Luigi
De Bellis

 


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Gabriele D'Annunzio



CANTO NOVO: Raccolta di poesie


La vicenda editoriale di Canto novo è estremamente complessa. La prima edizione, dedicata a « E.Z» (Elda Zucconi, primo amore di D'Annunzio), con un sonetto d'apertura, raccoglieva sessantatré liriche, tutte composte in metro-barbaro carducciano o in sonetti, divise in cinque libri e precedute da un «Preludio». Successivamente D'Annunzio decise di rimettere mano all'intero volume trasformandone radicalmente la struttura e l'impianto: il risultato portò alla edizione definitiva del 1896.
Il volume appariva decurtato di ben quarantatré componimenti. Con circa un terzo del materiale poetico della princeps variamente rimaneggiato, con l'aggiunta di qualche testo, l'espunzione di alcuni versi, la sostituzione di singole espressioni, il poema nuovo venne simmetricamente diviso in due sole parti (Canto del sole, dodici liriche, e Canto dell'ospite, dodici liriche), ma inframmezzato da tre componimenti tutti intitolati Offerta votiva e dedicati rispettivamente a Venere, a Pan e ad Apollo. Infine, nel 1929, il secondo volume dell'Edizione Nazionale raccolse il Canto novo della ne varietur (1896), con la data del 1881; il volume riuniva anche Intermezzo ed Elegie romane, come farà poi anche l'edizione dell'Oleandro (Roma) nel 1942. Soltanto con l'edizione del 1950 (Versi d'amore e di gloria, vol. I), si avranno di nuovo, in appendice, i componimenti dell'edizione sommarughiana del 1882.

Le due edizioni del Canto novo rendono duplice questo libro, anche se non mancano gli elementi di continuità o di contiguità. La prima edizione presenta un volume in cui si susseguono - quasi liberamente, senza nessuna costrizione "narrativa" - quadri, spunti, vedute, immagini di una sensualità lieve che nasce dal contatto diretto con la natura e da un'autobiografica scoperta del metamorfismo di cui la stessa natura è, al contempo, oggetto e soggetto. La novità poetica più rilevante sta tutta in questo tentativo di calare il protagonista del libro (D'Annunzio stesso) nello stupore infantile per la scoperta della sensualità che il contatto con la realtà naturale produce, come nel «Preludio»: «
Ignudo le membra agilissime a'l sole ed a l'acqua / liberamente, come un bianco cefalo / nuota, fiutando ne Paure lascivia di muschio / che da' salci a onde spargon le ceràmbici».

Tutta la natura sembra pervasa da brividi e da misteriosi presentimenti, da «susurri», «sospiri» e «palpiti», che se da una parte ripetono alcune tematiche della coeva prosa di Terra vergine, dall'altra anticipano le scelte ideologiche superomistiche di tanta parte delle Laudi, e specie del terzo libro, Alcyone. La concretezza realistica di certi paesaggi abruzzesi («
lungi, su 'l cielo chiaro, la sagoma / di Francavilla, netta, agilissima / tra 'l verde», oppure «Da l'argentina volta de' nugoli / obliqui sprazzi di sole illustrano / i culmini della Majella / i colli in cerchia gradanti a 'l mare»), o la presenza continua di elementi utili a richiamare la realtà autobiografica («A 'l mare, a 'l mare, Lalla, a 'l mio libero / tristo fragrante verde Adriatico») non bastano a dare patina di realismo a una poesia giocata sui termini di un rapporto solare, panico e vitalistico con la natura, che è anche, contemporaneamente, il luogo di misteriose trasmutazioni, di inafferrabili analogie con l'uomo ma, soprattutto, il luogo della traducibilità del reale in lingua poetica: «Vuoi tu ch'io minii la man diafana / cui trame d'esili vene ti rigano, / Lalla, di un madrigale / sovra il nitido avorio?/ [...] o che l'alcaica rompa da l'anima / con un anelito a 'l mare, ed agile / i tuoi sogni persegua / la strofe d'Asclepiade?».

Proprio in questa direzione avverrà la riscrittura dei Canto novo per l'edizione del '96: ovvero, D'Annunzio pensò di far cadere le parti che di quel «canzoniere» d'amore potevano ascriversi ancora a una sorta di facile descrittivismo autobiografico e ingenuamente realistico (cadono, per esempio, la dedica alla Zucconi e la presenza di lei sotto lo pseudonimo di Lalla, che viene sostituito da una più letteraria figura di «Ospite» o «Dèspota»), mentre, d'altro canto, pensò di dover approfondire l'aspetto più tipicamente letterario e ideologico del fatto poetico. La "forma" poetica acquista una rara capacità caleidoscopica e metapoetica: è D'Annunzio che nell'atto di poetare parla, con la sua stessa poesia, della propria poetica, quando addirittura non si rivolge a essa direttamente: «
Chiedon l'esametro lungo salente i fantasmi / che su dal core baldi mi fioriscono, / e l'onda armonica al breve pentametro spira / in un pispiglio languido di dattili»; o «Ma ancora ancor mi tentan le spire volubili tue, / o alata strofe, coppia di serpentelli alati». In tal modo i libri, e la cultura accademica che essi rappresentano, gettati via in apertura di poema («Addio, di libri varie lunghissime / coorti!»), vengono successivamente recuperati non attraverso un canto a essi dedicato, ma attraverso una rivisitazione poetica della storia che in essi è raccolta: la dimensione colta della poesia dannunziana si condensa tutta in quel grande excursus di forme poetiche che attraversano, non troppo nascostamente, l'intero libro. Così, l'edizione del '96 («definitiva» la chiama D'Annunzio) registra il potenziamento di alcune tematiche "forti" (nel senso della tenuta che esse hanno avuto nel futuro della poesia dannunziana) e tutte orientate alla celebrazione di una sensualità panica, viatico di un contatto ingenuo e vergine con la natura, dove si scopre che l'uomo può completarsi in essa e con essa attraverso il mito (e il rito) metamorfico; la raccolta testimonia inoltre l'acquisizione ormai scaltrita di una sapienza di scrittura e di composizione che è già anticipatrice della più grande stagione delle Laudi.

La duplicità delle edizioni (e, con essa, la duplicità di consistenza poetica del Canto novo) ha tratto in inganno i critici fin dal suo primo apparire nel 1882, tanto da far immaginare un D'Annunzio alle prese con un vero e proprio impressionismo poetico e tutto teso a «rendere una data marina, in una data ora, in una data stagione, con tutte le minute particolarità che le imprimono un carattere e le danno un'espressione, un significato, stavo quasi per dire un'individualità vivente e sensiente» (Luigi Capuana). In realtà, a uno studio più attento, si scopre che il Canto novo contiene in sé proprio l'ambiguità dell'arte dannunziana, impiegata a discernere l'ombra simbolica di mistero che nella realtà si cela.

 

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