Storia: Medio Persia

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Grecia
 

Feste e giochi

Le feste erano una parte importante della religione greca. Le competizioni atletiche, insieme al teatro, ai sacrifici e alle preghiere, attiravano persone da lontano e quindi accomunavano le città-stato politicamente divise. Quelle più importanti erano i Giochi Olimpici (a Olimpia), i Giochi Istmici (tenuti vicino a Corinto), i Giochi Pitici (a Delfi) e i Giochi Nemei (presso Nemea). La celebrazione dei Giochi Olimpici ogni quattro anni serviva come punto di riferimento cronologico: nella cronologia greca un’olimpiade era un periodo di quattro anni. —

Oracoli, astrologia e santuari. Gli oracoli, medium attraverso i quali si supponeva che gli dèi rivelassero informazioni nascoste, avevano molti devoti. Gli oracoli più famosi si trovavano in alcuni templi a Delo, Delfi e Dodona. Qui, a pagamento, si riceveva risposta alle domande rivolte all’oracolo. Le risposte erano di solito ambigue, e dovevano essere interpretate dai sacerdoti. A Filippi, in Macedonia, la ragazza che praticava l’arte della predizione (da cui Paolo espulse un demonio) si comportava come un oracolo e “forniva ai suoi signori molto guadagno”. (At 16:16-19) G. E. Wright fa risalire l’astrologia moderna attraverso i greci ai divinatori di Babilonia. (Biblical Archaeology, 1963, p. 37) Alcuni santuari erano famosi per le presunte guarigioni miracolose che vi si compivano.

Dottrina dell’immortalità. Poiché i filosofi greci si interessavano dei problemi fondamentali della vita, i loro concetti contribuirono alla formazione delle idee religiose popolari. Socrate, vissuto nel V secolo Ac., insegnava l’immortalità dell’anima umana. Nel Fedone (64c, 105e) Platone cita una conversazione fra Socrate e altri due filosofi: “Crediamo che la morte sia qualche cosa? . . . E altra cosa crediamo che ella sia se non separazione dell’anima dal corpo? e che il morire sia questo, da un lato, un distaccarsi il corpo dall’anima, divenuto qualche cosa esso solo per se stesso; dall’altro, un distaccarsi dal corpo l’anima, seguitando a essere essa sola per se stessa? o altra cosa dobbiamo credere che sia la morte, e non questo? — No, ma questo”. Socrate prosegue: “Allora l’anima è immortale? — Immortale”.

Templi e idoli. Sontuosi templi furono costruiti in onore degli dèi, e statue di marmo e di bronzo di rara bellezza furono scolpite per rappresentarli. Le rovine di alcuni dei templi più famosi, il Partenone e l’Eretteo, come pure i Propilei, si trovano sull’Acropoli di Atene.

L’affermarsi dell’impero medo-persiano all’epoca di Ciro (che conquistò Babilonia nel 539 a.E.V.) costituiva una minaccia per la Grecia. Ciro aveva già conquistato l’Asia Minore, incluse alcune colonie greche.

