Nona stazione: 

Gesù cade per la terza volta. 

 

Due passi ancor al sommo dello strappo 

ed ecco in vista il luogo convenuto 

che ha già sfoltito il flusso dei viandanti 

nell'abbagliar del sole a mezzogiorno.

Un nuovo sforzo al Cristo si domanda

per reggere quel legno troppo grave 

che assorbe l'esalar dei tanti orrori, 

levati da ogni nascere di vita. 

Non c'è un appiglio solo fra la turba, 

un braccio che si tenda sulla via 

per trarlo dal cader la terza volta. 

È senza fine il cumulo di male 

che giù dall'Eden fino all'avvenire 

lo schiaccia senza un correre del Cielo. 


Non c'è un'arbusto, un solo filo d'erba 

lungo lo stacco estremo della cresta 

che si apra come al gesto di un abbraccio 

per attutire il colpo alla caduta. 

Non han neppure i sassi quel riguardo 

che nei quaranta giorni del deserto 

avean riservato al Nazareno, 

facendo da guanciale al suo sostare. 

Come si allenta in fretta la memoria 

del bene che anche i sassi han ricevuto

per esser stati posti nel creato. 

Ma come più si accorciato nell'uomo 

i gesti di risposta all'occorrenza 

che il Cristo esprime adesso sotto il legno.

 

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