|
Sant'Antonio d'Egitto.
Frumento del deserto
(231-336 d.C.)
Brano tratto da Cyril Martindale, Santi,
presentazione di Luigi Giussani, editrice Jaca Book, Milano, 1986, pp11-19.
Su sant'Antonio abate si è scritto molto ma
l'inglese Martindale ha il merito di farci conoscere il Santo sotto una luce nuova. Il
brano che riportiamo è la trascrizione di un sua trasmissione radiofonicata trasmessa
dalla BBC dove il Martindale cercò di descrivere le figure di altrettanti santi in
modo che "riescano a non essere le pietre tombali di altrettanti eroi".
La chiesa non è per coloro che sono
già buoni, ma per aiutare gli uomini a diventare tali: i suoi sacramenti non sono premi
per il perfetto, ma piuttosto medicine e tonici per quelli che sono spiritualmente
ammalati o deboli.
Tuttavia la chiesa non è un ospedale per per gli
ammalati nella morale, o per gli infortunati nella religione, o per i convalescenti
spirituali. Il cuore generoso, il forte lavoratore, l’immaginazione vivace, la
volontà vittoriosa, tutto ciò le occorrre ed è chiamato a vivete nel suo seno. I
cristiani sono una moltitudiner confusa, così come la maggior parte degli uomini sono una
mescolanza di bene e di male, come la nostra stessa coscienza ce lo dice anche troppo
chiaramente.
A me piace pensare la chiesa come formata,
in complesso, da uomini che lottano, probabilmente facendo fiasco molto spesso, ma che
sconfitti e atterrati, di nuovo si rialzano: e anzi, il che non capita sul ring, che sono
aiutati a rialzarsi. Noi ci presenteremo al nostro giudice con gli occhi pesti e con molte
ammaccature di tutti i colori dell’iride, inflitteci dal mondo, dalla carne e dal
demonio che avranno riportato successi momentanei su di noi: ma egli non baderà a questo:
egli dirà: «Beh-in ogni modo-hai vinto! »
Io vi dico tutto questo perché, dopo 250 anni di
cristianesimo, il calore del primo entusiasmo, il livello di santità si erano abbassati
di molto. Non c’è da stupirsene. A quel tempo il cristianesimo era diventato
popolare; la rete cominciava a raccogliere pesci in quantità più grandi e conteneva
pertanto una più alta percentuale di esemplari spuri. Inoltre molte persone importanti di
ogni paese - uomini politici, ufficiali, cortigiani - erano diventate cristiane, e tra
costoro non si trova facilmente un carattere intero o una condotta che si accordi sempre
con un’intima convinzione. Essi vedono ognora l’opportunità di transigere, di
essere guardinghi, di pensare alla carriera dei loro parenti e via dicendo.
Frattanto in città enormi come Alessandria
d’Egitto, tra la massa pagana, la mondanità e il vizio erano giunti a tal punto che
l’opinione pubblica non se ne curava neppur più, e i quartieri più malfamati di
Porto Said, sono quasi nulla in confronto alla sfrontatezza diffusa in una grande città
egiziana di quell’epoca.
Tuttavia le persecuzioni contro i cristiani non potevano dirsi finite per
sempre. Ripresero sotto l’imperatore Decio. I cristiani fuggirono nel deserto, e ben
presto vi si stabilirono per elezione. La vita depravata delle città donde erano fuggiti
aveva lasciato troppi, e troppo penosi ricordi nell’animo loro, per alcuni era stata
disgustosa, per altri troppo allettante.
Proprio in quel tempo nacque Antonio.
Era di condizione agiata e a diciotto anni ereditò dai genitori trecento iugeri di ricca
terra egiziana e il loro patrimonio. Ma le parole di Cristo: «Va’, vendi tutto
quanto hai e dallo ai poveri» non restarono, per lui, lettera morta; distribui le
sue terre fra i poveri del villaggio, si sbarazzò del capitale e andò a cercare, fra le
comunità cristiane del deserto, qualche vecchio ricco di esperienza a cui affidare la
direzione e la formazione del suo carattere capriccioso e impressionabile che, lo sapeva,
egli non avrebbe saputo governare da solo. Per quindici anni visse una vita di studio
nella grande solitudine del deserto egiziano finché trovò anche questa insufficiente e
si ritirò più all’interno, in uno smantellato fortino sul Nilo, dove viveva del
carico di pane che gli portavano ogni sei mesi e dei datteri che coglieva sulle palme
vicine. Gli amici che lo visitavano periodicamente lo trovarono sempre in buona salute.
