CRITICA LETTERARIA: IL SETTECENTO

 

Luigi De Bellis

 
 
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LINGUA E STORIA NEL VICO

di MARIO FUBINI



Scrivendo in lingua italiana il suo capolavoro, il Vico si inserisce nel movimento del pensiero moderno che ricorre alle lingue nazionali e non più al latino degli umanisti per comunicare con un vasto pubblico di lettori e non più solamente con la ristretta cerchia dei dotti; ma l'uso della lingua viva riveste anche un altro e più profondo significato: la scoperta della faticosa storia degli uomini mette in crisi il mondo composto e sicuro dell'umanesimo e richiede un nuovo e più ricco e mobile strumento per essere espressa. La prosa del Vico diviene cosí spesso vera e commossa poesia; e la stessa disarmonia che in essa è stata riscontrata più volte sta a indicare la novità e complessità di questa scoperta. Lo stile vichiano riflette lo. ricchezza e l'umanità con cui egli guarda al mondo degli uomini, comunica l'intimo senso che egli aveva della tensione intrinseca alla storia del drammatico contrasto fra il progresso e le tragedie che esso comporta.

Perché, ci si può chiedere, il Vico dopo avere steso la prima redazione del suo sistema di pensiero nel latino del Diritto universale, si diede a scrivere in italiano i Principi di una scienza nuova? Penso che il motivo primo sia da cercare nel proposito del Vico, dopo lo scacco universitario che aveva reso vana la sua speranza di ottenere la cattedra di diritto civile, di rivolgersi ad un pubblico più ampio che non quello degli studiosi per i quali aveva scritto il Diritto universale; cosí Galileo da lui ammirato aveva, scrivendo in italiano, portato le ricerche e le scoperte della nuova scienza dinanzi un pubblico non prevenuto, come era quello dei dotti di professione. In tal modo, anche per tal via, il Vico, umanista e anticartesiano, veniva a partecipare al movimento del pensiero moderno che aveva indotto filosofi come Cartesio. Hobbes, Locke ad abbandonare il latino impersonale della scuola per rivolgersi nelle loro lingue nazionali ad un vasto pubblico di lettori, facendo appello a quel buon senso che è proprio di tutti gli uomini ed è obliterato talvolta proprio in quelli che si dicono dotti. Ma, quali fossero i suoi moventi, essi non furono, per parlare col suo linguaggio se non una occasione offertagli dalla Provvidenza che lo condusse a ritrovare insieme coi veri della Scienza nuova, l'espressione più verace e originale dell'animo suo: era la crisi stessa dell'umanesimo vichiano che si manifestava, e come avrebbe potuto non manifestarsi?, nel linguaggio e nello stile dello scrittore. Dissolto il mondo composto e concluso dell'umanesimo e disvelatasi all'occhio rapito del pensatore tutta la faticosa storia degli uomini, come era possibile costringere nel latino umanistico quella storia cosí complessa? Come dar voce alla commozione sua nel sentirsi chiamato dalla Provvidenza a intendere, lui primo, lui solo, il dramma della storia umana? Nella disciplina del latino umanistico ogni disuguaglianza, ogni moto troppo vivo dell'anima, ogni immagine troppo ardita, si livellava in uno stile elegante e concettoso ma inevitabilmente uniforme. Con l'italiano la presa del Vico acquistava, per cosí dire, una terza dimensione: i suoi ampi periodi latinamente costruiti e intessuti di tante forme e locuzioni caratteristicamente latine si animavano per l'afflusso di tanta materia di tutt'altra origine, di modi letterari come di modi popolari, di vocaboli anche rari della lingua italiana, come di vocaboli del suo stesso dialetto. Ne nasceva un linguaggio singolarmente mobile e vario, ben atto a significare il complesso stato d'animo dello scrittore: vi si componevano mirabilmente tutte quelle immagini dei miti e della poesia delle prime età, fra cui il Vico viveva rifacendo in sé un animo primitivo e gareggiando con la sua fantasia con quella dei suoi poeti teologi e poeti eroi. Il Vico umanista, un umanista, a dire il vero, già innamorato dell'arcaico, si