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Il
Piccolo Principe
I
Un tempo
lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste
primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”,
vidi un magnifico disegno.
Rappresentava
un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale.
Eccovi la
copia del disegno.
C’era
scritto: “I boa ingoiano la loro preda tutta intera,
senza masticarla.
Dopo di
che non riescono piu’ a muoversi e dormono durante i sei
mesi che la digestione richiede”.
Meditai a
lungo sulle avventure della jungla.
E a mia
volta riuscii a tracciare il mio primo disegno.
Il mio
disegno numero uno. Era cosi’:
Mostrai
il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il
disegno li spaventava.
Ma mi
risposero: “ Spaventare? Perche’ mai, uno dovrebbe
essere spaventato da un cappello?” .
Il mio
disegno non era il disegno di un cappello.
Era il
disegno di un boa che digeriva un elefante.
Affinche’
vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno
del boa.
Bisogna
sempre spiegargliele le cose, ai grandi.
Il mio
disegno numero due si presentava cosi’:
Questa
volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di
fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla
geografia, alla storia, all’aritmetica e alla
grammatica.
Fu
cosi’ che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe
potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore.
Il
fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno
numero due mi aveva disarmato.
I grandi
non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a
spiegargli tutto ogni volta.
Allora
scelsi un’altra professione e imparai a pilotare
gli aeroplani.
Ho volato
un po’ sopra tutto il mondo: e veramente la geografia mi
e’ stata molto utile.
A colpo
d’occhio posso distinguere la Cina dall’Arizona, e se
uno si perde nella notte, questa sapienza e’ di grande
aiuto.
Ho
conosciuto molte persone importanti nella mia vita, ho
vissuto a lungo in mezzo ai grandi.
Li ho
conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino.
Ma
l’opinione che avevo di loro non e’ molto migliorata.
Quando ne
incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo
l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre
conservato.
Cercavo
di capire cosi’ se era veramente una persona
comprensiva.
Ma,
chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: “E’
un cappello”.
E allora
non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle.
Mi
abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf,
di politica, di cravatte.
E lui era
tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto
sensibile.
…In che modo avresti fatto tu il
disegno del serpente boa ?
…Metti alla prova i tuoi
genitori e vedi se indovinano di che si tratta.
…Se poi me lo spedisci, lo
pubblico in questa pagina.
II
Cosi’
ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter
parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col
mio aeroplano, nel deserto del Sahara. Qualche cosa si era
rotta nel motore, e siccome non avevo con me ne’ un
meccanico, ne’ dei passeggeri, mi accinsi da solo a
cercare di riparare il guasto.
Era una
questione di vita o di morte, perche’ avevo acqua da
bere soltanto per una settimana.
La prima
notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi
abitazione umana. Ero piu’ isolato che un marinaio
abbandonato in mezzo all’oceano, su una zattera, dopo un
naufragio.
Potete
immaginare il mio stupore di essere svegliato all’alba
da una strana vocetta: “Mi disegni, per favore, una
pecora?”
“Cosa?”
“Disegnami
una pecora”.
Balzai in
piedi come fossi stato colpito da un fulmine.
Mi
strofinai gli occhi piu’ volte guardandomi attentamente
intorno.
E vidi
una straordinaria personcina che mi stava esaminando con
grande serieta’.
Qui
potete vedere il miglior ritratto che riuscii a fare di
lui, piu’ tardi.
Ma il mio disegno e’ molto
meno affascinante del modello.
La colpa non e’ mia, pero’.
Con lo scoraggiamento che hanno dato i grandi, quando
avevo sei anni, alla mia carriera di pittore, non ho mai
imparato a disegnare altro che serpenti boa dal di fuori o
serpenti boa dal di dentro.
Ora guardavo fisso
l’improvvisa apparizione con gli occhi fuori
dall’orbita per lo stupore.
Dovete pensare che mi trovavo
a mille miglia da una qualsiasi regione abitata, eppure il
mio ometto non sembrava smarrito in mezzo alle sabbie, ne'
tramortito per la fatica, o per la fame, o per la sete, o
per la paura.
Niente di lui mi dava
l’impressione di un bambino sperduto nel deserto, a
mille miglia da qualsiasi abitazione umana.
Quando finalmente potei
parlare gli domandai: “Ma che cosa fai qui?”
Con tutta risposta, egli
ripete’ lentamente come si trattasse di cosa di molta
importanza:
“Per piacere, disegnami una
pecora…”
Quando un mistero e’ cosi’
sovraccarico, non si osa disubbidire.
Per assurdo che mi sembrasse,
a mille miglia da ogni abitazione umana, e in pericolo di
morte, tirai fuori dalla tasca un foglietto di carta e la
penna stilografica.
Ma poi ricordai che i miei
studi si erano concentrati sulla geografia, sulla storia,
sull’aritmetica e sulla grammatica e gli dissi, un po’
di malumore, che non sapevo disegnare. Mi rispose:
“Non importa. Disegnami una
pecora…”
Non avevo mai disegnato una
pecora e allora feci per lui uno di quei disegni che avevo
fatto tante volte: quello del boa dal di dentro; e fui
sorpreso di sentirmi rispondere:
“No, no, no! Non voglio
l’elefante dentro il boa. Il boa e’ molto pericoloso e
l’elefante molto ingombrante. Dove vivo io tutto e’
molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una
pecora”.
Feci il disegno.
Lo
guardo’ attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora
e’ malaticcia. Fammene un’altra”.
Feci un
altro disegno.
Il mio
amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza.
“Lo
puoi vedere da te”, disse, “che questa non e’ una
pecora.
E’ un
ariete. Ha le corna”.
Rifeci il
disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i
precedenti.
“Questa
e’ troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a
lungo”.
Questa volta la mia pazienza
era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il mio
motore. Buttai giu’ un quarto disegno.
E tirai fuori questa
spiegazione:
“Questa e’ soltanto la sua
cassetta. La pecora che volevi sta dentro”.
Fui
molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice
illuminarsi. “Questo e’ proprio quello che volevo.
Pensi che questa pecora
dovra’ avere una gran quantita’ d’erba?”
“Perche’?”
“Perche’ dove vivo io,
tutto e’ molto piccolo…”
“Ci sara’ certamente
abbastanza erba per lei, e’ molto piccola la pecora che
ti ho data”.
Si chino’ sul disegno:
“Non cosi’ piccola che –
oh, guarda! – si e’ messa a dormire…”
E fu cosi’ che feci la
conoscenza del piccolo principe.
… Il Piccolo Principe si
rivelera’ l’amico che ognuno di noi vorrebbe avere ed
accompagnera’ il lettore attraverso un meraviglioso
viaggio che lo portera’, con la semplice fantasia, a
ritrovare “il bambino che e’ in noi”.
Tutti i grandi sono stati bambini
ma, forse, non se lo ricordano piu’: lo sapevate?
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Il Piccolo Principe
III
Ci misi
molto tempo a capire da dove venisse.
Il
piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l'altra,
pareva che non sentisse mai le mie.
Cosi',
quando vide per la prima volta il mio aeroplano (non lo
disegnero' perche' sarebbe troppo complicato per me), mi
domando':
"Che
cos'e' questa cosa?"
"Non
e' una cosa - vola. E' un aeroplano. E' il mio
aeroplano".
Ero molto
fiero di fargli sapere che volavo.
Allora
grido':
"Come?
Sei caduto dal cielo!"
"Si",
risposi modestamente.
"Ah!
Questa e' buffa..."
E il
piccolo principe scoppio in una bella risata che mi
irrito'.
Voglio
che le mie disgrazie siano prese sul serio.
Poi
riprese: "Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale
pianeta sei?"
Intravvidi
una luce, nel mistero della sua presenza, e lo interrogai
bruscamente:
"Tu
vieni dunque da un altro pianeta?"
Ma non mi
rispose. Scrollo' gentilmente il capo osservando
l'aeroplano.
"Certo
che su quello non puoi venire da molto lontano..."
E si
immerse in una lunga meditazione.
Poi,
tirando fuori dalla tasca la mia pecora, sprofondo' nella
contemplazione del suo tesoro.
Vi potete
bene immaginare come io fossi incuriosito da quella mezza
confidenza su "gli altri pianeti".
Cercai
dunque di tirargli fuori qualche altra cosa:
"Da
dove vieni, ometto? Dov'e' la tua casa? Dove vuoi portare
la mia pecora?"
Mi
rispose dopo un silenzio meditativo:
"Quello
che c'e' di buono, e' che la cassetta che mi hai dato, le
servira' da casa per la notte".
"Certo.
E se sei buono ti daro' pure una corda per legare la
pecora durante il giorno. E un paletto".
La mia
proposta scandalizzo' il piccolo principe.
"Legarla?
Che buffa idea!"
"Ma
se non la leghi andra' in giro e si perdera'..."
Il mio
amico scoppio' in una nuova risata:
"Ma
dove vuoi che vada!"
"Dappertutto.
Dritto davanti a se'..."
E il
piccolo principe mi rispose gravemente:
"Non
importa, e' talmente piccolo da me!"
E con un
po' di malinconia, forse, aggiunse:
"Dritto
davanti a se' non si puo' andare molto lontano..."
... "Se non la leghi andra'
in giro e si perdera'"...
Chissa', magari la pecora invece
sarebbe rimasta sempre accanto al suo nuovo amico...
Secondo voi, cosa significa
"Dritto avanti a se' non si puo' andare molto
lontano?" ...
IV
Avevo
cosi' saputo una seconda cosa molto importante!
Che il
suo pianeta nativo era poco piu' grande di una casa.
Tuttavia
questo non poteva stupirmi molto.
Sapevo
benissimo che, oltre ai grandi pianeti come la Terra,
Giove, Marte, Venere ai quali si e' dato un nome, ce ne
sono centinaia ancora che sono a volte cosi' piccoli che
si arriva si' e no a vederli col telescopio.
Quando un
astronomo scopre uno di questi, gli da' per nome un
numero.
Lo chiama
per esempio: "l'asteroide 3251".
Ho serie
ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il
piccolo principe e' l'asteroide B 612.
Questo
asteroide e' stato visto una sola volta al telescopio da
un astronomo turco.
Aveva
fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a
un Congresso Internazionale d'Astronomia.
Ma in
costume com'era, nessuno lo aveva preso sul serio. I
grandi sono fatti cosi'.
Fortunatamente
per la reputazione dell'asteroide B 612 un dittatore turco
impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire
all'europea.
L'astronomo
rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto
elegante.
E questa
volta tutto il mondo fu con lui.
Se vi ho
raccontato tanti particolari sull'asteroide B 612 e se vi
ho rivelato il suo numero, e' proprio per i grandi che
amano le cifre.
Quando
voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle
cose essenziali.
Non si
domandano mai: "Qual'e' il tono della sua voce?
Quali
sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di
farfalle?"
Ma vi
domandano: "Che eta' ha? Quanti fratelli? Quanto
pesa? Quanto guadagna suo padre?" Allora soltanto
credono di conoscerlo. Se voi dite ai grandi:
"Ho
visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle
finestre, e dei colombi sul tetto"" loro non
arrivano a immaginarsela.