Forse qualcuno di voi dirà che questo era un modo di cercar scampo nella
fuga. Perché non si fermò nelle città ad aiutare i suoi confratelli cristiani e, come
si dice, «a far del bene», o, almeno, a fare qualche cosa di pratico? Starsene
a sognare tra le tombe! Liberarsi di quanto vi è di aspro e di faticoso nella vita di
ogni giorno per lasciarlo sulle spalle di coloro che hanno il coraggio di sostenere la
lotta! Torneremo su questo punto. Voglio ricordarvi anzitutto che, per essere forti ed
efficaci nell’azione, bisogna aver subito un’energica preparazione del
carattere. Quando Antonio avrà conosciuto se stesso e saprà governare la sua fortissima
personalità e «mantenersi» perfettamente «in regola», come si suol dire,
compirà anche tutto il lavoro esteriore. Una affrettata preparazione, del gran parlare di
sé, il correre qua e là per farsi conoscere tutto questo non fa diventare un uomo
veramente grande, e i frutti non durano. Frattanto la fama della sua perspicace spiritualità
e della sua verace conoscenza del mondo crebbe tanto rapidamente che i pellegrini si
accalcavano, letteralmente, attorno a lui e presto formarono una colonia.
Quando poi la persecuzione scoppiò di
nuovo egli seppe abbandonare la sua solitudine e allora si recò a
visitare i suoi più tribolati compagni cristiani ad Alessandria e, nel Sudan, visitò le
miniere dove essi erano tenuti prigionieri; tale era il rispetto che la sua personalità
dominatrice incuteva in tutti, che egli non fu mai arrestato e poté sfidare, con un
sangue freddo che non si smentì mai, gli sbirri della polizia. Dopo cinque o sei anni
Antonio ritornò a vivere in una solitudine ancor più profonda, sull’altra sponda
del Nilo, su uno scoglio sul mar Rosso. Tanto il suo primo cenobio come il secondo sono
ancora in piedi, dopo più di mille e seicento anni, e sono tuttora abitati: è questa una
prova della perpetuità dell’opera sua.
Là, dunque, egli si stabilì, e viveva coltivando attorno alla sua cella un
po’ di terra, tanto da potersi sostenere. Più in basso, nella pianura, migliaia di
monaci si erano raccolti, ed egli scendeva regolarmente a visitarli, a sorvegliarne
l’attività, a consigliarli. Schiere di pellegrini facevano lunghi viaggi per
ottenere un suo consiglio, e un asilo era stato eretto per loro, ma se si fermavano per
qualche tempo, dovevano, come i monaci, cuocere il pane, tessere, o fare qualche altra
cosa di comune utilità.
Un breve aneddoto vi
permetterà di rendervi conto della mentalità degli uomini di quei tempi, ed anche del
metodo di Antonio nel trattare con la gente.
Eulogio, «preso d’amore per le
cose eterne», abbandonò il tumulto del mondo. Ma la solitudine totale gli venne a
pesare e, incontrato uno storpio, promise a Dio che avrebbe avuto cura di lui fino alla
morte. Dopo quindici anni di convivenza con Eulogio, lo storpio cadde ammalato.
L’eremita lo puliva, lo nutriva, lo curava. Con la convalescenza venne
l’insofferenza. Lo storpio s’infuriava contro il suo benefattore e gli diceva:
«Mettimi sul mercato. Io voglio della carne». Eulogio gli portava della carne.
«No. Io voglio la folla! Riportami là dove mi hai trovato! » Eulogio era
perplesso. «Devo mandarlo via? Ma ho fatto un patto con Dio. Devo tenerlo? Ma mi fa
passare giorni e notti assai brutti...». I suoi amici dicevano: «Andate tutti e due
da Antonio». E così essi fecero. Ora, Antonio, aveva dato ordine che coloro che venivano
per consultarlo gli fossero annunciati con le parole: «Viene da Gerusalemme», o
«Viene dall’Egitto» a seconda della maggiore o minore gravità della
questione sulla quale volevano essere consigliati da lui. «Donde sono costoro?
» egli domandò. «Un po’ dall’uno, un po’ dall’altro»,
rispose il segretario. Eulogio entrò per primo. Antonio gli parlò gravemente, disse: «Tu
vorresti mandar via costui? Ma colui che lo creò non lo scaccia. Tu vorresti mandarlo
via? Ma Iddio diede vita a Uno assai più giusto di te che lo raccolga». Poi disse
all’altro: «Anima pervasa e deforme cessa la tua lotta con Dio! Non sai tu che
era Cristo che ti serviva? Se per amore di Cristo che Eulogio si fece tuo servo». Li
accomiatò poi affettuosamente; essi tornarono a casa da buoni amici e morirono a tre
giorni di intervallo l’uno dall’altro.
Oltre a ciò l’influenza di Antonio si manifestò
con una singolare forza di irradiazione, anche in altri luoghi, così, nel 310, lo visitò
sant’Ilarione, e istituì poi i primi monasteri in Palestina; Mar Agwin
fece altrettanto in Mesopotamia nel 325; san Pacomio, in una residenza
più vicina, nel 318. Antonio aveva due qualità proprie ai grandi uomini: egli poteva
(tale era la forza della sua personalità) lasciare quasi completa libertà di iniziativa
a quelli che erano sotto la sua immediata influenza; e non si lagnava se altri, pur
imitandolo, modificava il suo sistema - così Pacomio iniziò un monachesimo molto più
centralizzato, rigidamente organizzato, con reparti specializzati per ogni sorta di
lavoro: giardinaggio, falegnameria, lavorazione del ferro, conciatura, tintura delle
stoffe, calzoleria, scrittura; tutto un alveare di attività pratiche esercitate non a
scopo di Iucro. Era quello il genere di monachesimo destinato a diffondersi in Occidente.
