CRITICA LETTERARIA: IL CINQUECENTO

 

Luigi De Bellis

 
 
 

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La passione politica del Machiavelli
di A. MORAVIA



Nel Machiavelli passione politica e scienza politica sono strettamente congiunte: per queste vie l'animo inaridito del Machiavelli, secondo Moravia, ritrova una ragione di vita, a cui subordinare ogni privato interesse e affetto. In questa prospettiva prevalentemente psicologica, il noto romanziere compone l'apparente contrasto fra le convinzioni repubblicane del Segretario fiorentino e le posizioni assolutistiche del Principe.

La Mandragola è lo specchio di un animo profondamente inaridito quanto agli effetti privati, alla religione e alla coscienza etica. Il Principe e le altre opere politiche sono un tentativo magnificamente riuscito di galvanizzare questo animo per mezzo della sola passione che ormai vi alberga: la passione politica.

Potremmo accettare la passione politica di Machiavelli come un dato di fatto ovvio. Machiavelli era nelle faccende politiche, nutriva ambizioni politiche, non si occupava altro che di politica; che meraviglia che ne avesse la passione? Ma ci sembra che il fatto non sia-cosí semplice. Anche il Guicciardini era un uomo politico di professione al pari di Machiavelli; eppure quella passione in lui non esiste o comunque, dato che esista, è subordinata ad una chiaroveggenza serena e triste. Il problema della passione politica di Machiavelli è in fondo lo stesso della sua scienza politica: ove sia legittimo subordinare alla politica ogni altro valore e affetto; perché questo avvenga; e, quando avvenga, fino a che punto la politica possa sopperire alle deficienze che questa sua supremazia sottintende. Per chiarire questo punto, il paragone con Guicciardini ci torna utile. Il Guicciardini era di tempra assai diversa da Machiavelli. Ingegno meno veemente, meno immaginoso, meno artistico, aveva tuttavia, forse per questo, una personalità morale più integra, una coscienza più acuta, un'intelligenza più equilibrata. Quella sua stessa adorazione del «particulare» attesta in fondo un rispetto della libertà umana che sarebbe impossibile ritrovare in Machiavelli. È vero che il «particulare» non sembra essere altro che l'insieme degli interessi materiali dell'individuo; ma nulla vieta di pensare che in condizioni più favorevoli, il «particulare» possa significare gli sviluppi della personalità morale. Il ripiegamento del Guicciardini sulla felicità individuale è in fondo un atto di ottimismo; il «particulare» a prima vista può apparire niente altro che un egoista; ma, dopo esame, si vede che è tuttavia un uomo, mentre il suddito del principe non è uomo bensì inerte materia. E per questo, mentre dal suddito non ci si può aspettare nulla, dal « particulare », ove i tempi lo permettano e quella sua schiva coltivazione dei propri privati interessi abbia dato i suoi frutti, ci si può aspettare un rinnovamento profondo che di rimbalzo rinnovi tutta la nazione. «A Cesare quel che è di Cesare» sembra voler dire il Guicciardini; ma non è questa anche la risposta del cristianesimo a tutti coloro che vorrebbero risolvere la cosa pubblica prima di quella privata? Il «particulare» non ha passioni e meno che mai passioni politiche; egli deve anzitutto salvarsi; l'uomo di Machiavelli non ha più nulla da salvare, e la passione politica, in mancanza di interessi appunto particolari, è la sua sola ancora di salvezza. Non essendo libero di se stesso per corruttela o impoverimento, deve per forza far consistere la libertà in una sua illusoria partecipazione agli affari politici. Insomma, cosí l'uomo di Guicciardini come quello di Machiavellí sono lontani da quell'ideale che sarebbe il contemperamento della vita privata con quella pubblica: il primo sacrifica al «particolare» ogni altro valore, il secondo alla politica. Ma il primo, almeno, come dice Voltaire alla fine di Candido, «coltiva il suo giardino».