Bisogna
dire: "Ho visto una casa di centomila lire", e
allora esclamano: "Com'e' bella".
Cosi' se
voi gli dite: "La prova che il piccolo principe e'
esistito, sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e
che voleva una pecora.
Quando
uno vuole una pecora e' la prova che esiste".
Be', loro
alzeranno le spalle, e vi tratteranno come un bambino.
Ma se voi
invece gli dite: "Il pianeta da dove veniva e'
l'asteroide B 612" allora ne sono subito convinti e
vi lasciano in pace con le domande.
Sono
fatti cosi'. Non c'e' da prendersela.
I bambini
devono essere indulgenti coi grandi.
Ma certo,
noi che comprendiamo la vita, noi che ce ne infischiamo
dei numeri!
Mi
sarebbe piaciuto cominciare questo racconto come una
storia di fate.
Mi
sarebbe piaciuto dire:
"C'era
una volta un piccolo principe che viveva su di un pianeta
poco piu' grande di lui e aveva bisogno di un
amico..."
Per
coloro che comprendono la vita, sarebbe stato molto piu'
vero.
Perche'
non mi piace che si legga il mio libro alla leggera. E' un
grande dispiacere per me confidare questi ricordi. Sono
gia' sei anni che il mio amico se ne e' andato con la sua
pecora e io cerco di descriverlo per non dimenticarlo.
E' triste
dimenticare un amico.
E posso
anch'io diventare come i grandi che non s'interessano piu'
che di cifre.
Ed e'
anche per questo che ho comperato una scatola coi colori e
con le matite.
Non e'
facile rimettersi al disegno alla mia eta' quando non si
sono fatti altri tentativi che quello di un serpente boa
dal di fuori e quello di un serpente boa dal di dentro, e
all'eta' di sei anni.
Mi
studiero' di fare ritratti somigliantissimi.
Ma non
sono affatto sicuro di riuscirci.
Un
disegno va bene, ma l'altro non assomiglia per niente.
Mi
sbaglio anche sulla statura.
Qui il
piccolo principe e' troppo grande.
La' e'
troppo piccolo. Esito persino sul colore del suo vestito.
E allora
tento e tentenno, bene o male.
E finiro'
per sbagliarmi su certi particolari piu' importanti.
Ma questo
bisogna perdonarmelo.
Il mio
amico non mi dava mai delle spiegazioni. Forse credeva che
fossi come lui.
Io,
sfortunatamente, non sapevo vedere le pecore attraverso le
casse.
Puo'
darsi che io sia un po' come i grandi.
Devo
essere invecchiato.
... "C'era una volta un
piccolo principe che aveva bisogno di un amico.."
Tu che parte faresti: il piccolo
principe o l'amico tanto desiderato?
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Il Piccolo Principe
V
Ogni
giorno imparavo qualche cosa sul pianeta, sulla partenza,
sul viaggio.
Veniva da
se', per qualche riflessione.
Fu cosi'
che al terzo giorno conobbi il dramma dei baobab.
Anche
questa volta fu merito della pecora, perche' bruscamente
il piccolo principe mi interrogo', come preso da un grave
dubbio:
"E'
proprio vero che le pecore mangiano gli arbusti?"
"Si,
e' vero".
"Ah!
Sono contento".
Non capii
perche' era cosi' importante che le pecore mangiassero gli
arbusti.
Ma il
piccolo principe continuo':
"Allora
mangiano anche i baobab?"
Feci
osservare al piccolo principe che i baobab non sono degli
arbusti, ma degli alberi grandi come chiese e che se anche
non avesse portato con se' una mandria di elefanti, non
sarebbe venuto a capo di un solo baobab.
L'idea
della mandria di elefanti fece ridere il piccolo principe:
"Bisognerebbe
metterli gli uni su gli altri..."
Ma
osservo' saggiamente:
"I
baobab prima di diventar grandi cominciano con l'essere
piccoli".
"E'
esatto! Ma perche' vuoi che le tue pecore mangino i
piccoli baobab?"
"Be'!
Si capisce", mi rispose come se si trattasse di una
cosa evidente.
E mi ci
volle un grande sforzo d'intelligenza per capire da solo
questo problema.
Infatti,
sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i
pianeti, le erbe buone e quelle cattive.
Di
conseguenza: dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi
semi di erbe cattive.
Ma i semi
sono invisibili.
Dormono
nel segreto della terra fino a che all'uno o all'altro
pigli la fantasia di risvegliarsi.
Allora di
stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole
un bellissimo ramoscello inoffensivo.
Ma se si
tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito,
appena la si e' riconosciuta.
C'erano
dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano
i semi dei baobab.
Il suolo
ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo
tardi, non si riesce piu' a sbarazzarsene.
Ingombra
tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici.
E se il
pianeta e' troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo
fanno scoppiare.
"E'
una questione di disciplina", mi diceva piu' tardi il
piccolo principe.
"Quando
si ha finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura
la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi regolarmente
a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai ai
quali assomigliano molto quando sono piccoli.
E' un
lavoro molto noioso, ma facile".
"E
un giorno mi consiglio' di fare un bel disegno per far
entrare bene questa idea nella testa dei bambini del mio
paese.
"Se
un giorno viaggeranno ", mi diceva, "questo
consiglio gli potra' servire.
Qualche
volta e' senza inconvenienti rimettere a piu' tardi il
proprio lavoro.
Ma se si
tratta dei baobab e' sempre una catastrofe.
Ho
conosciuto un pianeta abitato da un pigro.
Aveva
trascurato gli arbusti..."
E
sull'indicazione del piccolo principe ho disegnato quel
pianeta.
Non mi
piace prendere il tono del moralista.
Ma il
pericolo dei baobab e' cosi' poco conosciuto, e i rischi
che correrebbe chi si smarrisse su un asteroide, cosi'
gravi, che una volta tanto ho fatto eccezione.
E dico:
"Bambini! Fate attenzione ai baobab!"
E per
avvertire i miei amici di un pericolo che hanno sempre
sfiorato, come me stesso, senza conoscerlo, ho tanto
lavorato a questo disegno.
La
lezione che davo, giustificava la fatica.
Voi
mi domanderete forse: Perche' non ci sono in questo
libro altri disegni altrettanto grandiosi come quello dei
baobab?
La risposta e' molto semplice:
Ho cercato di farne uno, ma
non ci sono riuscito.
Quando ho disegnato i baobab
ero animato dal sentimento dell'urgenza.
......I bambini devono vivere
circondati solo da cose buone: quelle attorno a te quali
sono?
VI
Oh,
piccolo principe, ho capito a poco a poco la tua piccola
vita malinconica.
Per molto
tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza
dei tramonti.
Ho
appreso questo nuovo particolare il quarto giorno, al
mattino, quando mi hai detto:
"Mi
piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un
tramonto..."
"Ma
bisogna aspettare..."
"Aspettare
che?"
"Che
il sole tramonti..."
Da prima
hai avuto un'aria molto sorpresa, e poi hai riso di te
stesso e mi hai detto:
"Mi
credo sempre a casa mia!..."
Infatti.
Quando agli Stati Uniti e' mezzogiorno tutto il mondo sa
che il sole tramonta sulla Francia.
Basterebbe
poter andare in Francia in un minuto per assistere al
tramonto. Sfortunatamente la Francia e' troppo lontana.
Ma sul
tuo piccolo pianeta ti bastava spostare la tua sedia di
qualche passo.
E
guardavi il crepuscolo tutte le volte che volevi...
"Un
giorno ho visto il sole tramontare quarantatre'
volte!"
E piu'
tardi hai soggiunto:
"Sai...
quando si e' molto tristi si amano i tramonti..."
"Il
giorno delle quarantatre' volte eri tanto triste?"
Ma il
piccolo principe non rispose.
... Questa e' forse la pagina piu'
malinconica de "Il Piccolo Principe": la
nostalgia della sua casa, dei suoi affetti, dei suoi
tramonti.
Avete mai vissuto un momento
simile?
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Il Piccolo Principe
VII
Al quinto
giorno, sempre grazie alla pecora, mi fu svelato questo
segreto della vita del piccolo principe.
Mi
domando' bruscamente, senza preamboli, come il frutto di
un problema meditato a lungo in silenzio:
"Una
pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?"
"Una
pecora mangia tutto quello che trova".
"Anche
i fiori che hanno le spine?"
"Si.
Anche i fiori che hanno le spine".
"Ma
allora le spine a che cosa servono?"
Non lo
sapevo. Ero in quel momento occupatissimo a cercare di
svitare un bullone troppo stretto del mio motore. Ero
preoccupato perche' la mia panne cominciava ad apparirmi
molto grave e l'acqua da bere che si consumava mi faceva
temere il peggio.
"Le
spine a che cosa servono?"
Il
piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che
aveva fatta.
Ero
irritato per il mio bullone e risposi a casaccio:
"Le
spine non servono a niente, e' pura cattiveria da parte
dei fiori".
"Oh!"
Ma dopo
un silenzio mi getto' in viso con una specie di rancore:
"Non
ti credo! I fiori sono deboli. Sono ingenui.
Si
rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro
spine..."
Non
risposi. In quel momento mi dicevo:
"Se
questo bullone resiste ancora, lo faro' saltare con un
colpo di martello".
Il
piccolo principe disturbo' di nuovo le mie riflessioni.
"E
tu credi, tu, che i fiori..."
"Ma
no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa
qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io!"
Mi
guardo' stupefatto.
"Di
cose serie!"
Mi vedeva
col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un
oggetto che gli sembrava molto brutto.
"Parli
come i grandi!"
Ne ebbi
un po' di vergogna. Ma, senza pieta', aggiunse:
"Tu
confondi tutto... tu mescoli tutto!"
Era
veramente irritato. Scuoteva al vento i suoi capelli
dorati.
"Io
non conosco un pianeta su cui c'e' un signor Chermisi.
Non ha
mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella.
Non ha
mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni.
E tutto
il giorno ripete come te: <Io sono un uomo serio! Io
sono un uomo serio!> e si gonfia di orgoglio.
Ma non e'
un uomo, e' un fungo!"
"Che
cosa?"
"Un
fungo!"
Il
piccolo principe adesso era bianco di collera.
"Da
migliaia di anni i fiori fabbricano le spine .
Da
migliaia di anni le pecore mangiano tuttavia i fiori.
E non e'
una cosa seria cercare di capire perche' i fiori si danno
tanto da fare per fabbricarsi delle spine che non servono
a niente?
Non e'
importante la guerra fra le pecore e i fiori?
Non e'
piu' serio e piu' importante delle addizioni di un grosso
signore rosso?
E se io
conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna
parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora
puo' distruggere di colpo, cosi' un mattino, senza
rendersi conto di quello che fa, non e' importante
questo!"
Arrossi',
poi riprese:
"Se
qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in
milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice
quando lo guarda.
E lui si
dice: <Il mio fiore e' la' in qualche luogo>
Ma se la
pecora mangia il fiore, e' come se per lui tutto a
un tratto, tutte le stelle si spegnessero!
E non e'
importante questo!"
