CRITICA LETTERARIA: IL CINQUECENTO

 

Luigi De Bellis

 
 
 

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Il significato "nazionale" del "Principe"
di F. CHABOD



L'unità della nazione italiana, per il Machiavelli, è oggetto di ricostruzione storica e di nostalgica rievocazione, non un programma attuabile. nel presente. L'appello u nazionale » che il Machiavelli rivolge al suo tempo richiama invece alla necessità di una lotta politica aperta e alla riorganizzazione di tutte le forze politiche e militari: qui è la sua moralità, che si oppone all'evasione letteraria e all'ozio raffinato dei principi.

Il solitario abitatore della villa a San Casciano veniva costruendo il suo «castelluzzo», dandogli forma concreta nell'attesa del fine ultimo sperato. Il quale è grandioso: perché, mentre i principi italiani dell'ultimo Quattrocento hanno dimenticato, in buona parte, le velleità egemoniche, e si sono chiusi nel contrasto della diplomazia e nel bilanciamento delle forze; mentre Venezia, che non rinunzia, si è vista costretta a celar le sue carte, e a giocare di frodo, il Machiavelli ritorna al pensiero dei grandi combattenti del Trecento, lo integra con la sua esperienza e con la sua immaginazione, afferma nuovamente la necessità della lotta aperta, e quindi dello Stato forte, quale, nella realtà, ha cercato di recente il Valentino.

Non già ch'egli proponga la completa unificazione d'Italia. II ricordo del regno è ben presente al suo animo commosso; ed egli impreca a chi lo ha distrutto, togliendo cosí all'Italia la sua vita: ma rimane, questo, un ripiegarsi mesto del sentimento verso un tempo trascorso, rimane una visione lontana, velata di rimpianti e di amarezza, che non torna come proposito per il presente, che non traspare come possibilità di atto concreto.

II regno viene fuori, quasi rievocato naturalmente dalla contemplazione di quella Roma antica, che ha saputo serrare sotto di sé la penisola intera, imprimendo in essa la propria orma creatrice; e il rivivere nella ampiezza gloriosa della Repubblica lontana raggiunge tale intensità di passione, si avvera in un così profondo aderire di tutto l'animo alla ricostruzione storica, da suscitar l'immagine della felicità d'Italia perduta, e trascinar seco l'imprecazione contro i colpevoli della ruina. Ritornerà, insistente, la monarchia, in sulla soglia della ultima narrazione storica, informando di sé l'opera di Teodorico, che si fa innanzi in questa luminosa gloria; si presenterà, ma già frantumata dalle discordie, coi longobardi, effigiandosi poi una ultima volta, a mala pena, con Carlo d'Angiò; e sempre al ricordo si unisce l'amarezza del sentimento che constata la miseria presente. Poi scompare.

Rimane, l'unità, un ricordo, una rimembranza del passato; al più una melanconica aspirazione di cui si conosce la vanità: non giunge ad improntare di sé. il pensiero che vuol costruire, nel presente. Il Principe, scritto in un momento, quale più avverso al regno non si poteva immaginare; composto anche per il sorgere di determinati eventi, non certo rivolti a quel supremo fastigio, permeato, infine, di una concretezza non facilmente distruttibile, non può balzar fuori dei tempi, tirarsi dietro un carico troppo greve, per ordinarlo entro un quadro ormai perduto. La composizione stessa dell'opera, e l'averla dedicata ed in parte scritta pei Medici, non miranti sicuramente alla unificazione della penisola, e i riferimenti determinati che la avvivano, non possono far pensare sogni unitari nel senso moderno; né il Machiavelli, che nel ricreare il passato si ferma con passionale vivacità sulla monarchia italiana, sull'antica unità distrutta per opera del Papato, allorquando scrive l'opera, che mira al presente e accetta i risultati ultimi della storia per isvolgerli, non per negarli, può immaginare una completa riunione degli italiani sotto un solo capo.

Il valore nazionale del Principe è altrove: lo ritroviamo soprattutto in quel riaffermare la necessità di una lotta politica aperta e senza ritegni, che sola può valere a ricondurre la grandezza e la gloria in una terra «corsa, predata e vituperata»; la ritroviamo nell'insistente richiamo al riordinamento delle forze politiche e militari, le quali, lasciate da parte tutte le retoriche e tutti gli umanesimi, riapportino, esse sole, la felicità ad un popolo «schiavo, servo, disperso».

A questo punto si esce fuori della letteratura, e si crea una coscienza politica. E tale è infatti la profonda moralità del Machiavelli, che può ben condannare i Principi, raccolti nei loro scrittoi a pensare una bella frase, poi ch'egli esce dallo stile del Rinascimento, e crea lo stile nuovo e dà agli italiani una prima lezione di vita morale.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it