Nel terzo anno di Ciro (evidentemente quale sovrano di Babilonia), Il terzo re di Persia (Dario figlio di Istaspe) nel 499 a.E.V. sedò una rivolta delle colonie greche e si preparò a invadere la Grecia. La flotta persiana fu affondata da una tempesta nel 492 a.E.V. Quindi nel 490 un grosso contingente persiano penetrò in Grecia ma fu sconfitto da un drappello di ateniesi nella pianura di Maratona, a NE di Atene. Il figlio di Dario, Serse, decise di vendicare questa sconfitta. Egli, il predetto ‘quarto re’, mobilitò tutto l’impero per ammassare un potente esercito con il quale nel 480 a.E.V. attraversò l’Ellesponto. Anche se alcune delle principali città-stato della Grecia si mostrarono in questa occasione unite come non mai nel combattere per arrestare l’invasione, le truppe persiane avanzarono attraverso la Grecia settentrionale e centrale, raggiunsero Atene e ne incendiarono l’altura fortificata, l’Acropoli. Sul mare però gli ateniesi e i greci loro alleati giocarono d’astuzia e affondarono la flotta persiana (insieme a quella fenicia e di altri alleati) presso Salamina. Quindi seguì un’altra sconfitta persiana sulla terraferma, a Platea, e un’altra ancora a Micale, sulla costa O dell’Asia Minore, dopo di che gli eserciti persiani abbandonarono la Grecia. Egemonia di Atene. Atene grazie alla sua potente flotta conquistò allora l’egemonia sulla Grecia. Seguì, fin verso il 431 a.E.V., il periodo di massimo splendore per Atene, durante il quale furono create le più famose opere d’arte e di architettura. Atene era alla testa della lega delio-attica che includeva diverse isole e città greche. A motivo del risentimento della lega peloponnesiaca capeggiata da Sparta per la preminenza di Atene, scoppiò la guerra del Peloponneso, che si protrasse dal 431 al 404 a.E.V. Gli ateniesi alla fine furono definitivamente sconfitti dagli spartani. La rigida dominazione spartana durò fin verso il 371 a.E.V. quando Tebe ebbe il sopravvento. La Grecia entrò in un periodo di decadenza politica, anche se Atene continuò a essere il centro culturale e filosofico del Mediterraneo. Infine, nel 338 a.E.V., la nascente potenza macedone sotto Filippo II conquistò la Grecia, che fu unificata sotto la sua dominazione. La Grecia sotto Alessandro Magno. Alessandro figlio di Filippo era stato educato da Aristotele e, dopo l’assassinio di Filippo, diventò l’eroe dei popoli di lingua greca. Nel 334 a.E.V. Alessandro si accinse a vendicare gli attacchi persiani contro le città greche sulla costa occidentale dell’Asia Minore. Fu  fulminea la conquista non solo di tutta l’Asia Minore, ma anche di Siria, Palestina, Egitto e di tutto l’impero medo-persiano fino all’India. Alessandro introdusse la cultura e la lingua greca in tutto il suo vasto impero. Colonie greche furono stabilite in molti paesi conquistati. In Egitto venne costruita la città di Alessandria che divenne la rivale di Atene come centro della cultura. Così ebbe inizio l’ellenizzazione (o grecizzazione) di gran parte delle regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente. La lingua greca comune, o koinè, diventò la lingua franca, parlata da persone di molte nazionalità. Risultati dell’ellenizzazione sugli ebrei. Quando l’impero greco venne diviso fra i generali di Alessandro, il paese di Giuda si trovò al confine fra il regno dei Tolomei in Egitto e quello dei Seleucidi in Siria. Dominato prima dall’Egitto, nel 198 a.E.V. fu conquistato dai Seleucidi. Nel tentativo di unire Giuda e la Siria in una comune cultura ellenica, in Giuda si promossero la religione, la lingua, la letteratura e i costumi greci. Colonie greche furono fondate in tutta la regione, fra cui quelle di Samaria (chiamata poi Sebaste), Acco (Tolemaide) e Bet-Sean (Scitopoli), e altre in località prima disabitate a E del Giordano. (Vedi DECAPOLI).  La profanazione del tempio di Gerusalemme da parte di Antioco Epifane (168 a.E.V.) con l’introduzione del culto di Zeus segnò il culmine dell’ellenizzazione degli ebrei e provocò l’insurrezione dei Maccabei. Anche ad Alessandria d’Egitto, dove il settore ebraico occupava buona parte della città, era forte l’influenza ellenistica.  Alcuni ebrei alessandrini si lasciarono influenzare dalla popolarità della filosofia greca. Certi scrittori ebrei si sentirono in dovere di cercare di conciliare le convinzioni degli ebrei con quelle che erano allora le nuove idee. Cercarono di dimostrare che le idee filosofiche greche del tempo in realtà trovavano riscontro in idee simili presenti nelle Scritture Ebraiche o erano da esse derivate. Dominazion e romana sugli stati greci. Macedonia e Grecia (una delle quattro parti in cui era stato diviso l’impero di Alessandro) caddero sotto la dominazione romana nel 197 a.E.V. L’anno dopo fu proclamata la “libertà” di tutte le città greche. Questo significava che Roma non esigeva tributi, ma si aspettava che tutti i suoi desideri fossero assecondati. L’ostilità nei confronti di Roma crebbe. La Macedonia mosse guerra ai romani ma fu nuovamente sconfitta nel 167 a.E.V. e circa 20 anni dopo diventò provincia romana. Nel 146 a.E.V. si ribellò la lega achea, capeggiata da Corinto, e gli eserciti di Roma avanzarono nella Grecia meridionale e distrussero Corinto. Venne formata la provincia dell’“Acaia” che nel 27 a.E.V. includeva tutta la Grecia centrale e meridionale. Il periodo della dominazione romana vide il declino politico ed economico della Grecia. Solo la cultura greca sfuggì a questo declino e fu largamente adottata dai conquistatori romani, che importarono con entusiasmo non solo la letteratura ma anche le statue greche. Interi templi furono smantellati e trasferiti in Italia. Molti giovani romani furono educati ad Atene e in altri centri della cultura greca. La Grecia invece si chiuse in se stessa vivendo di ricordi del suo glorioso passato.