Non pote'
proseguire. Scoppio' bruscamente in singhiozzi.
Era
caduta la notte.
Avevo
abbandonato i miei utensili.
Me ne
infischiavo del mio martello, del mio bullone, della sete
e della morte.
Su di una
stella, un pianeta, il mio, la Terra, c'era un piccolo
principe da consolare!
Lo presi
in braccio. Lo cullai. Gli dicevo:
"Il
fiore che tu ami non e' in pericolo ... Disegnero' una
museruola per la tua pecora... e una corazza per il tuo
fiore... Io... "
Non
sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non
sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo...
Il paese
delle lacrime e' cosi' misterioso.
...E' questo un capitolo molto
commovente del libro: la "bugia" delle spine, la
collera del Piccolo Principe, i suoi singhiozzi e le sue
lacrime... Ci offre la possibilita' di riflettere...
VIII
Imparai
ben presto a conoscere meglio questo fiore.
C'erano
sempre stati sul pianeta del piccolo principe dei fiori
molto semplici, ornati di una sola raggiera di petali, che
non tenevano posto e non disturbavano nessuno.
Apparivano
un mattino nell'erba e si spegnevano la sera.
Ma questo
era spuntato un giorno, da un seme venuto chissa' da dove,
e il piccolo principe aveva sorvegliato da vicino questo
ramoscello che non assomigliava a nessun altro ramoscello.
Poteva
essere una nuova specie di baobab.
Ma
l'arbusto cesso' presto di crescere e comincio' a
preparare un fiore.
Il
piccolo principe che assisteva alla formazione di un
bocciolo enorme, sentiva che ne sarebbe uscita
un'apparizione miracolosa, ma il fiore non smetteva piu'
di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera
verde.
Sceglieva
con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava
i suoi petali ad uno ad uno.
Non
voleva uscire sgualcito come un papavero.
Non
voleva apparire che nel pieno splendore della sua
bellezza.
Eh, si,
c'era una gran civetteria in tutto questo!
La sua
misteriosa toeletta era durata giorni e giorni.
E poi,
ecco che un mattino, proprio all'ora del levar del sole,
si era mostrato.
E lui,
che aveva lavorato con tanta precisione, disse
sbadigliando:
"Ah!
mi sveglio ora. Ti chiedo scusa... sono ancora tutto
spettinato..."
Il
piccolo principe allora non pote' frenare la sua
ammirazione:
"Come
sei bello !"
"Vero",
rispose dolcemente il fiore, "e sono insieme al
sole..."
Il piccolo principe indovino'
che non era molto modesto, ma era cosi' commovente!
"Credo che sia l'ora del
caffe' e latte", aveva soggiunto, "vorresti
pensare a me..."
E il piccolo principe, tutto
confuso, ando' a cercare un innaffiatoio di acqua fresca e
servi' al fiore la sua colazione.
Cosi'
l'aveva ben presto tormentato con la sua vanita' un poco
ombrosa.
Per
esempio, un giorno, parlando delle sue quattro spine, gli
aveva detto:
"Possono
venire le tigri, con i loro artigli!"
"Non
ci sono tigri sul mio pianeta", aveva obiettato il
piccolo principe, "e poi le tigri non mangiano
l'erba".
"Io
non sono un'erba", aveva dolcemente risposto il
fiore.
"Scusami..."
"Non
ho paura delle tigri, ma ho orrore delle correnti
d'aria... Non avresti per caso un paravento?"
"Orrore
delle correnti d'aria?"
"E'
un po' grave per una pianta", aveva osservato il
piccolo principe. "E' molto complicato questo
fiore..."
"Alla
sera mi metterai al riparo sotto a una campana di vetro.
Fa molto freddo qui da te... Non e' una sistemazione che
mi soddisfi. Da dove vengo io..."
Ma
si era interrotto. Era venuto sotto forma di seme.
Non poteva conoscere nulla
degli altri mondi.
Umiliato di essersi lasciato
sorprendere a dire una bugia cosi' ingenua, aveva tossito
due o tre volte, per mettere il piccolo principe dalla
parte del torto...
"E' questo un
paravento?..."
"Andavo a cercarlo, ma tu
non mi parlavi!"
Allora aveva forzato la sua
tosse per fargli venire dei rimorsi.
Cosi' il piccolo principe,
nonostante tutta la buona volonta' del suo amore, aveva
cominciato a dubitare di lui.
Aveva
preso sul serio delle parole senza importanza che
l'avevano reso infelice.
"Avrei
dovuto non ascoltarlo", mi confido' un giorno,
"non bisogna mai ascoltare i fiori. Basta guardarli e
respirarli. Il mio, profumava il mio pianeta, ma non
sapevo rallegrarmene.
Quella
storia degli artigli, che mi aveva tanto raggelato,
avrebbe dovuto intenerirmi."
E mi
confido' ancora:
"Non
ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo
dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi
illuminava.
Non avrei
mai dovuto venirmene via!
Avrei
dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole
astuzie. I fiori sono cosi' contraddittori! Ma ero troppo
giovane per saperlo amare".
... Pensate: un piccolo fiore teme
le correnti d'aria piu' di una tigre e questo ci fa
riflettere sul fatto che non sempre cio' che nella realta'
ci appare temibile lo e' in misura maggiore di cio' che
invece si presenta rassicurante ai nostri occhi.
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Il Piccolo Principe
IX
Io credo
che egli approfitto', per venirsene via, di una migrazione
di uccelli selvatici.
Il
mattino della partenza mise bene in ordine il suo pianeta.
Spazzo'
accuratamente il camino dei suoi vulcani in attivita'.
Possedeva
due vulcani in attivita'.
Ed era
molto comodo per far scaldare la colazione del mattino.
E
possedeva anche un vulcano spento.
Ma, come
lui diceva, "non si sa mai" e cosi' spazzo'
anche il camino del vulcano spento.
Se
i camini sono ben puliti, bruciano piano piano,
regolarmente, senza eruzioni. Le eruzioni vulcaniche sono
come gli scoppi nei caminetti.
E' evidente che sulla nostra
terra noi siamo troppo piccoli per poter spazzare il
camino dei nostri vulcani ed e' per questo che ci danno
tanti guai.
Il piccolo principe strappo'
anche con una certa malinconia gli ultimi germogli dei
baobab. Credeva di non ritornare piu'.
Ma tutti quei lavori consueti
gli sembravano, quel mattino, estremamente dolci.
E quando innaffio' per
l'ultima volta il suo fiore, e si preparo' a metterlo al
riparo sotto la campana di vetro, scopri' che aveva una
gran voglia di piangere.
"Addio", disse al
fiore.
Ma il fiore non rispose.
"Addio", ripete'.
Il fiore tossi'. Ma no era
perche' fosse raffreddato.
"Sono stato uno
sciocco", disse finalmente, "scusami, e cerca di
essere felice".
Fu sorpreso dalla mancanza di
rimproveri. Ne rimase sconcertato, con la campana di vetro
per aria. Non capiva quella calma dolcezza.
"Ma si', ti voglio
bene", disse il fiore, "e tu non l'hai saputo
per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato
sciocco quanto me. Cerca di essere felice. Lascia questa
campana di vetro, non la voglio piu'".
"Ma il vento..."
"Non sono cosi'
raffreddato. L'aria fresca della notte mi fara' bene. Sono
un fiore".
"Ma le bestie..."
"Devo pur sopportare
qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che
siano cosi' belle. Se no chi verra' a farmi visita? Tu
sarai lontano e delle grosse bestie non ho paura. Ho i
miei artigli".
E mostrava ingenuamente le sue
quattro spine.
Poi continuo':
"Non indugiare cosi', e'
irritante. Hai deciso di partire e allora vattene".
Perche' non voleva che io lo
vedessi piangere. Era un fiore cosi' orgoglioso...
...Sicuramente,, oltre ad essere
un fiore orgoglioso, era anche triste per la partenza del
suo amico... Ma quel "ti voglio bene" restera'
nel cuore del Piccolo Principe per sempre...
X
Il
piccolo principe si trovava nella regione degli asteroidi
325, 326, 327, 328, 329 e 330. Comincio' a visitarli per
cercare un'occupazione e per istruirsi.
Il primo
asteroide era abitato da un re.
Il re,
vestito di porpora e d'ermellino, sedeva su un trono molto
semplice e nello stesso tempo maestoso.
"Ah!
ecco un suddito", esclamo' il re appena vide il
piccolo principe.
E il
piccolo principe si domando':
"Come
puo' riconoscermi se non mi ha mai visto?"
Non
sapeva che per i re il mondo e' molto semplificato. Tutti
gli uomini sono dei sudditi.
"Avvicinati
che ti veda meglio", gli disse il re che era molto
fiero di essere finalmente re per qualcuno.
Il
piccolo principe cerco' con gli occhi dove potersi sedere,
ma il pianeta era tutto occupato dal magnifico manto di
ermellino. Dovette rimanere in piedi, ma era tanto stanco
che sbadiglio'.
"E'
contro all'etichetta sbadigliare alla presenza di un
re", gli disse il monarca, "te lo
proibisco".
"Non
posso farne a meno", rispose tutto confuso il piccolo
principe. "Ho fatto un lungo viaggio e non ho
dormito..."
"Allora",
gli disse il re, "ti ordino di sbadigliare. Sono anni
che non vedo qualcuno che sbadiglia, e gli sbadigli sono
una curiosita' per me. Avanti! Sbadiglia ancora. E' un
ordine".
"Mi
avete intimidito... non posso piu'", disse il piccolo
principe arrossendo.
"Hum!
hum!" rispose il re. "Allora io... io ti ordino
di sbadigliare un po' e un po'..."
Borbotto'
qualche cosa e sembro' seccato. Perche' il re teneva
assolutamente a che la sua autorita' fosse rispettata. Non
tollerava la disubbidienza. Era un monarca assoluto.
Ma
siccome era molto buono, dava degli ordini ragionevoli.
"Se
ordinassi", diceva abitualmente, "se ordinassi a
un generale di trasformarsi in un uccello marino, e se il
generale non ubbidisse, non sarebbe colpa del generale.
Sarebbe colpa mia""
"Posso
sedermi?" s'informo' timidamente il piccolo principe.
"Ti
ordino di sederti", gli rispose il re che ritiro'
maestosamente una falda del suo mantello di ermellino.
Il
piccolo principe era molto stupito. Il pianeta era
piccolissimo e allora su che cosa il re poteva regnare?
"Sire",
gli disse, "scusatemi se vi interrogo..."
"Ti
ordino di interrogarmi", si affretto' a rispondere il
re.
"Sire,
su che cosa regnate?"
"Su
tutto", rispose il re con grande semplicita'.
"Su
tutto?"
Il re con
un gesto discreto indico' il suo pianeta, gli altri
pianeti, e le stelle.
"Su
tutto questo?" domando' il piccolo principe.
"Su
tutto questo..." rispose il re.
Perche'
non era solamente un monarca assoluto, ma era un monarca
universale.
"E
le stelle vi ubbidiscono?"
"Certamente",
gli disse il re. "Mi ubbidiscono immediatamente. Non
tollero l'indisciplina".
