Storia: Medio Persia

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Grecia
 

La sicurezza economica così raggiunta, unita alla forza militare, non riuscì tuttavia a prolungare nel tempo l’autonomia degli Stati micenei. Sul finire del XII sec.a.C. le città, apparentemente imprendibili, furono travolte e abbandonate. Pilo, Micene e le altre località ( con poche ecezioni fra cui Atene, l’Arcadia, l’Eubea e le isole dell’Egeo ) presentano i segni di una distruzione violenta e di una fuga improvvisa. L’opinione più diffusa individua le cause del crollo della civiltà Micenea in una nuova ondata migratoria che ebbe per protagonisti i Dori, un’agguerrita popolazione di lingua indeuropea che conosceva già l’uso del ferro e proveniva dalla regione danubiana. Questa teoria non è però condivisa da tutti gli storici, alcuni dei quali hanno formulato ipotesi alternative, come gli scoinvolgimenti climatici, rivolte interne o lotte dinastiche. Secondo un’ultima ipotesi i Dori si erano stabiliti già da tempo in Grecia; quando le città micenee esaurirono la loro forza indebolendosi a vicenda, essi conquistarono il potere divenendo la classe dominante. Al momento attuale l’archeologia non è in grado di spiegarci con esattezza come scomparve la civiltà micenea anche perché a partire dal XII sec.a.C. circa si perse l’uso della scrittura. La lineare B, ideata esclusivamente per necessità economiche o amministrative, decadde con la scomparsa dei palazzi. Sembra che il tramonto di tale civiltà fosse dovuto all’ondata dei popoli del mare che si abbattevano sui paesi bagnati dal mediterraneo orientale. E’ certo in ogni caso che nel giro di pochi decenni il raggio dell’influenza Achea si restrinse, l’economia si chiuse nell’ambito agricolo pastorale, i commerci isterilirono e la produzione artigianale , già così varia e perfezionata, ritornò a forme rozze ed elementari. La fantasia si impoverì; gli artistici vasi di un tempo smaglianti di raffigurazioni e di colori, subentrarono ceramiche grossolane dai disegni geometrici privi di gusto. Tutta la vita dell’Ellade regredì rapidamente adagiandosi nell’oscuro e muto periodo del medioevo ellenico.  Si ritiene che l’uso della scrittura sia ripreso intorno alla prima metà dell’VIII sec.a.C. in un contesto sociale e politico molto diverso. Allora si crearono le condizioni perché i rapsodi ( dal greco ràptein, cucire, e odè, canto ), cantori dotati di minore originalità degli aèdi, raccogliessero e tramandassero i temi dell’epoca arcaica in una forma organica, impedendo così che il patrimonio della letteratura orale dei Micenei andasse perduto. Arte e cultura greca. In Grecia l’istruzione era riservata ai maschi, e il suo obiettivo principale era quello di formare “buoni cittadini”. Ma ogni città-stato aveva il proprio concetto di buon cittadino. A Sparta si impartiva quasi esclusivamente un’educazione fisica  e a 7 anni i ragazzi venivano portati via ai genitori ed educati dallo stato fino all’età di 30 anni. Ad Atene si dava invece più importanza alla letteratura, alla matematica e all’arte. Uno schiavo fidato, chiamato paidagogòs, accompagnava il bambino a scuola, dove l’educazione cominciava a sei anni. La poesia era tenuta in gran conto ad Atene, e gli studenti dovevano imparare