CRITICA LETTERARIA: PETRARCA

 

Luigi De Bellis

 
 
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Giudizi e testimonianze attraverso i secoli

La poesia di Laura

Il dissidio interiore del Petrarca

Come il Petrarca compose il "Canzoniere"

L' "io" lirico del Petrarca

La poesia del Petrarca: tempo e memoria

L'elegia politica del Petrarca

La novità dei "Trionfi"

Il Petrarca latino

Il Petrarca umanista






 


Giudizi e testimonianze attraverso i secoli



Con il Bembo la poesia del Petrarca viene consacrata nella sua qualità di modello della perfetta poesia lirica: l'enorme diffusione del petrarchismo determina allora la reazione di un Bruno, in,nome della superiorità della filosofia, o quella di un Tassoni, dettata dal nuovo gusto barocco. Ritorna un più equilibrato giudizio positivo con il razionalismo del Muratori, mentre in misura diversa il Foscolo e il Leopardi testimoniano l'adesione romantica alla raffinata tecnica poetica e alla complessa psicologia del Canzoniere.

1.

Due parti sono quelle che fanno bella ogni scrittura, la gravità e là piacevolezza... Il Petrarca l'una e l'altra di queste parti empié maravigliosamente, in maniera che scegliere non si può, in quale delle due egli fosse maggior maestro.

PIETRO BEMBO

2.

Ecco vergato in carte, rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi ed intonato a gli orecchi un rumore, un strepito, un fracasso d'insegne, d'imprese, de motti, d'epistole, de sonetti, d'epigrammi, de libri, de prolissi scartafazzi, de sudori estremi, de vite consumate, con strida ch'assordiscon gli astri, lamenti che fanno ribombar gli antri infernali, doglie che fanno stupefar l'anime viventi, suspiri da far exinanire e compatir gli dei, per quegli occhi, per quelle guance, per quel busto, per quel bianco, per quel vermiglio, per quella lingua, per quel dente, per quel labro, quel crine, quella veste, quel manto, quel guanto, quella scarpetta, quella pianella, quella parsimonia, quel risetto, quel sdegnosetto, quella vedova fenestra, quell'eclissato sole, quel martello, quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quella febre quartana, quella estrema ingiuria e torto di natura, che con una superficie, un'ombra, un fantasma, un sogno, un Circeo incantesimo ordinato al servigio della generazione, ne inganna in specie di bellezza. La quale insieme insieme viene e passa, nasce e muore, fiorisce e marcisce. Per mia fede, se io voglio adattarmi a defendere per nobile l'ingegno di quel tosco poeta, che si mostrò tanto spasimare alle rive di Sorga per una di Valclusa, e non voglio dire che sia stato un pazzo da catene, donarommi a credere, e forzarommi di persuader ad altri, che lui per non aver ingegno atto a cose megliori, volse studiosamente nodrir quella melancolia, per celebrar il proprio ingegno su quella matassa, con esplicar gli affetti d'un ostinato amor volgare, animale e bestiale.

GIORDANO BRUNO

3.

Odio per certo, né mal talento contro il Petrarca, re de' melici, non m'ha mosso; ma una stitichezza (per cosí dire) d'una mano di zucche secche, che non voglion che sia lecito dir cosa non detta da lui, né diversamente da quello ch'egli la disse; né che pur fra tante sue rime alcuna ve n'abbia che si possa dir meglio. Come se gli umani ingegni, in cambio di andar perfezionando e loro stessi e le cose trovate, ogni dì più s'annebbiassero; e fosse da seguitare la sacciutezza di certi barbassori, che, auggiundo gli usi moderni, vestono tuttavia colle berrette a taglieri e le falde del saio fino al ginocchio. Io come dall'una parte non ho lasciato di notar tutto quello che da non imitar m'è paruto, cosí dall'altra . a tutti i luoghi oscuri o male intesi ho procurato di .dar lume, e liberar sopra tutto l'Autore da varie opposizioni e calunnie di scrittori diversi, tra le quali questa è la prima: ch'egli rubasse molte invenzioni e concetti ad altri poeti Toscani e Provenzali, ch'erano stati prima di lui.