Un tale
potere meraviglio' il piccolo principe.
Se
l'avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a
quarantatre' , ma a settantadue, o anche a cento, a
duecento tramonti nella stessa giornata, senza dover
spostare mai la sua sedia! E sentendosi un po' triste al
pensiero del suo piccolo pianeta abbandonato, si azzardo''a
sollecitare una grazia dal re:
"Vorrei
tanto vedere un tramonto... Fatemi questo piacere...
Ordinate al sole di tramontare..."
"Se
ordinassi a un generale di volare da un fiore all'altro
come una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di
trasformarsi in un uccello marino; e se il generale non
eseguisse l'ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o
io?"
"L'avreste
voi", disse con fermezza il piccolo principe.
"Esatto.
Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno puo'
dare", continuo' il re.
"L'autorita'
riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo
popolo di andare a gettarsi in mare, fara' la rivoluzione.
Ho il diritto di esigere l'ubbidienza perche' i miei
ordini sono ragionevoli".
"E
allora il mio tramonto?" ricordo' il piccolo principe
che non si dimenticava mai di una domanda una volta che
l'aveva fatta.
"L'avrai,
il tuo tramonto, lo esigero', ma, nella mia sapienza di
governo, aspettero' che le condizioni siano
favorevoli".
"E
quando saranno?" s'informo' il piccolo principe.
"Hem!
hem!" gli rispose il re che intanto consultava un
grosso calendario, "hem! hem! sara' verso, verso,
sara' questa sera verso le sette e quaranta! E vedrai come
saro' ubbidito a puntino".
Il
piccolo principe sbadiglio'. Rimpiangeva il suo tramonto
mancato. E poi incominciava ad annoiarsi.
"Non
ho piu' niente da fare qui", disse il re. "Me ne
vado".
"Non
partire", rispose il re che era tanto fiero di avere
un suddito, "non partire, ti faro' ministro!"
"Ministro
di che?"
"Di...
della giustizia!"
"Ma
se non c'e' nessuno da giudicare?"
"Non
si sa mai" gli disse il re. "Non ho ancora fatto
il giro del mio regno. Sono molto vecchio, ma c'e' posto
per una carrozza e mi stanco a camminare".
"Oh!
ma ho gia' visto io", disse il piccolo principe
sporgendosi per dare ancora un'occhiata sull'altra parte
del pianeta. "Neppure laggiu' c'e' qualcuno".
"Giudicherai
te stesso", gli rispose il re. "E' la cosa piu'
difficile. E' molto piu' difficile giudicare se stessi che
gli altri. Se riesci a giudicarti bene e' segno che sei
veramente un saggio".
"Io",
disse il piccolo principe, "io posso giudicarmi
ovunque. Non ho bisogno di abitare qui".
"Hem!
hem!" disse il re. "Credo che da qualche parte
sul mio pianeta ci sia un vecchio topo. Lo sento durante
la notte. Potrai giudicare questo vecchio topo. Lo
condannerai a morte di tanto in tanto. Cosi' la sua vita
dipendera' dalla tua giustizia. Ma lo grazierai ogni volta
per economizzarlo. Non ce n'e' che uno".
"Non
mi piace condannare a morte", rispose il piccolo
principe, "preferisco andarmene".
"No",
disse il re.
Ma il
piccolo principe che aveva finiti i suoi preparativi di
partenza, non voleva dare un dolore al vecchio monarca:
"Se
Vostra Maesta' desidera essere ubbidito puntualmente, puo'
darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per
esempio, di partire prima che sia passato un minuto. Mi
pare che le condizioni siano favorevoli..."
E siccome
il re non rispondeva, il piccolo principe esito' un
momento e poi con un sospiro se ne parti'.
"Ti
nomino mio ambasciatore", si affretto' a gridargli
appresso il re.
Aveva
un'aria di grande autorita'.
"Sono
ben strani i grandi", si disse il piccolo principe
durante il viaggio.
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Il Piccolo Principe
XI
Il
secondo pianeta era abitato da un vanitoso.
"Ah!
ah! ecco la visita di un ammiratore", grido' da
lontano il vanitoso appena scorse il piccolo principe.
Per i
vanitosi tutti gli altri uomini sono degli ammiratori.
"Buon
giorno", disse il piccolo principe, "che buffo
cappello avete!"
"E'
per salutare", gli rispose il vanitoso. "E' per
salutare quando mi acclamano, ma sfortunatamente non passa
mai nessuno da queste parti".
"Ah
si?" disse il piccolo principe che non capiva.
"Batti
le mani l'una contro l'altra", consiglio' percio' il
vanitoso.
Il
piccolo principe batte' le mani l'una contro l'altra e il
vanitoso saluto' con modestia sollevando il cappello.
E' piu'
divertente che la visita al re, si disse il piccolo
principe, e ricomincio' a batter le mani l'una contro
l'altra.
Il
vanitoso ricomincio' a salutare sollevando il cappello.
Dopo
cinque minuti di questo esercizio il piccolo principe si
stanco' della monotonia del gioco: "E che cosa
bisogna fare", domando', "perche' il cappello
caschi?"
Ma
il vanitoso non l'intese.
I vanitoso non sentono altro
che le lodi.
"Mi ammiri molto,
veramente?" domando' al piccolo principe.
"Che cosa vuol dire
ammirare?"
"Ammirare vuol dire
riconoscere che io sono l'uomo piu' bello, piu' elegante,
piu' ricco e piu' intelligente di tutto il pianeta".
"Fammi questo piacere.
Ammirami lo stesso!"
"Ti ammiro", disse
il piccolo principe, alzando un poco le spalle, "ma
tu che te ne fai?"
E il piccolo principe se ne
ando'.
Decisamente i grandi sono ben
bizzarri, diceva con semplicita' a se stesso, durante il
suo viaggio.
...Fortunatamente non tutti i
grandi sono come il vanitoso descritto in questo capitolo.
Ma "ammirare" non
significa soltanto riconoscere in un'altra persona la
bellezza, la ricchezza, l'intelligenza: si puo' ammirare
anche l'umilta', l'altruismo, il coraggio, la volonta'.
XII
Il
pianeta appresso era abitato da un ubriacone.
Questa
visita fu molto breve, ma immerse il piccolo principe in
una grande malinconia.
"Che
cosa fai?" chiese all'ubriacone che stava in silenzio
davanti a una collezione di bottiglie vuote e a una
collezione di bottiglie piene.
"Bevo"
rispose, in tono lugubre, l'ubriacone.
"Perche' bevi?"
domando' il piccolo principe.
"Per dimenticare",
rispose l'ubriacone.
"Per dimenticare che
cosa?" s'informo' il piccolo principe che cominciava
gia' a compiangerlo.
"Per dimenticare che ho
vergogna", confesso' l'ubriacone abbassando la testa.
"Vergogna di che?"
insistette il piccolo principe che desiderava soccorrerlo.
"Vergogna di bere!"
e l'ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo.
Il piccolo principe se ne
ando' perplesso.
I grandi, decisamente, sono
molto, molto bizzarri, si disse durante il viaggio.
"I grandi sono molto
bizzarri", ma nonostante pensasse cio', il Piccolo
Principe desiderava soccorrere quell'uomo che tentava di
dimenticare i proprio problemi in quel modo, un modo
completamente sbagliato. E a volte, anche una semplice
parola, una mano tesa, puo' ridare coraggio.
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Il Piccolo Principe
XIII
Il quarto
pianeta era abitato da un uomo d'affari.
Questo
uomo era cosi' occupato che non alzo' neppure la testa
all'arrivo del piccolo principe.
"Buon
giorno", gli disse questi. "La vostra sigaretta
si e' spenta".
"Tre
piu' due fa cinque. Cinque piu' sette: dodici.
Dodici
piu' tre: quindici. Buon giorno.
Quindici
piu' sette fa ventidue.
Ventidue
piu' sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.
Ventisei
piu' cinque trentuno.
Ouf!
Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila
settecento trentuno".
"Cinquecento
e un milione di che?"
"Hem!
Sei sempre li'? Cinquecento e un milione di ... non lo so
piu'. Ho talmente da fare!
Sono un
uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole!
Due piu'
cinque: sette..."
"Cinquecento
e un milione di che?" ripete' il piccolo principe che
mai aveva rinunciato a una domanda una volta che l'aveva
espressa.
L'uomo
d'affari alzo' la testa:
"Da
cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono
stato disturbato che tre volte.
La prima
volta e' stato ventidue anni fa, da una melolonta che era
caduta chissa' da dove.
Faceva un
rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una
addizione.
La
seconda volta e' stato undici anni fa per una crisi di
reumatismi.
Non mi
muovo mai, non ho il tempo di girandolare.
Sono un
uomo serio, io.
La terza
volta ... eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un
milione".
"Milione
di che?"
L'uomo
d'affari capi' che non c'era speranza di pace.
"Milioni
di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel
cielo".
"Di
mosche?"
"Ma
no, di piccole cose che brillano".
"Di
api?"
"Ma
no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i
poltroni. Ma sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di
fantasticare".
"Ah!
di stelle?"
"Eccoci.
Di stelle".
"E
che ne fai di cinquecento milioni di stelle?"
"Cinquecento
e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono
un uomo serio io, sono un uomo preciso."
"E
che te ne fai di queste stelle?"
"Che
cosa me ne faccio?"
"Si".
"Niente.
Le possiedo io".
"Tu
possiedi le stelle?"
"Si".
"Ma
ho gia' veduto un re che..."
"I re non possiedono. Ci
regnano sopra. E' molto diverso".
"E a che ti serve
possedere le stelle?"
"MI serve ad essere
ricco".
"E a che ti serve essere
ricco?"
"A comperare delle altre
stelle, se qualcuno ne trova".
Questo qui, si disse il
piccolo principe, ragiona un po' come il mio ubriacone.
Ma pure domando' ancora:
"Come si puo' possedere
le stelle?"
"Di chi sono?"
rispose facendo stridere i denti l'uomo d'affari.
"Non lo so, di
nessuno".
"Allora sono mie che vi
ho pensato per il primo".
"E questo basta?"
"Certo. Quando trovi un
diamante che non e' di nessuno, e' tuo. Quando trovi
un'isola che non e' di nessuno, e' tua. Quando tu hai
un'idea per il primo, la fai brevettare, ed e' tua. E io
possiedo le stelle, perche' mai nessuno prima di me si e'
sognato di possederle".
"Questo e' vero",
disse il piccolo principe. "Che te ne fai?"
"Le amministro. Le conto
e le riconto", disse l'uomo d'affari. "E' una
cosa difficile, ma io sono un uomo serio!"
Il piccolo principe non era
ancora soddisfatto.
"Io, se possiedo un
fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e
portarmelo via. Se possiedo un fiore, posso cogliere il
mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le
stelle".
"No, ma posso depositarle
alla banca".
"Che cosa vuol
dire?"
"Vuol dire che scrivo su
un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi
chiudo a chiave questo pezzetto di carta in un
cassetto".
"Tutto qui?"
"E' sufficiente".
E' divertente, penso' il
piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non e' molto serio.
Il piccolo principe aveva
sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei
grandi.