trasformava nel Vico romantico, che non poteva nella sua stessa prosa non far sentire la sua predilezione per l'arte rude e possente di Omero e di Dante, simile «a grande rovinoso torrente che non può far di meno di non portare seco torbide l'acque e rotolare e sassi é tronchi con la violenza del coro». Cosí la prosa del pensatore diventava in più di un punto poesia, e poesia «grande» «veemente» «sublime», sprezzatrice della delicatezza e dell'eleganza, come quella da lui ammirata: ma, mentre si disviluppava la poesia latente nelle scoperte del pensatore, veniva meno quell'equilibrio che l'umanista sapeva cosi bene serbare. Il letterato è stato soverchiato dalla sua stessa materia e ne è uscita un'opera disarmonica, nella quale le diverse tendenze dello scrittore non sanno comporsi in un'unità, e la fantasia prepotente finisce per nuocere al pensatore raziocinante, e il raziocinio impedisce uno sviluppo pieno di quello che sarebbe un motivo poetico. Di qui la fama di cattivo scrittore che il Vico ha nella nostra storia letteraria: e tale è realmente per la disarmonia intrinseca all'opera sua, che le impedisce di raggiungere quel che dovrebbe essere il suo fine, l'esposizione ordinata e persuasiva di un sistema di pensiero. Non per questo l'opera cessa di essere non solo un monumento insigne del pensiero, ma anche della letteratura per quello spirito che vi si afferma creando un linguaggio tutto suo proprio, per quella poesia che nasce dalle scoperte stesse del pensatore e nella quale pur si rivela un aspetto essenziale della sua personalità.
La poesia, anzi lo stile in genere del Vico ci dice l'animo del pensatore di fronte alle sue scoperte o meglio ci fa intendere da quale animo quelle scoperte scaturiscano, come, prima ancora del raziocinio, la sua umanità gli aprisse l'intendimento della storia. Iniziatore del moderno storicismo, il Vico non poteva conoscerne le deviazioni e nemmeno proporsi problemi che quelle deviazioni fanno sorgere: ma ben ci fa sentire, quali che siano i limiti necessari della sua concezione storiografica, i valori essenziali impliciti nello storicismo, ai quali sempre si deve ritornare per tener salda la sua verità e l'alto ideale etico che in esso si afferma. La stessa complessità dello stile vichiano, che concilia negli ampi periodi il raziocinio severo e la vivace passione, l'eroismo dei primitivi e gli ideali etici dell'età umana, e accanto agli eroi e alle loro vittime ci fa sentire presente sempre nella sua pensosa umanità la persona dello scrittore, ben vale a rendere la complessità della storia, il suo intimo dramma, come non potrebbero fare gli innamorati del primitivo, i quali, perduti nel loro impossibile sogno, invano tentano di adeguare con le loro balenanti-intuizioni lo spirito degli ammirati eroi. Si riflette in quello stile la tensione stessa della storia: bene sentiamo leggendo il Vico perché quelle età non potevano chiudersi in sé stesse, quasi paghe di sé medesime, perché, per quanto grandi, gli Achilli dovevano scomparire in un mondo in cui l'eroe vincitore non insultasse come egli faceva il vinto, perché la plebe romana non dovesse continuare ad essere la povera oppressa plebe battuta e angariata. Quel contrasto di sentimenti che si avverte nella sua rievocazione del passato, era dunque, per cosí dire, un riflesso del contrasto intrinseco nella storia, che il Vico in sé accoglie nella sua interezza, sempre conscio del sangue e delle lacrime, che in essa si versano, delle tragedie per cui essa procede (Tantae molis erat humanam condere gentem!), non mai dimentico della meta a cui quel processo tende, dei princípi che in ogni momento sotto diversa forma si affermano e che «deon essere i confini dell'umana ragione». «E chiunque se ne voglia trar fuori, egli veda di non trarsi fuori da tutta l'umanità».
Qui, è, se non m'inganno, la grandezza del Vico scrittore, come del Vico pensatore; qui l'alto ammaestramento che sempre ne possiamo trarre.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it