ALESSANDRO TASSONI

4.

L'arte di Laura era di raffrenare «col ciglio», cioè a dire con gli sguardi, ora lieti ed ora turbati, lo sfrenato desio del poeta. E l'effetto di questa arte era ch'egli ne divenia virtuoso. L'arte del Petrarca era di operar con la «lingua», cioè di cantare le bellezze di Laura; e l'effetto era che Laura ne diveniva gloriosa. Tutto questo artifizio è pellegrino; tutti questi pensieri magnifici ed ameni; e tutto in somma il componimento sicuramente degno di somma lode.

                    Padre del Ciel, dopo i perduti giorni, 
                         dopo le notti vaneggiando spese, 
                         con quel fero desio, ch'al cor s'accese, 
                         mirando gli atti per mio mal sí adorni,
                         piacciati homai co 'l tuo lume ch'io torni 
                         ad altra vita et a piú belle imprese; 
                         sí c'havendo le reti indarno tese 
                         il mio duro adversario se ne scorni.
                         Hor volge Signor mio l'undecim'anno, 
                         ch'i' fui. sommesso al dispietato giogo, 
                         che sopra i piú soggetti è piú feroce.
                         Miserere del mio non degno affanno: 
                         redúci i pensier vaghi a miglior luogo: 
                         rammenta lor com'hoggi fusti in croce.


Non vivacità d'immagini, non pensieri acuti o in maniera acuta esposti, non sentimenti in somma che feriscano l'intelletto o la fantasia, per quanto io m'avviso, sapran qui trovare i lettori. E pure, ciò non ostante, questo è sonetto tale che quando si voglia annoverarlo anche tra i più belli del Petrarca, io per me punto non contraddirò. Ci è dentro il maestro senza che tosto appaia. Cercaci pur dei difetti, non saprai trovarli. Poscia osserva come è ben tirato, come non c'è senso che non sia felicemente espresso e che non sia grave; come non rima, non parola che naturalmente ed utilmente non convenga all'intento del suggetto. Son poetiche le frasi; non ardite, né luminose molto, ma gravi e quali si richiedono per esprimere la verità del divoto affetto e non per fare pompa d'ingegno. Fra l'altre immagini a me sembra ben nobile quella

                       sí c'havendo le reti indarno tese 
                             il mio duro adversario se ne scorni.


Aggiungo di più che laddove i componimenti di coloro i quali a caso o senza ingegno e `senza fantasia fanno. versi, possono parere al primo aspetto bellissime dipinture e poscia, quanto più a parte per parte si vanno osservando, tanto più va smontando la loro bellezza, questo sonetto all'incontro, quanto più s'andrà considerando, tanto più bello comparirà agli occhi delle persone intendenti.

LUDOVICO ANTONIO MURATORI

5.

Il Petrarca ne mostra ogni cosa pel mezzo di una predominante passione, ne abitua a cedere a quelle propensioni che, tenendo il cuore in perpetua inquietudine, fiaccano il vigore dell'intelletto, ne seduce a morbide condiscendenza, alla sensualità, e ne ritrae dalla vita attiva.

UGO FOSCOLO

6.

Quell'affetto nella lirica che cagiona l'eloquenza, e abbagliando meno persuade e muove più, e più dolcemente massime nel tenero, non si trova in nessun lirico, né antico né moderno se non nel Petrarca, almeno in quel grado: e Orazio quantunque forse sia superiore nelle immagini e nelle sentenze, in questo affetto ed eloquenza e copia non può pur venire al paragone col Petrarca: il cui stile ha in oltre (io non parlo qui solo delle canzoni amorose, ma anche singolarmente e nominatamente delle tre liriche: O aspettata in ciel beata e bella, Spirto gentil che quelle membra reggi, Italia mia ecc.) una semplicità e candidezza, sua propria, che però si piega e si accomoda mirabilmente alla nobiltà e magnificenza del dire...

GIACOMO LEOPARDI

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