"Io", disse il
piccolo principe, "possiedo un fiore che innaffio
tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il
camino tutte le settimane. Perche' spazzo il camino anche
di quello spento. Non si sa mai.
E' utile ai miei vulcani, ed
e' utile al mio fiore che io li possegga.
Ma tu non sei utile alle
stelle..."
L'uomo d'affari apri' la bocca
ma non trovo' niente da rispondere e il piccolo principe
se ne ando' .
Decisamente i grandi sono
proprio straordinari, si disse semplicemente durante il
viaggio.
Questo capitolo ci insegna ad
amare cio' che ci circonda, sia esso di nostra proprieta'
che comune a piu' persone. Ci fa riflettere anche sull'umilta'
e la semplicita' delle piccole cose, sulla gioia che si
prova nel fare le cose "utili", anche nei
riguardi di un piccolo fiore.
XIV
Il quinto
pianeta era molto strano.
Vi era
appena il posto per sistemare un lampione e l'uomo che
l'accendeva.
Il
piccolo principe non riusciva a spiegarsi a che potessero
servire, spersi nel cielo, si di un pianeta senza case,
senza abitanti, un lampione e il lampionaio.
Eppure si
disse:
"Forse
quest'uomo e' veramente assurdo. Pero' e' meno assurdo del
re, del vanitoso, dell'uomo d'affari e dell'ubriacone.
Almeno il suo lavoro ha un senso. Questo accende il suo
lampione, e' come se facesse nascere una stella in piu', o
un fiore. Quando lo spegne addormenta il fiore o la
stella. E' una bellissima occupazione, ed e' veramente
utile, perche' e' bella".
Salendo
sul pianeta saluto' rispettosamente l'uomo:
"Buon
giorno. Perche' spegni il tuo lampione?"
"E'
la consegna" rispose il lampionaio. "Buon
giorno".
"Che
cos'e' la consegna?"
"E'
di spegnere il mio lampione. Buona sera".
E lo
riaccese.
"E
adesso perche' lo riaccendi?"
"E'
la consegna".
"Non
capisco", disse il piccolo principe.
"Non
c'e' nulla da capire", disse l'uomo, "la
consegna e' la consegna. Buon giorno". E spense il
lampione.
Poi si
asciugo' la fronte con un fazzoletto a quadri rossi.
"Faccio
un mestiere terribile. Una volta era ragionevole.
Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il
resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per
dormire...""
"E
dopo di allora e' cambiata la consegna?"
"La
consegna non e' cambiata", disse il lampionaio,
"e' proprio questo il dramma. Il pianeta di anno in
anno ha girato sempre piu' in fretta e la consegna non e'
stata cambiata!"
"Ebbene?"
disse il piccolo principe.
"Ebbene,
ora che fa un giro al minuto, non ho piu' un secondo di
riposo. Accendo e spengo una volta al minuto!"
"E'
divertente! I giorni da te durano un minuto!"
"Non
e' per nulla divertente", disse l'uomo.
"Lo
sai che stiamo parlando da un mese?"
"Da
un mese?"
"Si.
Trenta minuti: trenta giorni!. Buona sera".
E
riaccese il suo lampione.
Il
piccolo principe lo guardo' e senti' improvvisamente di
amare questo uomo che era cosi' fedele alla sua consegna.
Si ricordo' dei tramonti che lui stesso una volta andava a
cercare, spostando la sua sedia. E volle aiutare il suo
amico:
"Sai
... conosco un modo per riposarti quando vorrai ..."
"Lo
vorrei sempre", disse l'uomo.
Perche'
si puo' essere nello stesso tempo fedeli e pigri.
E il
piccolo principe continuo':
"Il
tuo pianeta e' cosi' piccolo che in tre passi ne puoi fare
il giro. Non hai che da camminare abbastanza lentamente
per rimanere sempre al sole. Quando vorrai riposarti
camminerai e il giorno durera' finche' tu vorrai".
"Non
mi serve a molto", disse l'uomo. "Cio' che
desidero soprattutto nella vita e' di dormire".
"Non
hai fortuna", disse il piccolo principe.
"Non
ho fortuna", rispose l'uomo. "Buon giorno".
E spense
il suo lampione.
Quest'uomo,
si disse il piccolo principe, continuando il suo viaggio,
quest'uomo sarebbe disprezzato da tutti gli altri , dal
re, dal vanitoso, dall'ubriacone, dall'uomo d'affari.
Tuttavia e' il solo che non mi sembri ridicolo. Forse
perche' si occupa di altro che non di se stesso.
Ebbe un
sospiro di rammarico e si disse ancora:
Questo e'
il solo di cui avrei potuto farmi un amico. Ma il suo
pianeta e' veramente troppo piccolo non c'e' posto per
due...
Quello
che il piccolo principe non osava confessare a se stesso,
era che di questo pianeta benedetto rimpiangeva
soprattutto i millequattrocentoquaranta tramonti nelle
ventiquattro ore.
Dopo la lettura di questo capitolo
si possono ricordare due cose: la prima e' che il piccolo
principe si rivolge all'uomo che accende e spegne il
lampione chiamandolo "amico", pur non avendolo
mai visto prima. La seconda e' che, per il piccolo
principe, l'uomo e' altruista, in quanto pensa al bene del
pianeta e non a se stesso.
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Il
Piccolo Principe
XV
Il sesto
pianeta era dieci volte piu' grande.
Era
abitato da un vecchio signore che scriveva degli enormi
libri.
"Ecco
un esploratore", esclamo' quando scorse il piccolo
principe.
Il
piccolo principe si sedette sul tavolo ansimando un poco.
Era in
viaggio da tanto tempo.
"Da
dove vieni?" gli domando' il vecchio signore.
"Che
cos'e' questo grosso libro?" disse il piccolo
principe. "Che cosa fate qui?"
"Sono
un geografo", disse il vecchio signore.
"Che
cos'e' un geografo?"
"E'
un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le
citta', le montagne e i deserti".
"E'
molto interessante", disse il piccolo principe,
"questo finalmente e' un vero mestiere!"
E diede
un'occhiata tutto intorno sul pianeta del geografo. Non
aveva mai visto fino ad ora un pianeta cosi' maestoso.
"E'
molto bello il vostro pianeta. Ci sono degli oceani?"
"Non
lo posso sapere", disse il geografo.
"Ah!
(il piccolo principe fu deluso) E delle montagne?"
"Non
lo posso sapere", disse il geografo.
"E
delle citta' e dei fiumi e dei deserti?"
"Neppure
lo posso sapere", disse il geografo.
"Ma
siete un geografo!"
"Esatto",
disse il geografo, "ma non sono un esploratore.
Manco
completamente di esploratori.
Non e' il
geografo che va a fare il conto delle citta', dei fiumi,
delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti.
Il
geografo e' troppo importante per andare in giro.
Non
lascia mai il suo ufficio, ma riceve gli esploratori, li
interroga e prende degli appunti sui loro ricordi.
E se i
ricordi di uno di loro gli sembrano interessanti, il
geografo fa fare un'inchiesta sulla moralita'
dell'esploratore".
"Perche'?"
"Perche'
se l'esploratore mentisse porterebbe una catastrofe nei
libri di geografia. Ed anche un esploratore che bevesse
troppo".
"Perche'?"
"Perche'
gli ubriachi vedono doppio e allora il geografo si
annoterebbe due montagne la' dove ce n'e' una sola".
"Io
conosco qualcuno" disse il piccolo principe,
"che sarebbe un cattivo esploratore".
"E'
possibile. Dunque, quando la moralita' dell'esploratore
sembra buona, si fa un'inchiesta sulla sua scoperta".
"Si
va a vedere?".
"No,
e' troppo complicato. Ma si esige che l'esploratore
fornisca le prove. Per esempio, se si tratta di una grossa
montagna, si esige che riporti delle grosse pietre".
All'improvviso
il geografo si commosse.
"Ma
tu, tu vieni da lontano! Tu sei un esploratore! Mi devi
descrivere il tuo pianeta!"
E il
geografo, avendo aperto il suo registro, tempero' la sua
matita. I resoconti degli esploratori si annotano da prima
a matita, e si aspetta per annotarli a penna che
l'esploratore abbia fornito delle prove.
"Allora?"
interrogo' il geografo.
"Oh!
da me", disse il piccolo principe, "non e' molto
interessante, e' talmente piccolo.
Ho tre
vulcani, due in attivita' e uno spento. Ma non si sa
mai".
"Non
si sa mai", disse il geografo.
"Ho
anche un fiore".
"Noi
non annotiamo i fiori", disse il geografo.
"Perche'?
Sono la cosa piu' bella".
"Perche'
i fiori sono effimeri".
"Che
cosa vuol dire <effimero>?"
"Le
geografie", disse il geografo, "sono i libri
piu' preziosi fra tutti i libri. Non passano mai di moda.
E' molto raro che una montagna cambi di posto. E' molto
raro che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle
cose eterne".
"Ma
i vulcani spenti si possono risvegliare", interruppe
il piccolo principe. "Che cosa vuol dire <effimero>?"
"Che
i vulcani siano spenti o in azione, e' lo stesso per
noi", disse il geografo. "Quello che conta per
noi e' il monte, lui non cambia".
"Ma
che cosa vuol dire <effimero>?" ripete' il
piccolo principe che in vita sua non aveva mai rinunciato
a una domanda una volta che l'aveva fatta.
"Vuol
dire <che e' minacciato di scomparire in un tempo
breve>".
"Il
mio fiore e' destinato a scomparire presto?"
"Certamente".
Il mio
fiore e' effimero, si disse il piccolo principe, e non ha
che quattro spine per difendersi dal mondo! E io l'ho
lasciato solo!
E per la
prima volta si senti' pungere dal rammarico. Ma si fece
coraggio:
"Che
cosa mi consigliate di andare a visitare?"
"Il
pianeta Terra", gli rispose il geografo. "Ha una
buona reputazione..."
E il
piccolo principe se ne ando' pensando al suo fiore.
XVI
l settimo
pianeta fu dunque la Terra.
La Terra
non e' un pianeta qualsiasi! Ci si contano cento e undici
re (non dimenticando, certo, i re negri!), settemila
geografi, novecentomila uomini d'affari, sette milioni e
mezzo di ubriaconi, trecentododici milioni di vanitosi,
cioe' due miliardi circa di adulti.
Per darvi
un'idea delle dimensioni della Terra, vi diro' che prima
dell'invenzione dell'elettricita' bisognava mantenere,
sull'insieme dei sei continenti, una vera armata di
quattrocentosessantaduemila e cinquecentoundici lampionai
per accendere i lampioni.
Visto un
po' da lontano faceva uno splendido effetto. I movimenti
di questa armata erano regolati come quelli di un balletto
d'opera.
Prima
c'era il turno di quelli che accendevano i lampioni della
Nuova Zelanda e dell'Australia. Dopo di che, questi,
avendo accesi i loro lampioni, se ne andavano a dormire.
Allora
entravano in scena quelli della Cina e della Siberia.
Poi
anch'essi se la battevano fra le quinte.
Allora
veniva il turno dei lampionai della Russia e delle Indie.
