CRITICA LETTERARIA: PETRARCA

 

Luigi De Bellis

 
 
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L'elegia politica del Petrarca
di A. MOMIGLIANO



Il Momigliano, esaminando le due celebri canzoni politiche Italia mia e Spirto gentil, osserva. come esse abbiano origine dallo stesso stato d'animo malinconico elegiaco, deluso, da cui nasce la lirica amorosa. Esemplificando con la lettura analitica della canzone Italia mia, il critico indica ancbe in concreto quelle affinità di stile che ribadiscono la sostanziale unità del discorso poetico del Petrarca.

La poesia patriottica del Petrarca nasce da uno stato d'animo simile a quello della poesia amorosa e da un atteggiamento della

fantasia uguale a quello della poesia amorosa: perciò essa, almeno nelle due canzoni maggiori, fa tanta impressione sul lettore.

In queste due canzoni si ritrovano i sentimenti dominanti del Petrarca: la molle e tenera vena di affetto; la malinconia che colora di sé tutta la storia del suo amore; e quel pensiero della vanità e fugacità terrena che dalle rime in vita alle rime in morte di Laura, alla canzone alla Vergine, affatica sempre più l'animo del Petrarca. E ci si ritrova quel suo stile alto, quel suo sentire raccolto, senza il quale la storia particolare del suo amore non sarebbe diventata così universale; e, se anche in misura minore che nei sonetti più belli, quella morbida capacità sintetica, quella musicale potenza suggestiva che fanno di lui, nella lirica, un poeta superiore a Dante.

Derivano da quella vena affettuose espressioni come «I', che di e notte del suo strazio piango», in cui sembra di sentire l'eco dei notturni pianti dell'innamorato di Laura, e la gioia di Fabrizio alla notizia della risurrezione di Roma (vv. 40-42), e la passione dolce e senza violenza, che nella canzone «Spirto gentil» è sparsa qua e là e non si lascia isolare, e nell'altra è diffusa dovunque, e infusa cosí chiaramente da costituire la nota dominante. La ragione della straordinaria celebrità della canzone all'Italia e del fascino che essa ha esercitato sulla fantasia di tanti poeti dal 500 all'800, è in quella commozione, in quel palpito di affetto, in quella voce suadente che di, rado si arrotonda in eloquenza, e per lo piú si leva ad un ammonimento pieno di carità e di solennità o si ammorbidisce quasi fino alle lagrime. Questa nota comincia subito nell'invocazione iniziale; continua nella rappresentazione dell'Italia, adombrata qua e là con l'ammirazione e l'affetto che si hanno per una persona cara («le piaghe mortali / che nel bel corpo tuo sí spesse veggio», il «tuo diletto almo paese», «le belle contrade», «i nostri dolci campi»), e con le parole semplici e scarne che nascono dai sentimenti profondi; culmina in quella definizione domestica della patria («Non è questo 'l terren...») che fa una cosa sola della nostra vita e della terra su cui la trascorriamo.

Ma qui c'è qualche cosa di diverso dalla poesia del resto del Canzoniere. Lo stile è nobile come sempre: e l'ultimo periodo («Non è questa la patria in ch'io mi fido, / madre benigna e pia, /che copre l'un e l'altro mio parente?») ha quell'andamento grave, quel tono contemplativo che è costante in tutto il Canzoniere e che solleva in un'alta sfera anche i motivi più umili. Tuttavia il sentimento del Canzoniere non è mai sceso cosí vicino al suo oggetto come qui. Laura è sempre distante; e il poeta stesso che la canta, con malinconia o con trasporto o con disperazione, ha sempre intorno a sé tanta solitudine e tanto silenzio, che il lettore lo sente alto e lontano. Questo è il solo punto del Canzoniere in cui si stabilisca fra il poeta e il lettore una comunanza di affetti, perché qui il poeta che parla, non è l'uomo che s'è creato un suo mondo aristocratico e romito, ma il fanciullo. Al tocco delle sue parole, in cui vibrano brevemente e profondamente i ricordi dei suoi primi anni, si ridesta nel lettore il mondo dei suoi primi affetti; e il lettore rivede nel Petrarca che cresce al sentimento della patria, la propria vita che si forma, e insieme con essa, inseparabile da essa, la terra da cui essa ha preso significato e colore.

Ma prima e dopo quest 'espressione del senso della patria quale si è formato nel Petrarca giorno per giorno, via via che la sua vita si apriva e i suoi sentimenti si moltiplicavano e si radicavano, prima e dopo il tono è di nuovo più alto e più distante: quello stesso del poeta che, contemplando dentro di sé l'immagine di Laura, spera e dispera. La canzone è tutta piena d'una calda, ma insieme grave e dignitosa speranza: come le rime per Laura, in cui c'è tanto sentimento, ma insieme tanta consapevolezza di questo sentimento, e un freno morbido ma fermo impedisce al sentimento di avvilirsi a sfogo, e fa del sentimento un oggetto di serena contemplazione. Per un momento questa speranza nel risorgere dell'Italia si fa palpito: subito dopo la rievocazione del «terren ch'i' toccai pria», del «nido, / ove nudrito fui si dolcemente»; e un'impazienza eroica, un impeto inusitato risuona per la strofe: «Vertú contra furore / prenderà Tarme...». È questo il solo punto della canzone in cui il Petrarca confina con Dante o con il Leopardi di «qua l'armi», e l'esortazione cede quasi all'azione. Ma tutto il resto si svolge in una sfera di alta e religiosa malinconia.