a memoria molti componimenti poetici. Le rappresentazioni teatrali, sia la commedia che la tragedia, erano popolari. La filosofia aveva un posto importante ad Atene e, in seguito, in tutta la Grecia. Fra le più importanti scuole filosofiche c’era quella dei sofisti, i quali sostenevano che la verità fosse questione di opinioni personali; a questa idea (simile a quella degli induisti) si opposero famosi filosofi greci quali Socrate, il suo discepolo Platone, e Aristotele, discepolo di Platone. Altre scuole filosofiche ricercavano la fonte della felicità. Gli stoici sostenevano che la felicità consistesse nel vivere secondo ragione e che solo questo contasse. Gli epicurei ritenevano che il piacere fosse la vera fonte della felicità. Un’altra scuola filosofica era quella degli scettici i quali sostenevano che in effetti nulla conta realmente nella vita. Come popolo, almeno in epoche successive, i greci si mostrarono avidi di sapere e particolarmente amanti della discussione e della conversazione sulle novità.  Si sforzavano di risolvere alcuni dei maggiori problemi riguardanti la vita e l’universo con la sola logica (e speculazione) umana. Infatti i greci si consideravano l’intellighenzia del mondo antico. Tra le attività artigianali artistiche, ispirate a modelli cretesi, ebbero particolare importanza la pittura murale, la produzione di ceramiche colorate e soprattutto l’orificeria, specializzata nella lavorazione di maschere d’oro con le quali gli Achei usavano coprire i volti di cadaveri di personaggi importanti. Le  tombe monumentali a tumulo servivano anche come forzieri per la comunità, dove venivano custoditi i preziosi bottini di guerra e l’oro dei re. Questi monumenti sepolcrali erano costruzioni circolari, formate di blocchi di pietra gradualmente sporgenti ( aggettanti ) fino a formare una cupola conica ( thòlos ), che era poi ricoperta da terriccio. L’esempio più perfetto è il tesoro di Atreo, la cui tomba a cupola è ammirabile per grandiosità, accuratezza d’esecuzione, ricchezza di ornati. In un pendio è scavato un corridoio d’accesso di 35 metri di lunghezza e di 6 metri di larghezza, che conduce ad un’ampia stanza rotonda, su cui si ergeva la cupola di 14,2 metri di diametro e 13,6 di altezza; un’apertura laterale conduceva dalla stanza rotonda in un piccolo ambiente quadrato, ove dovevano essere sepolti i cadaveri della famiglia principesca, mentre è logico supporre che la rotonda fosse destinata a raccogliere i superstiti, in determinate condizioni solenni, per riti in onore dei defunti. Le pareti del corridoio, come tutta la rotonda, sono rivestite di grandi massi calcarei, squadrati e collocati gli uni sugli altri con assoluta esattezza. La facciata della cupola è ora del tutto priva di quella decorazioneche doveva abbagliare, sia per la varietà dei materiali impiegati, sia per la ricchezza dei motivi ornamentali. La porta, alta 5,4 metri, ha l’architrave costituito da due colossali pietre;  quella anzi che è nell’interno è lunga ben 9 metri, larga 5, alta 1, sicchè il peso calcolato è di circa 122 tonnellate; si può asserire che non mai in edifici architettonici greci fu messa in opera una pietra così grande. La decorazione è ora del tutto scomparsa. Una policromia, prodotta dalla natura