Poi di quelli dell'Africa e dell'Europa. Poi di quelli
dell'America del Sud e infine di quelli dell'America del
Nord.
E mai che
si sbagliassero nell'ordine di entrata in scena.
Era
grandioso.
L'immaginazione fantastica della
Terra descritta in questo capitolo, oggi lascia posto ad
una realta' che, a volte, non e' cosi'
"grandiosa". Ma e' nostro compito fare in
modo che il mondo in cui viviamo sia il piu' possibile
accogliente, pulito, onesto..
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Il Piccolo Principe
XVII
Capita a
volte, volendo fare dello spirito, di mentire un po'.
Non sono
stato molto onesto parlandovi degli uomini che accendono i
lampioni.
Rischio
di dare a quelli che non lo conoscono una falsa idea del
nostro pianeta.
Gli
uomini occupano molto poco posto sulla Terra.
Se i due
miliardi di abitanti che popolano la Terra stessero in
piedi e un po' serrati, come per un comizio, troverebbero
posto facilmente in una piazza di ventimila metri di
lunghezza per ventimila metri di larghezza.
Si
potrebbe ammucchiare l'umanita' su un qualsiasi isolotto
del Pacifico.
Naturalmente
i grandi non vi crederebbero.
Si
immaginano di occupare molto posto. Si vedono importanti
come dei baobab. Consigliategli allora di fare dei
calcoli, adorano le cifre e gli piacera' molto.
Ma non
perdete il vostro tempo con questo pensiero, e' inutile,
visto che avete fiducia in me.
Il
piccolo principe, arrivato sulla Terra, fu molto sorpreso
di non vedere nessuno. Aveva gia' paura di essersi
sbagliato di pianeta, quando un anello del colore della
luna si mosse nella sabbia.
"Buona
notte", disse il piccolo principe a buon conto.
"Buona
notte", disse il serpente.
"Su
quale pianeta sono sceso?" domando' il piccolo
principe.
"Sulla
Terra, in Africa", rispose il serpente.
"Ah!..
Ma non c'e' nessuno sulla Terra?"
"Qui
e' un deserto. Non c'e' nessuno nei deserti. La Terra e'
grande", disse il serpente.
Il
piccolo principe sedette su una pietra e alzo' gli occhi
verso il cielo:
"Mi
domando", disse, "se le stelle sono illuminate
perche' ognuno possa un giorno trovare la sua. Guarda il
mio pianeta, e' proprio sopra di noi... Ma come e'
lontano!"
"E'
bello", disse il serpente, "ma che cosa sei
venuto a fare qui?"
"Ho
avuto delle difficolta' con un fiore", disse il
piccolo principe.
"Ah!"
fece il serpente.
E
rimasero in silenzio.
"Dove
sono gli uomini?" riprese dopo un po' il piccolo
principe. "Si e' un po' soli nel deserto..."
"Si
e' soli anche con gli uomini", disse il serpente.
Il
piccolo principe lo guardo' a lungo.
"Sei
un buffo animale", gli disse alla fine, "sottile
come un dito!..."
"Ma
sono piu' potente di un dito di un re", disse il
serpente.
Il
piccolo principe sorrise:
"Non
mi sembri molto potente... non hai neppure delle zampe...
e non puoi neppure camminare..."
"Posso
trasportarti piu' lontano che un bastimento", disse
il serpente.
Si
arrotolo' attorno alla caviglia del piccolo principe come
un braccialetto d'oro:
"Colui
che tocco, lo restituisco alla terra da dove e' venuto. Ma
tu sei puro e vieni da una stella..."
Il
piccolo principe non rispose.
"Mi
fai pena, tu cosi' debole, su questa Terra di granito.
Potro' aiutarti un giorno se rimpiangerai troppo il tuo
pianeta. Posso..."
"Oh!
Ho capito benissimo", disse il piccolo principe,
"ma perche' parli sempre per enigmi?"
"Li
risolvo tutti", disse il serpente.
E
rimasero in silenzio.
"Si e' soli anche con gli
uomini" ...
XVIII
Il
piccolo principe traverso' il deserto e non incontro' che
un fiore.
Un fiore
a tre petali, un piccolo fiore da niente...
"Buon
giorno", disse il piccolo principe.
"Buon
giorno", disse il fiore.
"Dove
sono gli uomini?" domando' gentilmente il piccolo
principe.
Un giorno
il fiore aveva visto passare una carovana:
"Gli
uomini? Ne esistono, credo, sei o sette. Li ho visti molti
anni fa. Ma non si sa mai dove trovarli. Il vento li
spinge qual e la'. Non hanno radici, e questo li imbarazza
molto".
"Addio",
disse il piccolo principe.
"Addio",
disse il fiore.
... Oggi, il fatto che l'uomo non
abbia radici, ovvero che puo' non avere una fissa dimora,
potrebbe significare liberta', conquista, desiderio di
conoscenza..."
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Il Piccolo Principe
XIX
Il
piccolo principe fece l'ascensione di un'altra montagna.
Le sole
montagne che avesse mai visto, erano i tre vulcani che gli
arrivavano alle ginocchia. E adoperava il vulcano spento
come uno sgabello.
"Da
una montagna alta come questa", si disse percio',
"vedro' di un colpo tutto il pianeta e tutti gli
uomini..." Ma non vide altro che guglie di roccia ben
affilate.
"Buon
giorno", disse a caso.
"Buon
giorno... buon giorno... buon giorno..." rispose
l'eco.
"Chi
siete?" disse il piccolo principe.
"Chi
siete?... chi siete?... chi siete?..." rispose l'eco.
"Siate
miei amici, io sono solo", disse.
"Io
sono solo... io sono solo... io sono solo..." rispose
l'eco.
"Che
buffo pianeta", penso' allora, "e' tutto secco,
pieno di punte e tutto salato. E gli uomini mancano
d'immaginazione. Ripetono cio' che loro si dice... Da me
avevo un fiore e parlava sempre per primo...".
... Quale messaggio vorresti far
giungere con l'eco a tutti i bambini del mondo ?
XX
Ma
capito' che il piccolo principe avendo camminato a lungo
attraverso le sabbie, le rocce e le nevi, scoperse alla
fine una strada. E tutte le strade portavano verso gli
uomini.
"Buon
giorno", disse.
Era un
giardino fiorito di rose.
"Buon
giorno", dissero le rose.
Il
piccolo principe le guardo'.
Assomigliavano
tutte al suo fiore.
"Chi
siete?" domando' loro stupefatto il piccolo principe.
"Siamo
delle rose", dissero le rose.
"Ah!"
fece il piccolo principe.
E si
senti' molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato
che era il solo della sua specie in tutto l'universo. Ed
ecco che ce n'erano cinquemila, tutte simili, in un solo
giardino.
"Sarebbe
molto contrariato", si disse, "se vedesse
questo... Farebbe del gran tossire e fingerebbe di morire
per sfuggire al ridicolo. Ed io dovrei far mostra di
curarlo, perche' se no, per umiliarmi, si lascerebbe
veramente morire..."
E si
disse ancora: "Mi credevo ricco di un fiore unico al
mondo, e non possiedo che una qualsiasi rosa. Lei e i miei
tre vulcani che mi arrivano alle ginocchia, e di cui
l'uno, forse, e' spento per sempre, non fanno di me un
principe molto importante...".
E, seduto
nell'erba, piangeva.

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Il
Piccolo Principe
XXI
In quel
momento apparve la volpe.
"Buon
giorno", disse la volpe.
"Buon
giorno", rispose gentilmente il piccolo principe,
voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono
qui", disse la voce, "sotto al melo..."
"Chi
sei?" domando' il piccolo principe, "sei molto
carino..."
"Sono
una volpe", disse la volpe.
"Vieni
a giocare con me", le propose il piccolo principe,
sono cosi' triste..."
"Non
posso giocare con te", disse la volpe, "non sono
addomestica".
"Ah!
scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo
un momento di riflessione soggiunse:
"Che
cosa vuol dire <addomesticare>?"
"Non
sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che
cosa cerchi?"
"Cerco
gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che
cosa vuol dire <addomesticare>?"
"Gli
uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e
cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline.
E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No",
disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che
cosa vuol dire "<addomesticare>?"
"E'
una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei
legami>..."
"Creare
dei legami?"
"Certo",
disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che
un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho
bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono
per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi
addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu
sarai per me unico al mondo, e io saro' per te unica al
mondo".
"Comincio
a capire" disse il piccolo principe. "C'e' un
fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
"E'
possibile", disse la volpe. "Capita di tutto
sulla Terra..."
"Oh!
non e' sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe
sembro' perplessa:
"Su
un altro pianeta?"
"Si".
"Ci
sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo
mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non
c'e' niente di perfetto", sospiro' la volpe. Ma la
volpe ritorno' alla sua idea:
"La
mia vita e' monotona. Io do la caccia alle galline, e gli
uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si
assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi
annoio percio'. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita
sara' illuminata. Conoscero' un rumore di passi che sara'
diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno
nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara' uscire dalla
tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu' in
fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il
grano, per me e' inutile. I campi di grano non mi
ricordano nulla. E questo e' triste! Ma tu hai dei capelli
color dell'oro. Allora sara' meraviglioso quando mi avrai
addomesticato. Il grano, che e' dorato, mi fara' pensare a
te. E amero' il rumore del vento nel grano..."
La volpe
tacque e guardo' a lungo il piccolo principe:
"Per
favore... addomesticami", disse.
"Volentieri",
disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo,
pero'. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte
cose".
"Non
ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse
la volpe. "Gli uomini non hanno piu' tempo per
conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia' fatte.
Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non
hanno piu' amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che
cosa bisogna fare?" domando' il piccolo principe.
"Bisogna
essere molto pazienti", rispose la volpe. "In
principio tu ti sederai un po' lontano da me, cosi',
nell'erba. Io ti guardero' con la coda dell'occhio e tu
non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma
ogni giorno tu potrai sederti un po' piu' vicino..."
Il
piccolo principe ritorno' l'indomani.
"Sarebbe
stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la
volpe.
"Se
tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro,
dalle tre io comincero' ad essere felice. Col passare
dell'ora aumentera' la mia felicita'. Quando saranno le
quattro, incomincero' ad agitarmi e ad inquietarmi;
scopriro' il prezzo della felicita'! Ma se tu vieni non si
sa quando, io non sapro' mai a che ora prepararmi il
cuore... Ci vogliono i riti".
"Che
cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche
questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la
volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli
altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per
esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con
le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e' un giorno
meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i
cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si
assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Cosi' il
piccolo principe addomestico' la volpe.
E quando
l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!"
disse la volpe, "... piangero'".
"La
colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io,
non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti
addomesticassi..."
"E'
vero", disse la volpe.
"Ma
piangerai!" disse il piccolo principe.
"E'
certo", disse la volpe.
"Ma
allora che ci guadagni?"
"Ci
guadagno", disse la volpe, "il colore del
grano".
Poi
soggiunse:
"Va'
a rivedere le rose. Capirai che la tua e' unica al mondo.
Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero' un
segreto".
Il
piccolo principe se ne ando' a rivedere le rose.
