose sono come quelle narrative: anch'esse senza volume, senza veri contorni. Lo scherzo dell'Ariosto non è mai acuto: sfuma anch'esso, fantasioso e melodioso, come le sue rappresentazioni di personaggi e di luoghi. Fra tante finissime ottave comiche, non c'è un motto di spirito, una di quelle arguzie che, staccate dal libro, passano di bocca in bocca e divengono proverbiali.
Naturalmente, in un poema cosí vario le gradazioni sono molte: ma quando avete finito di leggerlo, ricordate come una delle sue caratteristiche questo stile «comunale» e affascinante. Nel Furioso ci sono ideali nobilissimi, e non c'è mezza pagina di eloquenza regale; ci sono situazioni di sogno, e non c'è un'ottava di indeterminatezza aerea; ci sono forti passioni, e non c'è il sublime, non c'è un sentimento o una frase di cui non siano capaci gli umili mortali; ci sono ambienti volgari, e non avete mai la sensazione di trovarvici in mezzo; ci sono canzonature, e non ne sentite la punta. Tutto vi si ammorbidisce e digrada, come quando la nave leva l'àncora, e la terra - seni, penisole, ombre. luci. penombre - diventa uno scenario ancora variopinto, ma già così liscio che le forme non fanno più stacco, e si fondono in una luminosità carezzosa.
L'Orlando è un poema d'abbandono, come non può essere quello di uno spirito travagliato o pensoso. E perciò, in tanta varietà di eventi e di scene, a un certo punto si sente una relativa uniformità: perché lo spettacolo, non animato da un costante ed energico interesse umano, finisce per esaurirsi e, durando troppo, stanca. Dopo moltissimi canti, voi cominciate a pensare che l'Ariosto non si rinnova abbastanza, e dentro quei duelli - in cui egli ha fatto l'estremo di sua possa per trasmutarli senza posa -, e dentro quegli incanti trovate qualche cosa di povero e di superficiale. Tanti prodigi finiscono per sembrarvi un po' troppo facili e per farvi provare la nostalgia del mondo, dove tutto costa industria, fatica, pazienza, e dove ogni vittoria e ogni sconfitta lascia un solco nell'anima, e ogni esperienza la trasforma.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it