Luigi
De Bellis

 


 HOME PAGE 
  
Opere riportate:

     
 

Ciascuno a suo modo

 
 

Come tu mi vuoi

 
 

Così è (se vi pare)

 
 

Enrico IV

 
  I giganti della montagna  
  I vecchi e i giovani  
  Il berretto a sonagli  
  Il fu Mattia Pascal  
  Il giuoco delle parti  
  L'esclusa  
  Liolà  
  L'umorismo  
  Novelle per un anno  
  Pensaci, Giacomino!  
  Quaderni di Beniamino Gubbio, operatore  
  Questa sera si recita a soggetto  
  Sei personaggi in cerca d'autore  
  Uno, nessuno e centomila  

 





Luigi Pirandello



COME TU MI VUOI: Dramma in tre atti


Pirandello compose Come tu mi vuoi tra il luglio e il novembre 1929 durante il volontario esilio berlinese, destinandolo e dedicandolo a Marta Abba. Egli enucleò l'opera da I giganti della montagna, al cui interno l'aveva ideata (lì sostituendola, poi, con La favola del figlio cambiato). Lo spunto è chiaramente connesso al caso giudiziario Bruneri-Canella (o dello "smemorato di Collegno" ), che ebbe grande rilievo di cronaca e appassionò l'opinione pubblica in quegli anni.

La prima rappresentazione andò in scena al Teatro dei Filodrammatici di Milano, il 18 febbraio 1930, con la Compagnia di Marta Abba. A stampa comparve, in prima edizione, nel volume XXVIII della seconda raccolta delle Maschere nude e nel volume IV della terza raccolta.

Il primo atto è ambientato in casa dello scrittore Carl Salter, a Berlino e inizia con il ritorno di Elma (in compagnia di alcuni ammiratori ubriachi e del fotografo Boffi) dal locale notturno dove lei si esibisce come ballerina. La donna, maschera di moderna femme fatale, amante di Salter e occasionalmente anche della figlia di lui, irride il Boffi, un italiano che crede d'aver riconosciuto in lei la signora Lucia, moglie del suo amico Bruno Pieri, scomparsa da oltre dieci anni, dopo essere stata violentata dai soldati che avevano occupato la sua villa durante l'invasione austriaca del Friuli. Boffi vorrebbe convincerla a tornare con il Pieri, ora a Berlino, che non ha mai smesso di crederla in vita e di cercarla.

Il testo non nomina la donna come Elma, bensì come «L'Ignota». Dei suoi trascorsi si sa poco o nulla: veneta, passata attraverso l'orrore della guerra e dell'invasione (dopo Caporetto), vedova, secondo quanto ha raccontato - probabilmente mentendo - a Salter. Più noto ma ugualmente indefinito è il suo presente: «la voluta inconsistenza della sua vita d'oggi» (inscritta nel significato del nome arabo: acqua) e il suo rifiuto di conoscersi («indispensabile, per poter sopportare quello che gli altri le fanno»), che i familiari di Lucia interpreteranno come un rifiuto di ricordare il passato: uno dei tanti casi di amnesia prodotti dal trauma bellico. Seguendo la narrazione fatta da Boffi del suo reale o presunto passato, l'Ignota mette in atto una forma di autoconoscenza che, dietro la maschera della vamp, sembra far apparire il volto di un'anima pura che prova disgusto - e ricorre perciò al suo proclamato «diritto a mentire» - per la vita viziosa che conduce. Tale disgusto, la crisi del legame con Salter - che, quasi impazzito, la tiene sotto la minaccia di una rivoltella - e, infine, il desiderio di «essere "una" un po' anche per sè», fanno sì che l'Ignota finga di essere Lucia Pieri («mescolando i suoi casi con codesta storia» per farla passare per sua, dice Salter). Fugge così dalla «pazzia» di una metropoli infernale per andare da un uomo che, però, giudica non meno «pazzo» per la sua convinzione di ritrovare «la stessa» donna perduta, mentre quella, dopo dieci anni e tutte le traversie passate, «non ci può essere più!». L'Ignota fugge anche «da se stessa»: «un corpo senza nome in attesa che qualcuno se lo prenda» per immettervi altri ricordi, un'altra vita. Salter tenta di uccidersi.