"Voi
non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete
ancora niente", disse. "Nessuno vi ha
addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi
siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale
a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e'
per me unica al mondo".
E le rose
erano a disagio.
"Voi
siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non
si puo' morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante
crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei
sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che
ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la
campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col
paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i
due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho
ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta
tacere. Perche' e' la mia rosa".
E
ritorno' dalla volpe.
"Addio",
disse.
"Addio",
disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto
semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale e'
invisibile agli occhi".
"L'essenziale
e' invisibile agli occhi", ripete' il piccolo
principe, per ricordarselo.
"E'
il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto
la tua rosa cosi' importante".
"E'
il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurro'
il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli
uomini hanno dimenticato questa verita'. Ma tu non la devi
dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello
che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua
rosa..."
"Io
sono responsabile della mia rosa..." ripete' il
piccolo principe per ricordarselo.
"... Questo capitolo e' il
piu' lungo del libro ed il piu' importante. Qui emerge il
messaggio che vuole lanciare ai lettori: il valore
dell'amicizia. Per la volpe significa essere
addomesticata, per il piccolo principe vuol dire prendersi
cura della sua rosa, la rosa speciale. E per te?
In questo capitolo, inoltre, sono
scritti i passi piu' belli di tutto il libro: a te
trovarli..."
XXII
"Buon
giorno", disse il piccolo principe.
"Buon
giorno", disse il controllore.
"Che
cosa fai qui?" domando' il piccolo principe.
"Smisto
i viaggiatori a mazzi di mille", disse il
controllore. "Spedisco i treni che li trasportano , a
volte a destra, a volte a sinistra".
E un
rapido illuminato, rombando come il tuono, fece tremare la
cabina del controllore.
"Hanno
tutti fretta", disse il piccolo principe.
"Che
cosa cercano"
"Lo
stesso macchinista lo ignora", disse il controllore.
Un
secondo rapido illuminato sfreccio' nel senso opposto.
"Ritornano
di gia'?" domando' il piccolo principe.
"Non
sono gli stessi", disse il controllore. "E' uno
scambio".
"Non
erano contenti la' dove stavano?"
"Non
si e' mai contenti dove si sta", disse il
controllore.
E gli
rombo' il tuono di un terzo rapido illuminato.
"Inseguono
i primi viaggiatori?" domando' il piccolo principe.
"Non
inseguono nulla", disse il controllore.
"Dormono
la' dentro, o sbadigliano tutt'al piu'. Solamente i
bambini schiacciano il naso contro i vetri. Quelli si, che
sono fortunati", disse il controllore.
"... Il piccolo principe dice
<hanno tutti fretta>. Ha ragione, vero? La vediamo
tutti i giorni, attorno a noi, la fretta. "
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Il Piccolo Principe
XXIII
"Buon
giorno", disse il piccolo principe.
"Buon
giorno", disse il mercante.
Era un
mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete.
Se ne
inghiottiva una alla settimana e non si sentiva piu' il
bisogno di bere.
"Perche'
vendi questa roba?" disse il piccolo principe.
"E'
una grossa economia di tempo", disse il mercante.
"Gli
esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano
cinquantatre' minuti la settimana".
"E
che cosa se ne fa di questi cinquantatre' minuti?"
"Se
ne fa quel che si vuole..."
"Io",
disse il piccolo principe, "se avessi cinquantatre'
minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una
fontana..."
XXIV
Eravamo
all'ottavo giorno della mia panne nel deserti, e avevo
ascoltato la storia del mercante bevendo l'ultima goccia
della mia provvista d'acqua:
"Ah!"
dissi al piccolo principe, "sono molto graziosi i
tuoi ricordi, ma io non ho ancora riparato il mio
aeroplano, non ho piu' niente da bere e sarei felice
anch'io se potessi camminare adagio adagio verso una
fontana!"
"Il
mio amico la volpe, mi disse..."
"Caro
il mio ometto, non si tratta piu' volpe!"
"Perche'?"
"Perche'
moriremo di sete..."
Non capi'
il mio ragionamento e mi rispose:
"Fa
bene l'aver avuto un nemico, anche se poi si muore. Io, io
sono molto contento d'aver avuto un amico volpe..."
Non
misura il pericolo, mi dissi. Non ha mai ne' fame, ne'
sete. Gli basta un po' di sole...
Ma mi
guardo' e rispose al mio pensiero:
"Anch'io
ho sete... cerchiamo un pozzo..."
Ebbi un
gesto di stanchezza: e' assurdo cercare un pozzo, a caso,
nell'immensita' del deserto. Tuttavia ci mettemmo in
cammino.
Dopo aver
camminato per ore in silenzio, venne la notte, e le stelle
cominciarono ad accendersi. Le vedevo come in un sogno,
attraverso alla febbre che mi era venuta per la sete. Le
parole del piccolo principe danzavano nella mia memoria.
"Hai
sete anche tu?" gli domandai.
Ma non
rispose alla mia domanda. Mi disse semplicemente:
"Un
po' d'acqua puo' far bene anche al cuore..."
Non
compresi la sua risposta, ma stetti zitto... sapevo bene
che non bisognava interrogarlo.
Era
stanco. Si sedette. Mi sedetti accanto a lui.
E dopo un
silenzio disse ancora:
"Le
stelle sono belle per un fiore che non si vede..."
Risposi:
"Gia'", e guardai, senza parlare, le pieghe
della sabbia sotto la luna.
"Il
deserto e' bello", soggiunse.
Ed era
vero. Mi e' sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una
duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E
tuttavia qualche cosa risplende in silenzio...
"Cio'
che abbellisce il deserto", disse il piccolo
principe, "e' che nasconde un pozzo in qualche
luogo..."
Fui
sorpreso di capire d'un tratto quella misteriosa
irradiazione della sabbia. Quando ero piccolo abitavo in
una casa antica, e la leggenda raccontava che c'era un
tesoro nascosto.
Naturalmente
nessuno ha mai potuto scoprirlo, ne' forse l'hai mai
cercato. Eppure incantava tutta la casa. La mia casa
nascondeva un segreto nel fondo del suo cuore...
"Si",
dissi al piccolo principe, "che si tratti di una
casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro
bellezza e' invisibile".
"Sono
contento", disse il piccolo principe, "che tu
sia d'accordo con la mia volpe".
Incominciava
ad addormentarsi, io la presi tra le braccia e mi rimisi
in cammino. Ero commosso.
Mi
sembrava do portare un fragile tesoro.
Mi
sembrava pure che non ci fosse niente di piu' fragile
sulla Terra. Guardavo, alla luce della luna, quella fronte
pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli
che tremavano al vento, e mi dicevo:
"Questo
che io vedo non e' che la scorza. Il piu' importante e'
invisibile..."
E siccome
le sue labbra semiaperte abbozzavano un mezzo sorriso mi
disse ancora:
"Ecco
cio' che mi commuove di piu' di questo piccolo principe
addormentato: e' la sua fedelta' a un fiore, e' l'immagine
di una rosa che risplende in lui come la fiamma di una
lampada, anche quando dorme..."
E lo
pensavo ancora piu' fragile.
Bisogna
ben proteggere le lampade: un colpo di vento le puo'
spegnere...
E cosi'
camminando, scoprii il pozzo al levar del sole.
"... il piccolo principe
disse <Cio' che abbellisce il deserto e' che nasconde
un pozzo in qualche luogo...> E' come dire che in ogni
uomo, anche nel piu' cattivo, c'e' in fondo al cuore un
briciolo di bonta'... E' bello pensare sia cosi'... "
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Il
Piccolo Principe
XXV
"Gli
uomini", disse il piccolo principe, "si imbucano
nei rapidi, ma non sanno piu' che cosa cercano. Allora si
agitano, e girano intorno a se stessi..."
E
soggiunse:
"Non
vale la pena..."
Il pozzo
che avevamo raggiunto non assomigliava ai pozzi
sahariani".
I pozzi
sahariani sono dei semplici buchi scavati nella sabbia.
Questo assomiglia a un pozzo di villaggio. Ma non c'era
alcun villaggio intorno, e mi sembrava di sognare.
"E'
strano", dissi al piccolo principe, "e' tutto
pronto: la carrucola, il secchio e la corda..."
Rise,
tocco' la corda, fece funzionare la carrucola. E la
carrucola gemette come geme una vecchia banderuola dopo
che il vento ha dormito a lungo.
"Senti",
disse il piccolo principe, "noi svegliamo questo
pozzo e lui canta..."
Non
volevo che facesse uno sforzo.
"Lasciami
fare", gli dissi, "e' troppo pesante per
te".
Lentamente
issai il secchio fino all'orlo del pozzo. Lo misi bene in
equilibrio. Nelle mie orecchie perdurava il canto della
carrucola e nell'acqua che tremava ancora, vedevo tremare
il sole.
"Ho
sete di questa acqua", disse il piccolo principe,
"dammi da bere..."
E capii
quello che aveva cercato! Sollevai il secchio fino alle
sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come
una festa. Quest'acqua era ben altra cosa che un alimento.
Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della
carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al
cuore, come un dono. Quando ero piccolo, le luci
dell'albero di Natale, la musica della Messa di
mezzanotte, la dolcezza dei sorrisi, facevano risplendere
i doni di Natale che ricevevo.
"Da
te, gli uomini", disse il piccolo principe,
"coltivano cinquemila rose nello stesso
giardino..." e non trovano quello che
cercano..."
"Non
lo trovano", risposi.
"E
tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una
sola rosa o in un po' d'acqua..."
"Certo",
risposi.
E il
piccolo principe soggiunse:
"Ma
gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore".
Avevo
bevuto. Respiravo bene. La sabbia, al levar del sole, era
color del miele.
Ero
felice anche di questo color di miele. Perche' mi sentivo
invece angustiato?
"Devi
mantenere la tua promessa", mi disse dolcemente il
piccolo principe, che di nuovo si era seduto vicino a me.
"Quale
promessa?"
"Sai...
una museruola per la mia pecora... sono responsabile di
quel fiore!"
Tirai
fuori dalla tasca i miei schizzi. Il piccolo principe li
vide e disse ridendo:
"I
tuoi baobab assomigliano un po' a dei cavoli..."
"Oh!"
Io, che
ero cosi' fiero dei baobab!
"La
tua volpe... le sue orecchie... assomigliano un po' a
delle corna... e sono troppe lunghe!"
E rise
ancora.
"Sei
ingiusto, ometto, non sapevo disegnare altro che boa dal
di dentro e dal di fuori".
"Oh,
andra' bene", disse, "i bambini capiscono".
Disegnai
dunque una museruola. E avevo il cuore stretto
consegnandogliela:
"Hai
dei progetti che ignoro..."
Ma non mi
rispose. Mi disse:
"Sai,
la mia caduta sulla Terra ... sara' domani
l'anniversario..."
Poi, dopo
un silenzio, disse ancora:
"Ero
caduto qui vicino..."
Ed
arrossi'.
Di nuovo,
senza capire il perche', provai uno strano dispiacere.
