Luigi
De Bellis

 


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Gabriele D'Annunzio



NOTTURNO: Prose di memoria


Le prose memoriali di Notturno nascerebbero, secondo una leggenda voluta e alimentata dallo stesso D'Annunzio, in margine a un incidente aereo avvenuto durante la prima guerra mondiale, nel febbraio del 1916, che lo costrinse all'immobilità e alla parziale cecità. Ma a un «Notturno» non meglio definito lo scrittore pensò già nel settembre del 1915, e al dicembre di quell'anno risalgono le tracce della prima elaborazione del libro. Bozze di stampa furono approntate nel 1916, ma D'Annunzio non ne autorizzò la stampa definitiva. Destinato poi a una pubblicazione nel 1917, il Notturno non vedrà la luce (se non per prove, pagine sparse, frontespizi) prima della sua definitiva sistemazione strutturale, databile ai primi giorni del novembre 1921.

La materia "narrativa" del volume è strutturalmente disposta in tre grandi sezioni o capitoli, chiamati dall'autore «Offerte», a cui si aggiunge una «Annotazione» finale utile a chiarire le modalità già "leggendarie" della storia compositiva del libro. La «Prima Offerta» è tutta lavorata intorno alle sensazioni, alle emozioni e ai ricordi che si presentano all'autore che giace convalescente e privato dell'occhio destro. Dunque, la "storia" rappresentata in questa prima parte del libro sembra essere interamente dedicata alla scrittura come strumento sensoriale che va a sostituire la vista: salvo scoprire che quello strumento diviene una vista esso stesso, una vista profonda che permette di "vedere" al di là dell'oscurità fisica e coinvolge la realtà effettuale, la realtà psichica, la realtà della storia e della memoria. Anzi, quello scrivere nella materiale e fisica oscurità diviene presto una necessità vitale, nel senso più proprio di esigenza di una vita destinata a rimanere in potenza se non la soccorresse l'atto dello scrivere: «quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi subito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d'ingannare il medico severo senza trasgredire i suoi comandamenti». In tal modo, il tema della cecità consente a D'Annunzio, novello Tiresia, di sviluppare il tema della visione interiore, che è essenzialmente visione del proprio passato, ovvero visione-memoria: «Chi ha rappresentato i ciechi come veggenti volti verso il futuro? come rivelatori dell'avvenire?». Ed è solo in questo modo che, sempre nella «Prima Offerta», il presente apre al passato (ancora una volta, nel "romanzo" dannunziano è il gioco presente/passato, realtà/memoria involontaria a far scattare, e questa volta in modo evidentissimo, il meccanismo "narrativo"). Il diario dei giorni della morte del suo compagno di voli Giuseppe Miraglia (20-26 dicembre), che è la parte più narrativa dell'intera sezione, si trasforma in una libera attività memorativa che scavalca la realtà, la stessa morte, per divenire quello che più autenticamente è: scrittura di sé.

La «Seconda Offerta», che continua il tema della morte, racconta dei compagni d'arme caduti in volo, delle operazioni di guerra condotte per mare, delle avventure belliche sul Carso. Ma tutto questo è visto con gli occhi del cieco «veggente», con lo sguardo acuto e spietato della memoria. Si può dire che il tema dominante della «Seconda Offerta» sia proprio quello dell'occhio. D'Annunzio, di nuovo, «vede» la morte di un altro «compagno d'arme», Alfredo Barbieri. E, naturalmente, è ancora l'occhio interiore il solo a essere in grado di aggregare passato, presente e futuro, vita e morte, realtà e sogno: «Rivivo la mia morte; ripatisco la prova della mia morte. La realtà squarcia il mio sogno; il mio sogno taglia la realtà. Dietro la canna dell'arme avversaria, che mi manda la prima raffica, distinguo il bianco atroce dell'occhio». Nel mezzo di questa «Seconda Offerta» (e, dunque, con maggiore evidenza, nel mezzo dell'intero libro), a fare da ulteriore spartiacque, sta la rievocazione della musica di Aleksander Skrijabin.