Il secondo atto si svolge a Villa Pieri, vicino a Udine, quattro mesi dopo, nel giorno in cui è attesa Ines, la sorella di Cia (come i familiari la chiamano), per il riconoscimento ufficiale che, annullando la dichiarazione di morte, porrà fine a complesse vicende ereditarie. L'Ignota parla ambiguamente agli zii della «commedia» che deve recitare e rievoca i momenti successivi al tentato suicidio di Salter: il suo rinnovato diniego di essere Cia a Bruno, sembratole già di per sé incerto; il suo pianto, interpretato come una sconfessione del diniego precedente, ritenuto finto. La buona fede degli anziani zii che per primi l'hanno riconosciuta, il loro desiderio di riavere con loro Cia, l'amore della zia Lena che le ha fatto da madre, sono tali che il discorso dell'Ignota non desta in essi la minima diffidenza. Proprio nell'Ignota, invece, s'insinua ora ll sospetto di una simulazione interessata di Bruno che, peraltro, sembra ora manifestare qualche dubbio sull'identità di lei (forse in buona fede o fingendo di esserlo); tale dubbio viene alimentato dalla notizia dell'imminente arrivo di Salter con una demente che egli proverà essere o la vera Cia. L'Ignota considera inaccettabile anche questo dubbio e rimprovera perciò a Bruno di badare troppo ai fatti e alle prove: Cia non esiste più (se vive è divenuta un'altra), mentre ella è diventata Cia, si è fatta Cia, dandosi tutta a lui (dicendogli «fammi tu, come tu mi vuoi»).

L'atto terzo, a Villa Pieri, una ventina di minuti dopo. Arrivata Ines, mentre l'Ignota tarda a farsi vedere, compare Salter con un medico, un'infermiera e una demente grassa, flaccida, dagli occhi immobili, che balbetta, senza intendere un verso abituale: Le-na. La pretesa identità della demente si basa su indizi labili; nondimeno ella suscita dubbi, che vengono fugati quando l'Ignota compare e Ines sembra riconoscerla come Cia ma che poi vengon? ridestati, volutamente, dall'Ignota stessa. E lei, infatti, a ravvivare il sospetto che i quattro mesi intercorsi dal suo arrivo siano stati necessari a studiare la parte assegnatale da Bruno. L'Ignota si vendica così del Pieri: sia che, in mala fede abbia voluto architettare un'impostura a cui ella rifiuta di prestarsi, sia che, in buona fede, abbia avuto il torto di non crederle per cercare delle prove di fatto che, ora, gli si ritorcono contro. Rimproverando a Salter di essere «un cattivo scrittore», autore di opere finte, l'Ignota rivendica poi la verità della propria finzione: «estro di vendetta contro la propria sorte», determinato da una forma di pazzia diversa da quella della demente, ma similmente originata dagli strazi della vita.
In un momento che pare di suprema confessione quando ella risveglia un commovente ricordo della sorella, la finzione tocca il culmine scenico di verità. Subito dopo Elma smaschera l'impostura, sul piano dei fatti, dichiarando di avere recitato utilizzando alcuni appunti di Cia da lei casualmente ritrovati; al contempo, ella ribadisce, però, la verità della sua interpretazione, dell'identificazione fantastica che l'ha resa Cia: «Questo taccuino è mio, e me lo porto con me! Tanto più che strano!, anche la scrittura pare di mia mano!». Elma riparte con Salter lasciando tutti - in quanto legati alla verità dei fatti - nel dubbio, incapaci di credere e smarriti.

Come tu mi vuoi riprende per molti aspetti tra cui quello dell'implicita dimensione metateatrale - opere quali Così è (se vi pare) e Enrico IV. Il personaggio dell'Ignota, corrispettivo femminile del «grande Mascherato», si carica di tutte le consuete problematiche pirandelliane dell'identità, dello sdoppiamento tra coscienza e inconscio, dell'impossibilità di una conoscenza oggettiva, della follia, dell'illusione, nonché dei riflessi di altri memorabili personaggi femminili del teatro pirandelliano.

Celebre l'adattamento cinematografico hollywoodiano del 1932, As you desire me, con la regia di George Fitzmaurice; sceneggiatura di Gene Markey; interpreti Greta Garbo, Melvyn Douglas, Eric von Stroheim; musiche di Herbert Stothart.

 

HOME PAGE


Copyright 2002 Luigi De Bellis.
Webmaster: letteratura@tin.it