Ho detto altrove che la disperazione politica è un sentimento che muore con Dante e risorge solo con l'Alfieri; e che per il Petrarca la politica non è più un argomento vitale come per Dante: nel senso che Dante lo possiamo rappresentare come poeta politico, e non lo diminuiamo troppo, tanta è la latitudine che ha in lui questo sentimento; e il Petrarca no. Il Petrarca rimane un elegiaco, un contemplativo, un solitario anche quando fa poesia politica.

Qui appunto tocchiamo l'affinità più profonda tra le sue rime amorose e le sue rime politiche. Un'aria di solitudine circonda non solo il poeta innamorato ma anche lo «spirto gentil» della famosa canzone, e l'Italia su cui egli invoca la pietà dei Signori. Il paesaggio, lo sfondo delle due canzoni ha un'indefinibile ma sicura affinità con quello della canzone «Di pensier in pensier, di monte in monte» e del sonetto «Solo e pensoso i piú deserti campi». Il discorso non è rivolto ad una folla, ma a Signori che l'immaginazione del Petrarca riduce silenziosi e raccolti: e ad uno spirito d'eccezione e solitario. Come il paesaggio delle tragedie dell'Alfieri risponde segretamente a quello della Vita, cosí quello delle due canzoni politiche del Petrarca risponde a quello delle rime autobiografiche. L'Italia abbandonata che egli descrive, sembra, nonostante le «pellegrine spade», non campo di rumorose battaglie, ma contrada solinga. Su tutta la canzone getta la sua ombra augusta e romita quella figura piagata dell'inizio, sulla quale il Petrarca sospira meditabondo come sopra l'immagine di Laura lontana. E questo senso di silenzio, di solitudine, di raccoglimento e di rimpianto, ben più che d'azione, si salda alla fine con quella strofe sovrana, dove l'Italia - patria terrena - scompare dinanzi al pensiero della sconfinata patria celeste. L'impressione ultima che rimane nel lettore, è, piuttosto che patriottica, religiosa: un po' come sarà poi nelle poesie politiche del Manzoni. Un senso di rinunzia, di pace malinconica sale da questa canzone politica, come non sarebbe salito mai da una pagina politica di Dante, tanto più sicuramente religioso del Petrarca e insieme tanto più violentemente attaccato alle vicende della terra.

Notate come si vanno via via incupendo i primi tre versi di quella strofe: dal tono contemplativo e come stupito del primo («Signor, mirate come 'l tempo vola»), al tono di rimpianto della frase che segue («E sì come la vita / fugge»), al tono sgomento della chiusa del periodo («E la morte n'è sovra le spalle»): è lo stesso crescendo angoscioso dell'inizio d'un famoso sonetto: «La vita fugge, e non, s'arresta un'ora, / e la morte vien dietro a gran giornate». Anche i tre versi della canzone sembrano tre ripetizioni, e sono invece la somma dei sentimenti che prova chi pensa a questa ombra d'un sogno fuggente che è la vita: uno stupore che finisce in un senso di sgomento. Poi il motivo si ripete con un accento più reciso e più drammatico: «Voi siete or qui: pensate a la partita»; e si precisa e si ferma, sul significato ultimo della vita: «Ché l'alma ignuda e sola / conven ch'arrive a quel dubbioso calle» . Donde quell'esortazione cosí profonda e cosí pacata, che sembra la parola d'un santo venerando: «Al passar questa valle, / piacciavi porre giù l'odio e lo sdegno, / venti contrari a la vita serena; / e quel che 'n altrui pena / tempo si spende, in qualche atto più degno / o di mano o d'ingegno, / in qualche bella lode, / in qualche onesto studio si converta»; e quella chiusa («Cosí qua giù si gode, / e la strada del ciel si trova aperta»), che addita nella vita egregia il preludio del paradiso. Io penso al medio evo che ci viene innanzi in città come la vostra Arezzo, alle chiese nude e solenni del medio evo, ai suoi conventi solitari, ai suoi libri sacri miniati, sui quali, più che Dante - battagliero o rapito nella gloria dei cieli - vedo il Petrarca chino e malinconico.

E se partendo da questa strofe ripercorro tutta la canzone e ascolto il tono riposato e pensoso di tanti versi, quest'impressione mi si rivela veramente come fondamentale: dall'invocazione al Rettor del cielo, al sospiro «Vedi, Segnor cortese, / di che lievi cagion che crudel guerra», al rimpianto delle guerre oppressive e fratricide chiuso con quel tono mansueto e come distante «Io parlo per ver dire, / non per odio d'altrui né per disprezzo. / Di voi pensate...», all'invocazione «E con pietà guardate / le lagrime del popol doloroso, / che sol da voi riposo, / dopo Dio, spera»: dove è da notare non solo quella parentesi «dopo Dio», a cui Dante in un momento di esortazione politica non avrebbe pensato, ma anche e sopra tutto quel suono molle e stanco che dice tanto bene come la politica del Petrarca s'imbeva della sua malinconia d'uomo, come anche nella poesia politica, nonostante le apparenze, si riveli quel dolce e prepotente egocentrismo per il quale, di qualunque cosa parli, qualunque corda tocchi, il Petrarca si confessa o si tradisce.

E proprio questa melodia malinconica, questo abbandonato senso di delusione, questa dolce passività che, anche in contrasto con i motivi logici che vi sono svolti, fa della canzone « Italia mia » una .lirica cosi affine a quelle amorose.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it