Anche nella «Terza Offerta» l'occhio interiore dell'«orbo veggente», che è ormai D'Annunzio, ritrova, rivede e rivive il mito della guerra, i luoghi che di quella guerra sono stati il palcoscenico, i suoni e le immagini di una storia che lo ha accomunato all'esperienza di altri uomini. Ancora una volta, nel celebrare la morte di un compagno di guerra, D'Annunzio "vede" il cadavere: nella bara, Luigi Bresciani «come Giuseppe Miraglia, come me, ha l'occhio destro ferito». Ora i fatti assumono la valenza e la pregnanza della visione, del sogno notturno, dell'immaginazione ossessiva. E la scrittura, inseguendo come sempre le associazioni involontarie di realtà e memoria, di vita e di sogno, diviene anch'essa ossessiva, piena di ripetizioni, di ritorni e richiami; anche i giri della frase diventano isometrici, identici nel loro assommarsi e addossarsi gli uni agli altri, secondando uno schema di paratassi che è la cifra stilistica dominante non solo nel Notturno ma in tutte le pagine "notturne" di D'Annunzio. Ogni ossessione, ogni immaginazione, ogni visione dovrebbe cessare con la guarigione simbolicamente attesa con la Pasqua. Ma, con il ritorno della vista fisica, si spegnerebbe la vista interiore, e le luminose visioni dell'«orbo veggente» verrebbero riassorbite dalla realtà ormai obbligatoriamente visibile. É per questo che, alla fine, un solo occhio rimarrà leso per sempre (quasi a preservare la possibilità di ulteriori «visioni» notturne): «Alzo l'orlo della benda che copre l'occhio leso, apro la palpebra. // L'ombra ostinata è là, senza mutamento. Il buon presagio è vano».
L'«Annotazione», che chiude il libro, funge un poco da riepilogo e da commento all'avventura "antelucana" di D'Annunzio e della Sirenetta (la figlia Renata, che lo avrebbe assistito nelle operazioni di scrittura).

Il Notturno, al momento della sua comparsa editoriale, fu salutato da molti come il segnale certo dell'avvento di una nuova stagione di scrittura - e di stile, dunque -, da opporre alla precedente, in un'ideale biografia letteraria dell'autore. Ma la distinzione netta e marcata tra un D'Annunzio "solare" e uno, successivo, "notturno" non fu immediatamente abbracciata da tutti, anzi molti - fra i più acuti critici dell'epoca - si dissociarono da una visione così semplicistica: «se D'Annunzio sarà degno di sopravvivere, sopravviverà come D'Annunzio, non come poeta di questo poema o romanziere di quel romanzo» (Emilio Cecchi). Benedetto Croce, in più, credette di poter negare un rinnovamento dello scrittore, affermando con certezza che D'Annunzio «non ha avuto quel che si dice evoluzione o progresso, ma un mutare apparente e un persistere reale». Oggi, usciti da rigidi schematismi di giudizio e con l'incremento delle acquisizioni filologiche, si è giunti a equilibrare le due posizioni: il Notturno si può ritenere sia stato più «una sorta di esemplificazione dell'autenticità [della] poetica vociana e postvociana che una vera e propria fase diversa dell'opera dannunziana, che segni un confine nettissimo fra il D'Annunzio alcionio e sensuale e vitalistico e il D'Annunzio esploratore d'ombra» (Giorgio Bárberi Squarotti).

Le traduzioni di Notturno, non sempre immediate, sono state poche ma attentamente curate: tra le più significative va menzionata quella francese.

L'opera, negli ultimi anni, è stata anche oggetto di una riduzione teatrale per la regia di Massimo Luconi e l'interpretazìone principale di Franco Di Francescantonio (D'Annunzio); la prima teatrale è stata realizzata al Teatro del Vittoriale degli Italiani nel 1988.

 

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