diversa dei materiali adoperati, ravviva la facciata. La cupola, che tanto stupisce non per la sua altezza, ma per la squisita armonia delle linee che salgono ampiamente ed audacemente curveggianti, è costituita da 33 file di massi squadrati sopvrapposti a linee concentriche, che a grado a grado diminuiscono verso la cima, sicchè sull’ultimo filare è sovrapposta a chiusura del tutto un grande lastrone. Tutta la volta poi era costellata di grandi rosoni di bronzo dorato, collocati a file concentriche, mentre in basso, all’altezza della porta, doveva correre tutto all’intorno un fregio continuo di lastre di bronzo. Infine è lecito supporre che anche le pareti e il soffitto della stanza quadrata, destinata ai morti, fossero coperti di lastre di pietra accuratamente scolpite, forse di alabastro. All’esterno il monumentale mausoleo dei dinasti dinasti di Micene doveva apparire come un gran tumulo, perché a mano a mano che i singoli filari della cupola erano sovrapposti, si addensava al di sopra la terra. In questo tumulo si apriva il varco, il corridoio, il cui ingresso era chiuso da un forte tubo di sbarramento. Il tesoro di Atreo costituisce per noi la documentazione più alta, più nobile, più sapiente di quanto poteva esprimere l’arte architettonica preellenica. L’architettura micenea ha le caratteristiche delle costruzioni militari per una funzione difensiva, ma allo stesso tempo esprime lo stesso temperamento guerriero dei suoi abitanti, assolvendo così la funzione comunicativa che è propria dell’architettura come delle altre arti. L’architettura funeraria esprime l’importanza data dagli Achei al valore militare, prerogativa della classe aristocratica. Assai progredita fu pure la tecnica delle costruzioni; nelle case achee fa la sua comparsa il mègaron, stanza col focolare al centro e l’apertura nel tetto per il fumo, che resterà il locale tipico delle abitazioni greche. Grazie al traffico mercantile viaggiano anche gli uomini con il loro bagaglio di idee di esperienze tecniche; non stupirà dunque notare una grande somiglianza tra la forma delle tombe a tumulo dei Micene e i trulli, le tipiche costruzioni a cupola conica del territorio pugliese. La parola trullo deriva da trùllos = cupola, in lingua greca tardo-bizantina. Costruttivamente si tratta, come per il Tesoro di Atreo, di una primitiva cupola, ottenuta sovrapponendo cerchi di pietre gradualmente sporgenti ( non coperti, però, dal tumulo ). Altre affinità con le costruzioni micenee si riscontrano, sempre in Italia, con i nuraghi ( in Sardegna ), le abitazioni fortificate delle famiglie dominanti fra il XV e il XVI sec. a.C.: pianta circolare, volta primitiva ( thòlos) delle torri, pietre sovrapposte a secco ( senza legante ) e sporgenti gradualmente. A Orroli in provincia di Nuoro, il nuraghe Arrubbiu è una delle testimonianze più importanti lasciateci dalla Sardegna preistorica. Si è insolitamente conservata la torre centrale, che è alta circa 27 metri. L’ingresso della torre ha la stessa configurazione delle thòlos micenee. Nel cortile centrale di questo complesso nuragico è stato recentemente scoperto un vasetto miceneo, la cui presenza confermerebbe i rapporti commerciali e culturali della civiltà sarda con la più antica civiltà micenea ed egea.  