 La prima colonizzazione

 Il flotto emigratorio iniziato dagli Achei verso la sponda asiatica non si arresta, anzi riceve stimolo dal proposito di coloro che hanno animo più ardito di sottrarsi alla decadenza che affligge la madrepatria. Già prima della fine del II millennio a.C. la colonizzazione greca, confusa nella possente ondata dei “popoli del mare”, aveva costellato di nuove città le isole dell’Egeo e le sponde occidentali dell’Anatolia; i Dori avevano fondato Alicarnasso ( presto attratta nell’orbita ionica ); gli Eoli, Cuma e Smirne e, sull’isola di Lesbo, Mitilene; gli Ioni, Efeso, Colofone, Samo e Chio. Su tutte prevalsero le città ioniche che finirono per segnare della propria impronta l’intera colonizzazione della costa asiatica. QUesto rigoglioso flotto migratorio, che gli storici chiamano prima colonizzazione ellenica, ebbe un’importanza enorme per il destino del mondo greco, poiché, dilatandone i confini, pose i nuovi emigrati a diretto contatto con le suggestive manifestazioni della civiltà di Vicino Oriente, risvegliando nei Greci stimoli di progresso che non avrebbero potuto nascere nell’opaca atmosfera della madrepatria. Da questi stimoli presero le mosse le grandiose manifestazioni spirituali ed economiche, che trovarono il loro coronamento nella meravigliosa civiltà della Grecia classica. Furono, infatti, i coloni della sponda asiatica i primi Elleni che, a imitazione ed in concorrenza con i Fenici, presero gusto all’attività mercantile e marinaradi ampio raggio mutando il volto quasi esclusivamente contadino e guerriero fino ad allora conservato dalla società ellenica; furono essi i primi che sull’esempio dei Lidi coniarono monete dando alla ricchezza una configurazione più mobile e varia dei campi e degli armamenti; furono essi infine i primi che attraverso le suggestioni dei dotti e degli artisti orientali, iniziarono l’ascesa di quell’erta spirituale che doveva portare a tanta altezza la civiltà dell’Ellade. Secondo il racconto mitico, Elleno era figlio di Deucalione e Pirra, gli unici superstiti del diluvio provocato da Zeus per punire gli uomini, ed era il capostipite comune di tutte le genti greche; le varie stirpi derivavano dai suoi due figli, Eolo e Doro, e da due suoi nipoti, Ione e Acheo.