Tuttavia una domanda mi venne alle labbra:
"Allora,
non e' per caso che il mattino in cui ti ho conosciuto, tu
passeggiavi tutto solo a mille miglia da qualsiasi regione
abitata! Ritornavi verso il punto della tua caduta?"
Il
piccolo principe arrossi' ancora.
E
aggiunsi, esitando:
"Per
l'anniversario, forse?"
Il
piccolo principe arrossi' di nuovo.
Non
rispondeva mai alle domande, ma quando si arrossisce vuol
dire "si", non e' vero?
"Ah!"
gli dissi, "ho paura..."
Ma mi
rispose:
"Ora
devi lavorare. Devi riandare dal tuo malore. Ti aspetto
qui. Ritorna domani sera..."
Ma non
ero rassicurato. Mi ricordavo della volpe.
Si
arrischia di piangere un poco se ci si e' lasciati
addomesticare...
... "Bellissimo il
passo che dice <Oh, andra' bene... i bambini
capiscono>. Mi piace tanto perche' mette in luce una
grande verita': i bambini capiscono perche' sono puri di
cuore"
XXVI
C'era a
fianco del pozzo un vecchio muro di pietra in rovina.
Quando
ritornai dal mio lavoro, l'indomani sera, vidi da lontano
il mio piccolo principe che era seduto la' sopra, le gambe
penzoloni. Lo udii che parlava.
"Non
te ne ricordi piu'?" diceva, "non e' proprio
qui!"
Un'altra
voce senza dubbio gli rispondeva, perche' egli replico':
"Si!
Si! E' proprio questo il giorno, ma non e' qui il
luogo..."
Continuai
il mio cammino verso il muro.
Non
vedevo, ne' udivo ancora l'altra persona. Tuttavia il
piccolo principe replico' di nuovo:
"...
Sicuro. Verrai dove incominciano le mie tracce nella
sabbia. Non hai che da attendermi la'. Ci saro' questa
notte".
Ero a
venti metri dal muro e non vedevo ancora nulla.
Il
piccolo principe disse ancora, dopo un silenzio:
"Hai
del buon veleno? Sei sicuro di non farmi soffrire troppo
tempo?"
Mi
arrestai, il cuore stretto, ma ancora non capivo.
"Ora
vattene," disse, "voglio ridiscendere. Allora
anch'io abbassai gli occhi ai piedi del muro e feci un
salto!
C'era la',
drizzato verso il piccolo principe, uno di quei serpenti
gialli che ti uccidono in trenta secondi. Pur frugando in
tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al
rumore che feci, il serpente si lascio' scivolare
dolcemente nella sabbia, come un getto d'acqua che muore,
e senza troppo affrettarsi si infilo' tra le pietre con un
leggero rumore metallico.
Arrivai
davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le
braccia il mio ometto, pallido come la neve.
"Che
cos'e' questa storia! Adesso parli coi serpenti!".
Avevo
disfatto la sua sciarpa d'oro.
Gli avevo
bagnato le tempie e l'avevo fatto bere. Ed ora non osavo
piu' domandargli niente.
Mi
guardo' gravemente e mi strinse le braccia al collo.
Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino
che muore, quando l'hanno colpito col fucile. Mi disse:
"Sono
contento che tu abbia trovato quello che mancava al tuo
motore. Puoi ritornare a casa tua..."
"Come
lo sai?"
Stavo
appunto per annunciargli che, insperatamente, ero riuscito
nel mio lavoro!
Non
rispose alla mia domanda, ma soggiunse:
"Anch'io,
oggi, ritorno a casa..."
Poi,
melanconicamente:
"E'
molto piu' lontano... e' molto piu' difficile..."
Sentivo
che stava succedendo qualche cosa di straordinario. Lo
stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi
sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza
che io potessi fare nulla per trattenerlo...
Aveva lo
sguardo serio, perduto lontano:
"Ho
la tua pecora. E ho la cassetta per la pecora. E ho la
museruola..."
E sorrise
con malinconia.
Attesi a
lungo. Sentivo che a poco a poco si riscaldava:
"Ometto
caro, hai avuto paura..."
Aveva
avuto sicuramente paura!
Ma rise
con dolcezza:
"Avro'
ben piu' paura questa sera..."
Mi sentii
gelare di nuovo per il sentimento dell'irreparabile. E
capii che non potevo sopportare l'idea di non sentire piu'
quel riso. Era per me come una fontana nel deserto.
"Ometto,
voglio ancora sentirti ridere..."
Ma mi
disse:
"Sara'
un anno questa notte. La mia stella sara' proprio sopra al
luogo dove sono caduto l'anno scorso..."
"Ometto,
non e' vero che e' un brutto sogno quella storia del
serpente, dell'appuntamento e della stella?..."
Ma non mi
rispose. Disse:
"Quello
che e' importante, non lo si vede..."
"Certo..."
"E'
come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in
una stella, e' dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte
le stelle sono fiorite".
"Certo..."
"E'
come per l'acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era
come una musica, c'era la carrucola e c'era la corda... ti
ricordi... era buona".
"Certo..."
"Guarderai
le stelle, la notte. E' troppo piccolo da me perche' ti
possa mostrare dove si trova la mia stella. E' meglio
cosi'. La mia stella sara' per te una delle stelle.
Allora, tutte le stelle, ti piacera' guardarle... Tutte,
saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un
regalo..."
Rise
ancora.
"Ah!
Ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!"
"E
sara' proprio questo il mio regalo... sara' come per
l'acqua..."
"Che
cosa vuoi dire?"
"Gli
uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli
uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per
altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono
dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d'affari
erano dell'oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu,
tu avrai delle stelle come nessuno ha..."
"Che
cosa vuoi dire?"
"Quando
tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abitero' in
una di esse, visto che io ridero' in una di esse, allora
sara' per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai,
tu solo, delle stelle che sanno ridere!"
E rise
ancora.
"E
quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai
contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico.
Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la
finestra, cosi', per il piacere... E i tuoi amici saranno
stupiti di vederti ridere guardando il cielo.
Allora tu
dirai: "Si, le stelle mi fanno sempre ridere!" e
ti crederanno pazzo.
"T'avro'
fatto un brutto scherzo..."
E rise
ancora.
"Sara'
come se t'avessi dato, invece delle stelle, mucchi di
sonagli che sanno ridere..."
E rise
ancora. Poi ridivenne serio.
"Questa
notte... sai, non venire".
"Non
ti lascero'".
"Sembrera'
che io mi senta male... sembrera' un po' che io muoia. E'
cosi'. Non venire a vedere, non vale la pena..."
"Non
ti lascero'".
Ma era
preoccupato.
"Ti
dico questo... Anche per il serpente. Non bisogna che ti
morda... I serpenti sono cattivi. Ti puo' mordere per il
piacere di..."
"Non
ti lascero'".
"Ma
qualcosa lo rassicuro':
"E'
vero che non hanno piu' veleno per il secondo
morso..."
Quella
notte non lo vidi mettersi in cammino.
Si era
dileguato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo
camminava deciso, con un passo rapido. Mi disse solamente:
"Ah!
Sei qui..."
E mi
prese per mano. Ma ancora si tormentava:
"Hai
avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrero' morto e non sara'
vero..."
Io stavo
zitto.
"Capisci?
E' troppo lontano. Non posso portare appresso il mio
corpo. E' troppo pesante".
Io stavo
zitto.
"Ma
sara' come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi
le vecchie scorze..."
Io stavo
zitto.
Si
scoraggio' un poco. Ma fece ancora uno sforzo:
"Sara'
bello, sai. Anch'io guardero' le stelle. Tutte le stelle
saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le
stelle mi verseranno da bere..."
Io stavo
zitto.
"Sara'
talmente divertente! Tu avrai cinquecento milioni di
sonagli, io avro' cinquecento milioni di fontane..."
E tacque
anche lui perche' piangeva.
"E'
la'. Lasciami fare un passo da solo".
Si
sedette perche' aveva paura.
E disse
ancora:
"Sai...
il mio fiore... ne sono responsabile! Ed e' talmente
debole e talmente ingenuo. Ha quattro spine da niente per
proteggermi dal mondo...".
Mi
sedetti anch'io perche' non potevo piu' stare in piedi.
Disse:
"Ecco... e' questo qui..."
Esito'
ancora un poco, poi si rialzo'. Fece un passo. Io non
potevo muovermi.
Non ci fu
che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia.
Rimase
immobile per un istante.
Non
grido'. Cadde dolcemente come cade un albero.
Non fece
neppure rumore sulla sabbia.
"... Sarai sempre il mio
amico..."
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Il
Piccolo Principe
XXVII
Ed ora,
certo, sono gia' passati sei anni.
Non ho
ancora mai raccontato questa storia.
Gli amici
che mi hanno rivisto erano molto contenti di rivedermi
vivo.
Ero
triste, ma dicevo: "E' la stanchezza..."
Ora mi
sono un po' consolato. Cioe'... non del tutto.
Ma so che
e' ritornato nel suo pianeta, perche' al levar del giorno,
non ho ritrovato il suo corpo.
Non era
un corpo molto pesante... E mi piace la notte ascoltare le
stelle.
Sono come
cinquecento milioni di sonagli...
Ma ecco
che accade una cosa straordinaria.
Alla
museruola disegnata per il piccolo principe, ho
dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio!
Non avra'
mail potuto mettere la museruola alla pecora. Allora mi
domando:
"Che
cosa sara' successo sul suo pianeta? Forse la pecora ha
mangiato il fiore..."
Tal altra
mi dico: "Certamente no! Il piccolo principe mette il
suo fiore tutte le notti sotto la sua campana di vetro, e
sorveglia bene la sua pecora..." Allora sono felice.
E tutte
le stelle ridono dolcemente.
Tal altra
ancora mi dico: "Una volta o l'altra si distrae e
questo basta!
Ha
dimenticato una sera la campana di vetro, oppure la pecora
e' uscita senza far rumore durante la notte..."
Allora i sonagli si cambiano tutti in lacrime!
E' tutto
un grande mistero!
Per voi
che pure volete bene al piccolo principe, come per me,
tutto cambia nell'universo se in qualche luogo, non si sa
dove, una pecora che non conosciamo ha, si o no, mangiato
una rosa.
Guardate
il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha
mangiato il fiore?
E vedrete
che tutto cambia...
Ma i
grandi non capiranno mai che questo abbia tanta
importanza.

fine
epilogo
Questo e'
per me il piu' bello e il piu' triste paesaggio del mondo.
E'
lo stesso paesaggio della pagina precedente, ma l'ho
disegnato un'altra volta perche' voi lo vediate bene.
E'
qui che il piccolo principe e' apparso sulla Terra e poi
e' sparito.
Guardate attentamente questo paesaggio per essere
sicuri di riconoscerlo se un giorno farete un viaggio in
Africa, nel deserto.
E
se vi capita di passare di la', vi supplico, non vi
affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle !
E
se allora un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i
capelli d'oro, se non risponde quando lo si interroga, voi
indovinerete certo chi e'.
Ebbene,
siate gentili !
Non
lasciatemi cosi' triste: scrivetemi subito che e'
ritornato...
Antoine
Marie Roger de Saint-Exupéry
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