CRITICA LETTERARIA: CARLO GOLDONI

 

Luigi De Bellis

 
 
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NATURA E RAGIONE NELLA POETICA GOLDONIANA

di MARIO MARCAZZAN



Il rapporto del Goldoni con le idee del suo tempo si configura come un'adesione istintiva che conduce ad una moderata accettazione dei principi del naturalismo e del razionalismo del secolo. Il carattere immediato e spontaneo delle idee del Goldoni fa si che in esse gran parte abbia la voce del sentimento, che determina il particolare modo con cui nel teatro goldoniano i concetti dell'Illuminismo, la realtà della vita, in altri contemporanei drammaticamente rappresentati, appaiano invece circonfusi di serenità e di sorridente ottimismo.

Se noi pensiamo ad uno schema ideale di ciò che siam soliti indicare come illuminismo; se questo richiamiamo per la sua tematica di fondo, pei motivi ricorrenti come formule applicabili alla vivente coscienza sociale, vediamo che proprio quei temi e quei motivi, addolciti di quanto hanno di aggressivo e smussati di quanto hanno di equivoco e di eterodosso in ordine a una tradizione morale, sono largamente orchestrati in tutta l'opera del Goldoni, la percorrono e la pervadono naturalmente e senza sforzo, quasi un codice di possibile vita civile e morale; come coscienza, per cosí dire, del suo mondo, ad esso interna come un dato di natura; ma insieme anche come organismo, come norma e come limite di una poetica che fa la sua arte armoniosa e coerente, e la scioglie, nei confronti della vita e della realtà, da ogni soggezione.
Naturalismo, ottimismo, razionalismo: parole, ma anche dottrine ed echi di dottrine, atteggiamenti mentali, psicologici, corollari politici e morali. Non si direbbe che il Goldoni si preoccupi di tutto ciò, che si tormenti attorno alle parole, che faccia caso alle dottrine, o che misuri il rapporto logico che corre tra i fatti e l'enunciazione dei principi. Prende ciò che fa al caso suo, se lo appropria in ragione d'arte e di vita, piuttosto che di esperienza culturale: e ne fa materia d'arte e di vita, tempera della sua indole, voce interiore della sua poesia sicché la coerenza del suo mondo artistico e morale pare nata da lui e con lui, sembra autenticare la sua spontaneità, la sua ingenuità. Non c'è studioso, si può dire, che considerando il Goldoni alla luce del pensiero e della società del Settecento, non usi le espressioni candido illuminismo, candido liberalismo, candido naturalismo; e sono espressioni che dicon molto, ma non dicono tutto. Ché la trasparenza della sua vita, mai incrinata intimamente da ombre o da contrasti, o il limpido fluire della sua arte senza intoppi, oltre che di natura e d'istinto, son frutto di saggezza e di sapienza. Gli stessi aforismi si direbbero, anzi, talvolta ugualmente applicabili all'arte e alla vita. Quando dice, ad esempio, che la commedia non altro deve essere che imitazione della natura, e che tutto il suo studio in comporre commedie è stato di non guastar la natura, allude evidentemente alla fedele rappresentazione della realtà; ma enuncia insieme anche un canone di vita morale, richiamando implicitamente alla semplicità e alla schiettezza del vivere.
È vero che a questo punto le sue idee sembran farsi un poco confuse; «la natura è sempre bella» egli afferma difatti, e sempre buona, vorrebbe forse aggiungere. Ma la sua poca filosofia è sufficiente a richiamarlo a qualche cautela, sì che ripiegherà sul concetto alquanto sibillino che «la natura è sempre bella, specialmente quando porge modelli virtuosi e sentimenti di sana morale». Con questo accomodamento, che mette conto di rilevare perché indica un limite che agisce coerentemente per entro il suo illuminismo,, il Goldoni può ordinare sul concetto di natura una specie di metafisica, generica e vaga, in cui simboleggiare le sue idee sulla società: la natura intesa come impulso spontaneo e primitivo del sentimento; la natura madre comune di tutti gli uomini, che in tutti si manifesta fondamentalmente identica, nei .primitivi come nella vita civile, in cui può venire artificiosamente travestita, ma non sostanzialmente mutata; la natura che ha fatto tutti uguali (tutti d'una pasta) in contrasto colla disuguaglianza reale sancita dal diritto e dalle consuetudini, e via dicendo. Motivi variamente orchestrati nel suo teatro, ma sempre su situazioni reali, senza sconfinamenti astratti e soprattutto senza deviazioni pericolose. Naturalismo si, ma non fino al punto di, accettare le idee del Rousseau sull'educazione!
