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Luigi Pirandello



I VECCHI E I GIOVANI: Romanzo


Il romanzo - diviso in due parti di otto capitoli ciascuna, suddivisi in paragrafi numerati con numeri romani all'interno di ogni capitolo - apparve parzialmente a puntate (fino al primo paragrafo del cap. IV della seconda parte) sulla «Rassegna contemporanea», tra il gennaio e il novembre 1909, anno II, dal n. 1 al n. 11. L'edizione Treves del 1913, che al posto della numerazione all'interno di ciascun capitolo recava un sottotitolo per ogni paragrafo, risulta largamente rimaneggiata nella parte già pubblicata e con una sezione inedita, dal secondo paragrafo del cap. IV della seconda parte fino alla fine. Nel 1931 segui l'edizione definitiva «completamente riveduta e rielaborata dall'Autore», in cui venivano soppressi i sottotitoli.
In una pagina autobiografica, successiva alla parziale pubblicazione su rivista de I vecchi e i giovani, Pirandello ne parla come del «romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione». Un romanzo storico, ambientato nella prima parte a Girgenti, dettato dal più cupo pessimismo sulle sorti della terra natale, affollato di personaggi appartenenti ai diversi ceti sociali che vivono il disagio e le contraddizioni della caduta degli ideali, nel trapasso dalla generazione risorgimentale a quella post-unitaria italiana.

A Girgenti, nel 1893, si deve eleggere il deputato del collegio da inviare in Parlamento; la contesa politica vede schierati clericali e affaristi, governativi, socialisti e il nuovo movimento dei Fasci siciliani. Girgenti, «paese morto» in cui «d'accidia era radicata nella più profonda sconfidenza della sorte», guarda con indifferenza alla prossima consultazione; infatti «nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata, come un male cronico, irrimediabile». In questo contesto di degrado morale e civile, all'inizio della vicenda, Flaminio Salvo, banchiere, proprietario di miniere, rappresentante del ceto borghese imprenditoriale, offre al partito clericale il suo appoggio elettorale e, per sancire l'alleanza, combina, attraverso la mediazione del vescovo, il matrimonio della cinquantenne sorella Adelaide con il sessantacinquenne principe Ippolito Laurentano, feudatario di fede borbonica e clericale. Il frutto dell'intesa tra borghesia affaristica e aristocrazia latifondista è la candidatura per i clericali dell'avvocato Ignazio Capolino, consulente legale e uomo di fiducia di Salvo. I governativi candidano invece un reduce garibaldino, Roberto Auriti che, a soli dodici anni, aveva combattuto a Milazzo accanto al padre Stefano, caduto nella battaglia. Roberto Auriti è figlio di Caterina Laurentano - sorella del principe Ippolito -, la quale, per tener fede agli ideali liberali, aveva rinunciato con sprezzo all'eredità familiare in favore del fratello borbonico e, rimasta vedova, aveva scelto con dignità una vita di ristrettezze. Nell'imminenza delle elezioni, Roberto - che vive a Roma dove esercita con modesta fortuna la professione di avvocato - torna a Girgenti. Nei suoi confronti il partito clericale scatena sulla stampa cittadina una campagna diffamatoria, orchestrata da mestatori prezzolati. Le insinuazioni calunniose dei reazionari e una candidatura socialista di disturbo (su cui convergono i voti «dei lavoratori delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci») decretano la sconfitta elettorale dell'Auriti. Il candidato clericale Ignazio Capolino viene eletto deputato, mentre in tutta la Sicilia monta la protesta sociale di contadini e zolfatari, sullo sfondo della crisi economica e dell'industria zolfifera dell'isola.