Non solo gli imperatori cristiani apprezzarono
l’opera di civilizzazione ed il genio spirituale di Antonio, (e ciò che essi
dissero, naturalmente, giunse lontano) ma quel gigante, per statura intellettuale, che fu Atanasio
di Alessandria, conobbe ed amò sant’Antonio, e ne scrisse la Vita, la quale giunse
ancor più lontano e, in un momento di crisi, esercitò la sua influenza, come vedremo,
sullo stesso sant’Agostino; su quell’Agostino che, a sua volta,
doveva avere una enorme influenza attraverso i secoli, fino al nostro, in tutto
l’Occidente. Lontano, nell’Italia del sud, più lontano ancora, in Francia e
ancor più lontano, in Irlanda, furono istituite forme di vita monastica derivanti
direttamente dalla regola di sant’Antonio. San Benedetto stesso,
480-543, si servì, adattandolo, del metodo di vita ideato dal santo egiziano e, lo dico
in coscienza, creò in tal modo una delle tre grandi forze che contribuirono a fare
l’Europa. Perché dico così? Perché quando i Barbari, gli Unni, i Goti, i Franchi,
i Vandali si riversarono sulla parte occidentale dell’impero, essi cozzarono contro
tre salde realtà: il papato, i vescovi con le loro cattedrali e le loro scuole, e i
monasteri.
Una mente caotica prova sempre timore e
rispetto quando viene a trovarsi a contatto con una mentalità ben ordinata; la violenza
è impotente al cospetto della fermezza di chi non trema; l’anarchia morale o sociale
cede tosto ad una volontà decisamente volta verso ciò che è giusto, verso un metodo di
vita che mira costantemente al miglioramento dell’uomo. E i monasteri furono centri
di severo studio, di perseverante istruzione, curarono lo sviluppo della agricoltura, il
perfezionamento delle varie arti e mestieri, coltivarono il rispetto dell’autorità,
la formazione ordinata della mente e la disciplina della non volontà. Non si riuscirà
mai a valutare, anche solo approssimativamente, ciò che l’Europa e la stessa
Inghilterra devono ai monaci.
Antonio morì nel 356, all’età
di 105 anni, aveva vista e udito ancor perfetti e tutti i denti sani. La
caratteristica principale della sua gigantesca personalità fu una profonda sanità
morale, un perfetto equilibrio di qualità contrastanti: fu uomo colossalmente dominatore
e tuttavia semplice, affettuoso e persino tenero; capace di conversare con uomini
politici, con filosofi, con giudici e generali e di stringere amicizia con l’uomo
qualunque, commerciante o piccolo bottegaio. La sua forza di volontà era enorme, ma
sapeva tenerla bene in pugno, e non si manifestò mai meschinamente tirannico; ebbe
intelligenza viva e precisa; fantasia sublime, ma non mai turbolenta o fanatica.
Questo «eremita» fu il più cordiale e
il più socievole degli uomini. A che pro, dunque, il darsi attorno per far parlare di
sé? Antonio non se ne curò mai, eppure egli è, oggi, vivo, per me, quanto possa esserlo
un vecchio che sia stato un onore l’aver incontrato nella vita. A che serve il
denaro? Egli se ne spogliò, e tuttavia eresse a ricordo di sé un monumento durevole
quanto le piramidi, ma assai più ricco di significato. Infatti chi è grato, chi rende
omaggio, ora, ai costruttori di quelle colossali escrescenze di pietra? A che giova la
posizione sociale, o la conquista del potere politico?
Egli non li cercò neppure, ma quale degli
uomini politici, degli imperatori o, tanto meno dei finanzieri del suo tempo, rappresenta
qualcosa per noi oggi? Antonio invece è tuttora attivo e operante.
Eogni volta che attraversai il mar Rosso e vidi il sole
levarsi e illuminare le montagne a occidente, mentre le vedevo passare dal grigio al
violetto, dal lilla al giallo, all’arancione e poi al rosa e al rosso, non ho potuto
trattenermi dal pensare al sorgere di sant’Antonio come un astro sul nostro mondo, e
all’ardore, allo splendore e alla vitalità che egli ha versatà su di esso e di cui
lo ha pervaso.
Anzi è propriò a ricordo di lui, e non certo di
quell’Antonio, amico dapprima poi nemico di Cesare e amante di Cleopatra, che alcuni
di coloro che mi leggono hanno nome Antonio! |
|

Sant'Antonio
abate.
Il senso di una scelta cristiana
La
«Vita di Sant’Antonio abate»
scritta da Sant’Atanasio
Aneddoti
sulla vita
di Sant’Antonio abate |