Un suo razionalismo ottimistico è stato interpretato soprattutto per entro la prospettiva dei Mémoires, assai suggestiva come immagine compiuta dell'uomo, ma forse troppo esemplare. E tuttavia, anche sfrondato di quella saggezza che gli viene da un'accettazione serena, da un sorridente distacco, da un'ímpassibilità imperturbabile, ma non fino al punto che la sua vita non gli si ricomponga nella memoria come spettacolo che può ancora commuovere e meritare l'applauso, è vivo anche per entro quella prospettiva un senso di positiva fiducia nei valori umani, ferma la convinzione ch'essi si impongano, oltre che per una loro intrinseca forza di persuasione, per una loro virtú operativa. Fede nella ragione quindi, e, nella possibilità della ragione di guidare al bene. Razionalismo tanto più convincente quanto più trema in esso la nota del cuore; tanto più accessibile in quanto fa leva, più che sull'astratta ragione, sul naturale buon senso; tanto più efficace in quanto esemplificato in quei persuasivi monologhi che riecheggiano alla lontana la concreta esperienza della sua professione d'avvocato. E insieme fiducia nella serietà della vita, della vita che a ciascuno dà il suo, e che il suo da ciascuno reclama: coscienza quindi d'una legge che opera nella realtà come esigenza morale sentita.
E qui il discorso potrebbe farsi davvero serio. Potremmo domandarci, ad esempio, se questa problematica che la sua opera adombra innegabilmente sia da porre in termini storico-filosofici o etico-religiosi. E allora il probilema dell'educazione, e il problema della donna nella società del suo tempo, e il problema della borghesia, mercantile o non, e il problema delle caste sociali, e altri problemi innumerevoli variamente agitati in un incrocio mirabile di situazioni reali o fantastiche, in riflessi sempre mutevoli di parvenze o amabili o gaie o grottesche, finirebbero col diventar grossi. Converrà dunque accennarli e lasciarli a mezz'aria, se vogliamo che il Goldoni, e la sua opera e i suoi personaggi ne reggano il peso. Perché se è vero che totus mundus agit histrionem, quel mondo dopo tutto, sia quello che frequentava i teatri, sia quello a cui il teatro si rivolgeva come a più vasta platea, non era disposto, quei problemi, a farseli troppo pesare. Più che tra due diverse concezioni della vita legate a ragioni ideali e pratiche, o concretamente articolate come forze politiche in contrasto, l'elementare e istintivo storicismo del Goldoni si pone sul piano d'una realtà concorde che diversi motivi, sentimentali o affettivi, ombreggiano diversamente. In modo generico e approssimativo potremmo dire che si pone tra il vecchio e il nuovo, da intendersi come categorie che assumono e figurano una somma di concetti, di esperienze e di fatti risolvendoli, fuor d'ogni significato e d'ogni proposito polemico, sul piano d'una generica disposizione psicologica e umana. Ad entrare in questo modo d'intelligenza dell'opera goldoniana aiuta egli stesso, il Goldoni: coll'immagine che ci ha lasciato di sé cosí vera e cosí viva, così familiare e così singolare; quello strano impasto di veneziano e di cosmopolita, di pigro e di avventuroso, che ne fa un personaggio inimitabile. Personaggio che somma la tendenza a una vita anche spiritualmente sedentaria (ereditata, potremmo pensare, dalla madre) a una mania e a una passione ambulatoria (ereditata, potremmo sempre pensare, dal padre) ch'è attrazione e apertura, non priva di ardimento e di coraggio, verso tutto ciò che è insolito, nuovo ed eccitante: quasi che per le vie del sangue rifluissero e si conciliassero in lui gli umori tra i quali oscillava blandamente in superficie, e con maggiore asprezza in profondo era contesa, l'anima del suo secolo.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it