Nella seconda patte del romanzo l'azione si sposta a Roma, dove Roberto Auriti è ritornato dopo la negativa esperienza elettorale. La capitale è sommersa dal "fango" dello scandalo della Banca Romana in cui, in una sorta di «bancarotta del patriottismo», sono implicati eminenti uomini politici. Anche Roberto Auriti viene coinvolto nello scandalo, perché ha contratto con la Banca un prestito non restituito di quarantamila lire, come prestanome dell'amico deputato Corrado Selmi. Costui ha dissipato il patrimonio di valori risorgimentali che avevano illuminato la sua giovinezza e si è indebitato per sostenere una relazione sentimentale con Giannetta, giovane moglie del vecchio ministro del Tesoro Francesco D'Atri, anche lui dal nobile passato garibaldino. Roberto Auriti viene arrestato e Corrado Selmi - per il quale la Camera si accinge a votare l'autorizzazione a procedere - si avvelena lasciando un biglietto che scagiona l'amico. A Roma si riannodano le vicende di alcuni personaggi girgentini convenuti nella capitale con motivazioni diverse: l'onorevole Ignazio Capolino, con la giovane moglie Nicoletta, per svolgere il suo mandato parlamentare; l'ingegnere minerario Aurelio Costa, direttore delle zolfare di Flaminio Salvo, inviato dall'imprenditore per presentare al Ministero un progetto di consorzio fra i produttori di zolfo siciliani; lo stesso Salvo per curare di persona i propri interessi. Flaminio Salvo è accompagnato dalla figlia Dianella, per la quale, perseverando nei suoi disegni di alleanze matrimoniali, vorrebbe combinare le nozze con Lando Laurentano (figlio del principe Ippolito), che risiede a Roma impegnato nella causa socialista. Respinto dal Ministero il progetto di consorzio, Aurelio Costa è rimandato a Girgenti per placare l'animo degli zolfatari «inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare»; nel viaggio di ritorno l'accompagna Nicoletta Capolino.

Il viaggio si trasforma in una fuga d'amore fra i due giovani. Giunto in Sicilia, Costa, seguito da Nicoletta, si reca ad Aragona per parlamentare con gli zolfatari delle miniere, ma questi, sobillati da un provocatore, assalgono la carrozza dell'ingegnere, lo uccidono insieme con l'amante e ne bruciano i corpi. Alla notizia della morte di Costa, Dianella Salvo, che ne era innamorata, impazzisce. Intanto tutta la Sicilia è in tumulto. Il principe Lando Laurentano lascia Roma e si reca a Palermo, per seguire da vicino gli eventi rivoluzionari. Il governo decreta lo stato d'assedio in Sicilia e procede ad arresti in massa degli esponenti socialisti e degli aderenti ai Fasci. Lando, con alcuni compagni, fugge da Palermo e si dirige verso Porto Empedocle, dove intende imbarcarsi per espatriare. Sulla strada della fuga raggiunge Valsania, il feudo di famiglia dove vive estraniato, in filosofico distacco dal mondo, lo zio don Cosmo Laurentano. Don Cosmo, portavoce dell'autore, distilla al nipote e agli altri fuggiaschi il succo amaro delle sue riflessioni: «Una sola cosa è triste, cari miei; aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione. Bisogna vivere, cioè illudersi».
Tutto, passioni e ideologie, ridotto a un beffardo gioco di illusioni da cui non ci si può sottrarre per vivere. Vittima di un'estrema illusione sarà, a conclusione del romanzo, Mauro Mortara, antico garibaldino settantasettenne, uomo di fiducia di don Cosmo Laurentano. Mortara, turbato dalla ribellione dei Fasci che disonora la Sicilia, sconvolgendo l'unità nazionale e disfacendo «l'opera dei vecchi», corre armato, con il petto fregiato di medaglie garibaldine, a unirsi ai soldati inviati a reprimere la rivolta, ma, scambiato per un rivoltoso, viene ucciso dai militari. Con la morte di Mauro Mortara, l'Italia unita, uccidendo il suo passato risorgimentale, sembra aver rinnegato se stessa.

I vecchi e i giovani, al loro apparire in volume, furono accolti con riserva dalla critica. Emilio Cecchi, su «La Tribuna», ne parlò come di un'opera fondata «su una materia fantastica più adatta a prestare motivi di arguzie, e di macchiette, che d'epopea». Un giudizio riduttivo riconfermato in seguito da Benedetto Croce. Nel 1960 il romanzo venne rivalutato da Carlo Salinari, che vi lesse la rappresentazione di una serie di fallimenti storici (del Risorgimento, dell'Unità, del socialismo) e personali: «dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano ad essere responsabili degli scandali dei giovani che si sentono soffocare in una società ormai cristallizzata». Da ultimo Massimo Onofri ha colto le motivazioni profonde dei personaggi: «ogni personaggio, persino nelle sue azioni politiche e di pubblica rilevanza, sembra essere mosso, oltre che da palesi moventi ideologici, soprattutto da personali interessi, non di rado sordidi, e sempre in una direzione che cementi o violi i vincoli familiari».

 

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