CRITICA LETTERARIA: IL CINQUECENTO

 

Luigi De Bellis

 
 
 

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L'uomo dell'Ariosto
di G. DE BLASI



Ciò che interessa all'Ariosto, poeta dell'uomo, è cogliere, con cordiale sorriso, nelle situazioni più diverse l'elemento universale di umanità che esse rivelano. Ma è l'umanità quale la società rinascimentale concepì e conobbe: l'uomo attivo, dedito alle grandi imprese, costruttore sagace del proprio destino, ma anche sottoposto all'incertezza della fortuna, al pericolo, alla possibilità della sconfitta.

L'Ariosto, poeta del rinascimento, è insomma cantore di ciò che più stava in alto per la civiltà rinascimentale: è poeta dell'uomo, della coscienza umana in universale, cioè delle variazioni dell'anima, delle situazioni dell'umana coscienza, le speranze e le illusioni, gli orgogli le ambizioni e le delusioni, tutte inesauribili, del cuore umano: ciò che gli importa è ritrovare in ogni singolo atto dell'anima, nelle mille circostanze d'ogni « persona » umana da lui rappresentata, la situazione interiore universale dell'uomo. E il mondo cavalleresco è la materia in cui plasma tali situazioni interiori: la contemplazione delle passioni, in questo poeta che appare, a chi lo veda superficialmente, il cantore degli atti esterni, oggettivi, delle situazioni riversate all'infuori nell'azione, invece trova nel ritmare in armonia tali passioni il suo massimo intento: e le passioni divengono per lui universali fantastici. Ma il suggello che dà ad esse del suo sorriso, è un suggello fraterno. In esse ciò che vige sempre è la coscienza dell'esser uomo. Ogni sua ispirazione particolare sale sempre da quel profondo gusto dell'umano: «homo sum, humani nil a me alienum puto»; e s'illumina dell'amore per l'umano; e prende forza rappresentativa dal senso del compassionevole legame che l'Ariosto sente tra sé, e le sue figure, e coloro che lo leggeranno: uomini tutti, tutti partecipi ugualmente della stessa humanitas. Onde il sorriso del suo umore, cosí chiaro e intenso nella sua forza contemplativa, dove per mirabile opera, dal senso del dolore sgorga insieme la gioia del vivere; ponendo tutto in rapporto, poi che la vita cosí gli appare, anche se l'errore domina il cuore umano limitato, cupido, appassionato.
Il senso della socialità umana - così potente ne' vivere civile della rinascita, - è dunque un potente motivo alimentatore della sua ispirazione. Ma non bisogna però pensare all'uomo rinascimentale come ad un essere tutto violenta «virtù» assoluta, tesa ad uno slancio di vittoria oltre ogni confine, eslege assolutamente. Se è vero che uno dei massimi temi che scopre la indagine morale della Rinascita sia il potente anelito al raggiungimento di una propria felicità terrena, e l'amore alla gloria, e la gioia che da essa ridonda all'uomo che la conquista, non si deve pensare che un tal «uomo» sia solo «volpe e lione» , teso ad ogni costo contro qualsiasi ostacolo, anzi senza preoccupazione di ostacolo, o di impaccio qual si voglia, di preoccupazione per male che si rechi ad altri; ossia vivente una vita fuori del mondo morale. È vero: anche l'Ariosto cantò:

Fu il vincer sempre mai laudabil cosa
vincasi per virtude o per ingegno...


e giudicò, si può dire anch'egli, insieme con il suo esperto e pratico Cloridano, che:

                Non son mai da lasciar l'occasioni...

e come tanti altri, da buon contemporaneo del Machiavelli, apprezzò le buone arti di guerra (ma con la « cortesia » e l'umanità dell'uomo d'onore); giacché ritenne che:

Quantunque il simular sia le più volte 
ripreso, e dia di mala mente indici, 
si truova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici,
e danni e biasmi e morti aver già tolte...;


però si acconcia al «minor male», ineliminabile dalla vita umana, anzi inerente ad essa; perché in fin dei conti esso avviene per imperscrutabili ragioni. Ma un limite c'è sempre: esiste la «estraordinaria malignità di fortuna» che fece per il Machiavelli la rovina del Valentino, e la Fortuna rinascimentale sa rovesciare le sorti che parevan più certe: cosicché in ciò l'attenzione poetica ariostesca per le volubilità umane si esalta, e si fortífica:

Quanto più su l'instabil ruota vedi 
di Fortuna ire in alto il miser uomo, 
tanto più tosto hai da vedergli i piedi 
ove ora ha il capo, e far cadendo il tomo...


(e non è questa la sorte ultima che vediamo fare alla felice Angelica fuggente con il suo amato Medoro, di fronte ad Orlando pazzo, ultima beffa del suo umorismo, con cui l'abbandona «a maggior bando» ?). Ma però anche, ed ugualmente, avviene l'inverso:

Cosí all'incontro, quanto più depresso, 
quanto è più l'uom di questa ruota al fondo, 
tanto a quel punto più si trova appresso, 
s'ha da salir, se de' girarsi in tondo...


La sfrenata volontà dell'uomo del rinascimento è dunque una interpretazione romantica di quell'età, che la svisa tutta, e la ignora: l'anelito alla felicità (che del resto è di ogni tempo e di ogni uomo) fu volto certo alla gloria, allora, ed alla potenza terrena, ma non nel modo « al di là del bene e del male » teorizzato nell'ottocento, con l'«ueber mensch» nietzschiano.
Sempre fu sentito nella rinascita, possente contro la vittoria assoluta dell'uomo, il limite della Fortuna del fatum contro la virtú; e appunto il Valentino ruina quando è presso al dominio sicuro, anche nel mito del Principe del Machiavelli; e cosí il suo Castruccio, all'indomani di una vittoria, muore: perché mai? Non vale combattere contro il limite. Anche il fortissimo Orlando di fronte ad una donzella, perde, e perde tanto da impazzire: insomma; è vero sempre: «contrari a' voti poi furo i successi»: il limite vince.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it