 Il medioevo ellenico

 La ricostruzione della storia greca compresa fra il XII e il IX sec.a.C., il cosiddetto Medioevi ellenico, presenta difficoltà quasi insormontabili, derivanti dalla scomparsa dell’uso della scrittura, dall’assenza di fonti letterarie, dalla povertà dei reperti archeologici. Una società che lascia esili tracce di se stessa vive indubbiamente una fase di decadenza, eppure parlare di Medioevo ellenico come di un periodo totalmente negativo sarebbe inesatto: esso infatti rappresenta anche un’epoca di trasformazione, durante la quale si verificarono innovazioni di grande importanza come l’avvento della tecnologia del ferro. La siderurgica era praticata in modo sistematico fin dal XIV sec.a.C. nei territori controllati dagli Ittiti; in seguito al crollo dell’impero ittita e ai movimenti migratori che percorsero il Mediterraneo orientale alla fine del II millennio a.C., essa si diffuse nel Vicino Oriente, nell’Egeo e di conseguenza anche nella penisola greca e nel continente europeo. I cambiamenti più vistosi però avvennero nel contesto sociale, caratterizzato dalla progressiva perdita di autorità della monarchia e dal prevalere dell’aristocrazia. La società descritta nei poemi omerici aveva al suo centro la figura del re. Il potere del sovrano non era stabilito da un insieme di norme ben definito- quello che oggi noi potremmo paragonare ad una costituzione- ma derivava direttamente dalla capacità di sapersi imporre con forza e autorevolezza alla riottosa aristocrazia. Si pensi a come si comportavano i nobili nella reggia di Itaca durante l’assenza di Ulisse: se il re era assente o privo di prestigio, non vi era alcuna assemblea o organismo capace di far rispettare l’ordine e punire i trasgressori. Già nei poemi omerici questa società fondata sul potere del sovrano lascia trasparire i primi segni di cambiamento e la crescente insofferenza dell’aristocrazia. Veso la fine dell’VIII secolo a.C. il processo di trasformazione istituzionale si generalizzò, estendendosi a tutto il mondo ellenico con poche eccezioni. All’inizio dell’età arcaica perciò nella maggior parte degli Stati greci il potere era nelle mani dei nobili. I tre fattori che possono spiegare l’ascesa degli aristocratici sono: l’ampia disponibilità di ricchezze derivante loro dal possesso delle terre; il fatto che potessero vantare di antiche tradizioni familiari; il fatto che costituissero l’elemento principale dell’esercito, in quanto essi soli potevano permettersi di possedere un’armatura completa e di allevare e addestrare un cavallo, e ciò consentiva loro di fornire un contributo decisivo nei combattimenti. Nell’opera intitolata “Politica”, in cui analizza le possibili forme di potere, il filosofo Aristotele afferma che, dopo la caduta della monarchia, il governo della società passò sotto la direzione dei guerrieri e in particolare dei cavalieri, poiché questi rappresentavano la struttura portante dell’esercito e assicuravano il successo nelle battaglie. Egli conclude affermando che nelle città deve la cavalleria aveva assunto un ruolo importante il potere era sempre in mano agli aristocratici. Non è possibile sapere con precisione in che modo sia avvenuto il passaggio dalla monarchia al regime aristocratico: in alcune regioni può essere stato il risultato di un graduale indebolirsi delle funzioni del re, in altre la conseguenza di un’azione violenta. Nella maggior parte dei casi al re rimasero solo cariche di carattere religioso, mentre i nobili che avevano preso il sopravvento esercitarono un effettivo controllo politico sulla società. Per accrescere il proprio potere, le principali famiglie aristocratiche si unirono fra loro con legami matrimoniali: queste casate aristocratiche erano chiamate ghène ( ghènos al singolare ). All’interno del ghènos le famiglie riconoscevano comuni antenati, invocavano la protezione degli dèi e degli eroi da cui sostenevano di discendere, celebravano riti in comune e spesso, sotto la guida di un autorevole esponente ( basilèus ), amministravano la giustizia, cioè giudicavano e risolvevano le contese, ispirandosi a norme giuridiche di derivazione divina. Infatti i nobili, proprio in virtù delle loro genealogie, si attribuivano il privilegio di interpretare la volontà degli dèi: l’assenza di leggi scritte permetteva loro di esercitare il diritto in modo arbitrario e di imporre decisioni che, in quanto dettate direttamente dalle divinità, sarebbe stato sacrilegio non rispettare. Il predominio degli aristocratici determinò un peggioramento delle condizioni di vita del popolo, che nel sovrano aveva trovato a volte un aiuto, anche se debole e non sempre efficace, per arginare le preprtenze dei nobili. Il poeta Esìodo, vissuto nel VII secolo a.C., nel suo poema intitolato “Le opere e i giorni” ci descrive un mondo completamente diverso da quello omerico. Egli ci presenta una società dove il contadino è costretto a sopportare una vita di stenti senza il conforto di prospettive migliori; la coltivazione dei campi è faticosa e non dà sempre i frutti sperati; la laboriosità e il risparmio non riescono a garantire l’autosufficienza economica perché i nobili sono “uomini ingordi, divoratori di doni”. Al povero non resta che la rassegnazione: “non ha vuol senso chi vuole restare a uno più forte; oltre a perdere, deve soffrire e rimanere umiliato…”. Postisi al vertice della società, gli arisstocratici si imposero sulla moltitudine del demos, cioè del popolo nel suo complesso, escluso dai diritti politici. In assenza di un’autorità superiore in grado di redimere le controversie, le famiglie aristocratiche si fronteggiavano nelle assemblee, alle quali il demos partecipava senza però poter assumere una posizione autonoma e limitandosi ad appoggiare l’una o l’altra casata.