Ne deriva che per Machiavelli, così disseccato ed esaurito, cosí spento e traballante, la politica era molto più che una semplice occupazione e un dovere; molto più che uno svago intellettuale; era un puntello e una ragione di vita; un mezzo artificioso per sentirsi vivo moralmente. Questo disperato aggrapparsi dell'uomo alla vita politica, spenta ormai quella morale e religiosa, spiega anzitutto l'astrazione machiavellica, non nutrita da alcun profondo sentire etico; e poi la particolare forma a cui Machiavelli dovette ricorrere per esprimerla.

Si pensi: Machiavelli era un repubblicano, ancor più, Machiavelli, come lo dimostrano ad ogni passo i Discorsi e il Principe stesso, aveva un concetto molto chiaro, assolutamente fermo e irriducibile, di quel che fosse la libertà, dei vantaggi di essa, dei funesti effetti che potessero derivare da una soppressione della libertà. Ove questo non bastasse, la tortura a cui era stato sottoposto in occasione della congiura di Boscoli e Capponi doveva aver rinfocolato in lui, con argomenti fisici indimenticabili, questo suo convinto e ragionato apprezzamento del vivere libero. E tuttavia, è proprio questo Machiavelli, estimatore della libertà e difensore del regime repubblicano, ad offrire i suoi servizi ai Medici subito dopo il loro ritorno a Firenze e, da ultimo, a scrivere il più perfetto trattato in favore dell'autocrazia che si conosca. Tutto questo sembra in sommo grado contraddittorio; ma si tratta, in realtà, di una contraddizione soltanto apparente.

Nella più famosa delle sue lettere familiari, quella indirizzata a Francesco Vettori in data 10 dicembre 1515, Machiavelli fa una descrizione molto vivace della sua vita in campagna. Questa lettera ci fa vedere Machiavelli che va a caccia, litiga con i borghigiani per poche cataste di legna, se ne sta sulla strada a interrogare i passanti, gioca per ore a tric-trac con un mugnaio, un beccaio e due fornaciai. Venuta la sera Machiavelli si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di loto, si mette panni curiali e reali, entra nelle corti antiche degli uomini antichi e con loro discorre, ossia come annunzia a Vettori più sotto, scrive il Principe. La lettera è molto bella, soprattutto per il contrasto, energicamente espresso, tra i grandi pensieri e la dignità di Machiavelli e il mondo incivile e grossolano che lo circonda. Ma questo contrasto non va senza una specie di compiacimento crudele e amaro. Come di uomo che per rendersi pienamente conto del proprio valore abbia in certo modo bisogno di vedersi misconosciuto e vilipeso. «Così mi rinvolto entro questi pidocchi, traggo el cervello di muffa e sfogo questa malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognasse» . Non è certamente il tono di un uomo che sapendo quel che vale e vedendosi incompreso si ritira fiero in villa e vi fa la vita dell'umanista. Vi si sente, semmai quasi una voluttà di abbassamento che, si noti bene, agisce da stimolo; come di una molla che acquista tutta la sua forza soltanto se è compressa. «Sendo contento mi calpesti...». La frase è assai significativa di una infelicità torbida e ritorta. Machiavelli sente la sventura come una specie di tonico. Il suo esaurimento etico non gli consente la tranquilla indipendenza dell'animo libero e vittorioso; gli rende necessari questi disperati reagenti. Ma sono rimedi pericolosi; é una volta che la sensibilità vi si abitui, non ne può più fare a meno. L'invocazione ai Medici che almeno gli facciano « voltolare un sasso » appartiene allo stesso ordine di idee che gli detta la frase sulla sorte che lo calpesta. Nella prima c'è quasi un compiacimento dell'abbassamento, allo scopo di non adattarvisi e di risentirlo come tale; nella seconda c'è un'aspirazione ad una funzione qualsiasi, anche umiliante, pur di sentirsi esistere. In ambedue Machiavelli cerca di stimolare una sensibilítà àltrimenti pigra e inerte. Anche il Principe, in un piano più alto, non è che una leva per sollevare il peso mortale di questa apatia.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it