Religione

Le prime nozioni relative alla religione greca sono state tramandate dalla poesia epica di Omero. Due poemi epici, l’Iliade e l’Odissea, vengono attribuiti a lui dagli storici. I più antichi frammenti papiracei di questi poemi si ritiene risalgano a una data di poco anteriore al 150 a.C. Un grecista ha scritto che quegli antichi testi “differiscono notevolmente dal nostro vulgato”, cioè dal testo comunemente accettato da diversi secoli. (G. G. A. Murray in Encyclopædia Britannica, 1942, vol. 11, p. 689). Esistono evidenti prove dell’influsso babilonese sulla religione greca. Un’antica favola greca è la traduzione quasi letterale di un originale accadico. A un altro poeta, Esiodo, probabilmente dell’VIII secolo a.E.V., è stato attribuito il merito di avere messo ordine nella grande quantità di miti e leggende greche. I poemi omerici e la Teogonia di Esiodo costituivano i principali scritti sacri dei greci, la loro teologia. I numerosi dèi e dee da loro descritti avevano forma umana ed erano dotati di grande bellezza, pur essendo spesso giganteschi e sovrumani. Mangiavano, bevevano, dormivano, avevano rapporti sessuali fra loro o anche con esseri umani, vivevano in famiglie, litigavano e combattevano, seducevano e violentavano. Benché fossero ritenuti santi e immortali, erano capaci di qualsiasi inganno e delitto. Potevano aggirarsi, visibili o invisibili, in mezzo agli uomini. In seguito, scrittori e filosofi greci cercarono di espurgare i poemi di Omero e di Esiodo da alcune delle azioni più vili attribuite agli dèi. Si diceva che le principali divinità greche dimorassero sulle cime dell’Olimpo (alto 2920 m), a S della cittadina di Berea. Fra le divinità dell’Olimpo c’erano Zeus (chiamato Giove dai romani;), dio del cielo; Era (la Giunone dei romani), moglie di Zeus; Gea, dea della terra, chiamata anche la Grande Madre; Apollo, dio del sole e della morte repentina, che egli causava lanciando da lontano le sue frecce mortali; Artemide (la Diana dei romani), dea della caccia; un’altra Artemide, dea della fecondità, era venerata a Efeso; Ares (il Marte dei romani), dio della guerra; Hermes (il Mercurio dei romani), dio dei viaggiatori, del commercio e dell’eloquenza; Afrodite (la Venere dei romani), dea della fecondità e dell’amore, ritenuta “sorella dell’assiro-babilonese Ishtar e della siro-fenicia Astarte” (P. Hamlyn, Greek Mythology, Londra, 1963, p. 63), e numerosi altri dèi e dee. In realtà ogni città-stato pare avesse i propri dèi minori, adorati secondo le usanze locali. In generale come tutti i popoli di stirpe indeuropea, gli Achei credono nell’esperienza di molti dèi: essi sono potentissimi, superiori a tutti gli uomini, immortali, eternamente giovani. Ciascuno di essi domina e governa un aspetto particolare della vita o una forza della natura: tutti insieme costituiscono una sorta di grande famiglia, di comunità divina, organizzata in una sua propria gerarchia, simile a quella dei regni degli uomini. A capo degli dèi viene di solito posto un dio celeste, affiancato da un’altra divinità del cielo o della terra, che costituiscono la suprema coppia divina. Gli Indeuropei paiono essere particolarmente devoti alle divinità solari e celesti ( il dio del sole, del cielo, della tempesta ) e di quelle da cui dipende la fertilità della comunità umana, dei greggi, dei raccolti ( soprattutto dèe madri, dèe della vita e della fecondità ). Credono anche all’esistenza di forze divine del mondo inferiore ( gli inferi, o inferno ): si tratta in genere di divinità legate al mondo dei morti, alle forze profonde della terra ( terremoti, vulcani, sorgenti ), e talvolta anche agli spiriti cattivi, maligni. Il rapporto con il mondo dei loro dèi risulta abbastanza vario. In genere si pensa che queste divinità debbano essere temute e venerate, onorate con preghiere e soprattutto con sacrifici di animali e di prodotti della terra ( solo in casi eccezionali consacrifici umani ). Così facendo gli uomini possono assicurarsi il “ favore degli dei”, ottenerne vantaggi o evitare sciagure, soprattutto difendersi da eventuali “ vendette” delle divinità offese. Ai loro dèi, infatti, attribuiscono mentalità, passioni e sentimenti del tutto simili a quelle degli uomini. Sebbene non avessero templi, gli Achei non mancavano di luoghi particolari dedicati al culto dei loro dèi; inoltre professavano il culto dei morti come dimostrano le loro tombe. Il loro concetto di morte è però piuttosto negativo, triste e pessimistico: mentre il corpo fisico si distrugge a poco a poco, l’anima del defunto, come una sorta di evanescente fantasma, viene accolto in un oltretomba ( governato da varie divinità, su cui regna, come nel cielo, una coppia suprema ) che non è altro che un  “mondo delle ombre”, un triste “aldilà” . Esisteva anche una simile venerazione nei confronti degli eroi, i cui nomi sono stati trovati incisi, insieme a quelli di alcuni dèi, su una tavoletta d’argilla in “lineare B” del tardo periodo miceneo e decifrata nel 1953 da uno studioso inglese. 

 
 
 
 

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