 La seconda colonizzazione

 La prima colonizzazione offrì la culla alla meravigliosa civiltà ellenica, rifluita poi già adulta dalle colonie ai lidi della patria, ma non mantenne con la vita contemporanea della Grecia, inceppata dalla crisi dei suoi piccoli stati, legame alcuno. Le città doriche, eoliche e ioniche delle isole e della sponda asiatica si ressero in modo indipendente e trassero la loro prosperità soprattutto dalle relazioni con i popoli del retroterra asiatico e dall’Egitto, piuttosto che da quelle con i loro connazionali rimasti al di qua del Mar Egeo. Più legata invece al processo di evoluzione interna della madrepatria verso la fine del medioevo ellenico, e con ciò più direttamente connessa con tutto lo sviluppo del mondo greco, fu la cosiddetta seconda colonizzazione i cui effetti cominciarono già ad operare alla fine del secolo IX a.C. L’irruente moto di colonizzazione culminò tra la seconda metà del VII e la prima del VI sec.a.C. ed ebbe una stasi nella seconda metà di questo, quando in Oriente sorse l’Impero persiano e in Occidente ai Greci si opposero con valore, se non sempre con successo, Etruschi e Fenici. Esso aveva condotto i Greci a impadronirsi di una gran parte delle sponde europee del Mediterraneo e a dominare in molti tratti di quel mare col loro naviglio da guerra e da commercio, tanto che alcuni di essi, come il Mar Ionio e il Mar Nero, erano, al pari dell’Egeo, addirittura trasformati in laghi greci, in cui navi d’altre nazioni osavano a malapana arrischiarsi. In quasi tutte le colonie i Greci rimasero attaccati alle coste del mare. Nulla nella storia delle loro colonie che rassomigli all’ardimentosa e fortunata espansione degli Anglosassoni dall’Oriente all’Occidente dell’America del Nord, alla quale gli Stati Uniti debbono la loro posizione di potenza mondiale. Infatti, pur inferiori di civiltà di fronte ai Greci, gli indigeni appartenevano spesso alla stessa stirpe ariana e non erano mai separati rispetto ai coloni da quell’abisso che separava gli Anglosassoni e i pellirosse dell’America Settentrionale. Ond’essi, non solo resistettero vittoriosamente ai Greci nei loro tentativi di avanzata verso l’interno, salvo casi particolari, come quello della Sicilia dove le stirpi indigene del centro si trovavano isolate ed impotenti anche numericamente di fronte ai coloni; ma finirono, adottando in parte le istituzioni guerresche degli invasori, col respingerli a poco a poco là stesso dove avevano sulle prime proceduto, vincendo e soggiogando, come nell’estremo mezzogiorno d’Italia.    

 
 
 
 

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